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Mi manda Don Tano…

Mafia e cultura mafiosa. Lunghi dibattiti in aule semi-deserte con un pubblico disattento tranne i cosiddetti “addetti ai lavori”. Intere scolaresche scampate ad un’interrogazione pronte a sacrificarsi ad ascoltare un vecchio magistrato o un ancor più vecchio militante anti-mafia dibattere sulle logiche mafiose che non appartengono più alla sola organizzazione criminale ma ad un’intera società.
 

Interrogativi che si pongono puntualmente quando accadono episodi profondamente indicativi. Come quel ragazzino che si rivolge al boss della zona per ritrovare il suo scooter. O  quel padre che allo stesso boss si rivolge per dirimere una “questione”. I pizzini trovati nel covo dei Lo Piccolo erano pieni di richieste del genere. E non tutte provenivano da persone definibili “vicine” al circuito mafioso. Capita che anche l’insospettabile si rivolga al mafioso per una necessità, un favore, una buona parola.
Nell’Italia delle raccomandazioni, infatti, quale miglior sponsor se non quello di un mammasantissima?
Accade anche che il “sostegno” della mafia riesce ad essere etereo, impalpabile.

Proprio qualche giorno fa ho assistito ad una conversazione tra due professionisti, due padri di famiglia, due persone per bene. Il primo raccontava all’altro che un giorno si trovò al cospetto di alcuni brutti ceffi animati da cattive intenzioni nei suoi riguardi. La disperazione, credo, del momento lo portò ad una ingegnosa via d’uscita senza patire un graffio: fece credere di essere il “figlioccio” di un noto boss mafioso. L’escamotage funzionò. I loschi figuri si ritirarono con tante scuse.

Raccontava questo episodio con fierezza. Vero è che  sicuramente è riuscito ad evitare sicure percosse. Ma è anche vero che, inconsapevolmente, altro non ha fatto che alimentare quella logica che vede la mafia,  con i suoi padrini, con le sue regole, con la sua cultura, indiscussa depositaria dell’ordine.

Certo, si dirà, se avesse detto di essere parente di un magistrato o di un alto ufficiale dell’Arma di legnate ne avrebbe preso ancora di più.

Si, certo. Ma episodi come questo fanno riflettere. Perché quel professionista, della cultura mafiosa, benché fosse in grave pericolo e benché non facesse parte di organizzazioni criminali, se ne è avvalso.
E ha funzionato. La mafia intesa come modo di agire, di pensare. La mafia usata ad uso e consumo come fosse un concetto, un pensiero.

La rappresentazione della mafia  in funzione astratta che si trasforma in nozione.

   

Franco Cascio

 

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