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Napolitano, l’interesse del Quirinale per il detenuto Contrada

20 Dicembre 2018

di Giuseppe Pipitone – Il Quirinale di Giorgio Napolitano si interessò al destino del detenuto Bruno Contrada. E lo fece chiamando alla presidente del tribunale di sorveglianza di Napoli. Quando nel 2007 il Colle ipotizzò di concedere la grazia al superpoliziotto condannato per concorso esterno a Cosa nostra, il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio telefonò personalmente alla giudice Angelica Di Giovanni il giorno della vigilia di Natale. Oggetto della telefonata: chiedere informazioni sull’udienza in cui si sarebbero potuti concedere gli arresti domiciliari all’ex numero due dei servizi segreti. A seguirlo, in quel giro di telefonate al magistrato di sorveglianza, fu Carlo Visconti, segretario del Consiglio superiore della magistratura all’epoca presieduto da Nicola Mancino. Napolitano, D’Ambrosio, Mancino: i tre protagonisti dell’ormai noto Romanzo Quirinale sullo sfondo dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra tornano a essere citati in un’altra delicata indagine.

I riferimenti alle chiamate del Colle per Contrada, infatti, sono contenuti nelle aduzioni compiute dalla commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana sul depistaggio della strage via d’Amelio. A citarli, nella relazione finale del presidente Claudio Fava, è Angelica Di Giovanni, presidente di sezione del tribunale di prevenzione di Napoli ed ex presidente del tribunale di sorveglianza. L’organo parlamentare guidato da Fava si è imbattuto quasi per caso nella testimonianza del magistrato quando ha cercato di ricostruire il ruolo di Contrada nelle primissime indagini sull’omicidio di Paolo Borsellino. E registra “l’attenzione che sulle sorti della detenzione di Bruno Contrada manifesteranno, negli anni successivi all’eccidio, altissime cariche dello Stato“.

I fatti si svolgono nel dicembre 2007: dal maggio di quell’anno, infatti, l’ex agente dei servizi era detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dopo essere stato condannato in via definitiva a dieci anni per concorso esterno. A dicembre il suo avvocato, Giuseppe Lipera, aveva mandato una lettera al Quirinale per rivolgere una “accorata supplica” al fine di sollecitare Napolitano a concedere al suo assistito la grazia motu proprio per motivi di salute, come era già avvenuto per Ovidio Bompressi, condannato per l’omicidio Calabresi. La notizia finisce sui giornali e ovviamente scatena la polemica.

Il consigliere D’Ambrosio telefona alla presidente del tribunale di sorveglianza. Ecco la testimonianza della dottoressa Di Giovanni alla commissione Antimafia dell’Ars: “Credo sia stato prima del Natale perché poi ci fu una seconda telefonata il 24 dicembre. La prima telefonata fu una telefonata quasi di sorpresa: Angelica, tu hai Bruno Contrada, come sai dai giornali, lui ci ha mandato una lettera ed io non so se debbo interpretarla come istanza di grazia o meno. Al che dico: Loris, mi telefoni per dirmi una cosa del genere? Interpretatela come volete, tanto il problema non è mio, sulla grazia al limite me la mandate per il parere, ma poi dovete pronunciarvi voi. Lui dice: Sì, vabbè, ma io volevo sentire te che hai esperienza”. Cosa intendeva dire D’Ambrosio alla Di Giovanni con quella telefonata? “Nel mio ambiente – spiega il magistrato – mi conoscono un poco tutti, a questo punto dico: Loris, ma vuoi andare al di là, mi vuoi sollecitare qualche cosa?”. Lui dice: No, me ne guarderei bene, ti conosco”. Dico: Vabbè, allora fate quello che volete…”.  Dice: Vabbè, ci sentiremo”.

Nel frattempo la notizia dell’ipotesi grazia per Contrada trapela sulla stampa. E il Quirinale si muove per vie ufficiali. “Arriva in ufficio, datata 24 dicembre, una nota ufficiale in cui mi dice: Angelica, su sollecitazione del Presidente della Repubblica… ti scrivo su incarico del Presidente della Repubblica se puoi anticipare l’udienza”, racconta il magistrato, riferendosi all’udienza di differimento dell’esecuzione pena fissata per Contrada per il 24 gennaio: in quell’occasione il tribunale di sorveglianza avrebbe potuto concedere all’ex agente segreto gli arresti domiciliari per motivi di salute. Ma come può il Colle chiedere di anticipare un’udienza di un detenuto? In base a quale legge, visto che non è nemmeno parte in causa?

