Press "Enter" to skip to content

Ninni Cassarà: “convinciamoci che siamo morti che camminano”

di Federica Giovinco

“Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.” (Giovanni Falcone)

Ninni Cassarà, poliziotto modello, già Commissario della Polizia di Stato nella questura di Reggio Calabria, vice questore e vice comandante della Squadra Mobile di Palermo, fu stretto collaboratore del pool antimafia. Con le sue indagini contribuì al primo maxiprocesso a Cosa Nostra. In un tempo dove i primi nemici erano i colleghi del “Palazzo”, Ninni Cassarà lavorava a stretto contatto con Chinnici, Falcone e Borsellino, dei quali condivideva l’operato ed il modus operandi, del tutto fuori dallo schema “amicizia-favori” del quale, invece, erano diventati servi altri magistrati. Insieme a Chinnici, Cassarà si occupò di Ignazio e Nino Salvo e del loro alleato Michele Greco, con perquisizioni e intercettazioni che portarono ai mandati di cattura e alle sbarre. Quando Chinnici fu assassinato dalla mafia, da Greco su commissione dei Salvo in particolare, proprio Cassarà dovette testimoniare al processo. Senza paura. D’altronde era ben consapevole di ciò che egli stesso disse a Borsellino appena dopo l’omicidio di Beppe Montana nel luglio ‘85: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.  Il 6 agosto 1985, dopo un periodo di intenso lavoro chiuso in questura, Ninni Cassarà decide di rientrare a casa da sua moglie e dai suoi tre figli. Nessuno poteva saperlo, nessuno doveva saperlo. Ma ad attenderlo c’erano 9 uomini armati di fucili AK-47, meglio noti come kalašnikov, appostati sulle finestre e sui piani di un palazzo in costruzione di fronte la sua abitazione. L’agente di scorta Roberto Antiochia cadde da servitore dello Stato, ricoperto dai violenti colpi di quelle armi micidiali. L’altro agente di scorta, Natale Mondo, restò illeso perché si riparò sotto l’auto ma fu ucciso anch’esso qualche anno dopo. Il vice questore Ninni Cassarà, all’età di 38 anni, spirò massacrato dai colpi di quei kalašnikov, tra le braccia della moglie in lacrime accorsa dopo aver visto quello scempio dal balcone insieme alla sua piccola bambina. Una moglie ed una figlia che aspettavano il loro uomo sul balcone di casa, che dopo giorni passati in ufficio a lavorare, decise di tornare a riabbracciarle, dovettero guardare quell’atrocità commissionata dagli uomini c.d. d’onore della Cupola mafiosa, poi condannati all’ergastolo: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia. Può questo chiamarsi “onore”? Possono, questi, professarsi “uomini”, prima di attribuirsi la qualifica “d’onore”?

Dopo o contemporaneamente alla morte di Cassarà, sparì la sua agenda, custodita in un posto TEORICAMENTE sicuro: la questura. E allora, questa speciale agenzia funebre che si occupa di diari e agende dei morti ammazzati, a che nome è intestata? Sicuramente non ai c.d. “uomini d’onore”, ma forse a quelli che si fanno chiamare “Onorevoli”.

Ninni Cassarà è morto perché non si è arreso, era uno di quelli che pensavano: “Si può sempre fare qualcosa

Comments are closed.