È quello che fa notare Di Giovanni a D’Ambrosio: “Chiaramente io il 24 dicembre non ero in ufficio. Lui (D’Ambrosio, ndr) mi telefona e mi dice: Guarda, ti ho mandato questa nota, è arrivata la nota? Dico: Sì guarda, ma il presidente della Repubblica non è parte in causa, non è figura processuale, quindi che tu mi scriva questa nota non mi serve a niente. Se volete l’anticipazione dell’udienza fai fare la domanda ufficiale all’avvocato”. In effetti in quegli stessi giorni l’avvocato Lipera scrive al tribunale per chiedere l’anticipazione dell’udienza del suo assistito: la stessa identica richiesta del Colle.

“L’udienza era fissata più o meno verso la fine di gennaio, la anticipammo alla prima di gennaio e che si chiuse con un rigetto delle istanze. Credo che Contrada da noi abbia cumulato, da questo primo rigetto fino a giugno, per lo meno una decina di rigetti di domande, insomma gliela concedemmo (il deferimento della pena, ndr) soltanto il 27 luglio del 2008“, ricostruisce Di Giovanni. E Di Giovanni tiene duro: nonostante le telefonate del Quirinale rigetta la richiesta di Contrada, che otterrà gli arresti domiciliari solo nell’estate del 2008. “Però la cosa non finisce lì”, ha aggiunto il magistrato davanti alla commissione di Fava. “Perché se il 24 dicembre mi telefona Loris D’Ambrosio per il Presidente della Repubblica, il 31 dicembre di sera mi telefona Carlo Visconti che allora era il segretario del Consiglio Superiore della Magistratura presieduto da Nicola Mancino e mi dice: Angelica, tu hai Contrada. Dico: “Vabbè, questa storia sta diventando… già mi ha chiamato Loris”. Il braccio destro di Mancino ovviamente lo sa:  “Sì ma io ho sentito Loris, perciò ti sto chiamando”. “A questo punto – continua Di Giovanni – Feci la domanda che non avevo fatto a Loris: Scusate, ma di che cosa vi preoccupate, insomma? Perché mi state telefonando?”. La domanda è obbligatoria: l’allora vicepresidente del Csm Mancino sapeva di quelle telefonate di Visconti? “Sì – ha risposto Di Giovanni in commissione – Mi aggiunge la frase successiva che fu: allora domani mattina, 1 gennaio 2008, quando vado a fare gli auguri al Presidente gli posso dire che siamo tranquilli?”.

Chiede Fava alla testimone: “Ma c’era stata in questa telefonata una sollecitazione o una richiesta o era semplicemente una telefonata per capire? Cosa le venne detto?”. “Non ci fu scopo. C’era solo la preoccupazione, c’era questa preoccupazione”. Preoccupazione per cosa? “Che potesse succedere qualche cosa. Tutti e due mi parlano in forma ufficiale e quindi credo che è come se volessero dare dei segnali, come se volessero far sapere ad altri che loro comunque si erano mossi“. Insomma: i vertici dello Stato ci tenevano a fare sapere a Contrada – un poliziotto condannato per concorso esterno a Cosa nostra – che si stavano muovendo per lui. Nei giorni successivi Contrada ci terrà a dire di non aver mai chiesto “una grazia a quello Stato da cui mi sarei aspettato un grazie“. Otterrà i domiciliari nel luglio successivo e poi nel 2015 l’annullamento della condanna dalla Cedu, che contesterà solo il reato per cui era stato condannato ma non i fatti commessi. Mancino finirà poi imputato al processo Trattativa per falsa testimonianza ma riuscirà ad essere assolto. Allo stesso processo fu chiamato a testimoniare, da capo dello Stato in carica, Napolitano. D’Ambrosio è scomparso nel 2012.

 

Giuseppe Pipitone (19 dicembre 2018, ilfattoquotidiano.it)

 

 

 

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