Fragalà è uno dei penalisti più conosciuti e professionalmente trasversali della città, dal suo studio passano protagonisti di tutti i livelli sociali e di svariate tipologie di reati, la furia omicida che lo ha colpito ha dato improvvisamente corpo alle paure che da qualche mese attraversano larghi strati della borghesia palermitana delle professioni, stretta tra le inchieste della magistratura e le pressioni dei mafiosi che negli ultimi tempi sembrano essersi fatte più stringenti. L’agguato a Fragalà è letto come un colpo sferrato agli addetti al lavori giudiziari, e non a caso, appresa la notizia, 300 avvocati si sono riuniti ieri al Palazzo di Giustizia, e a portare loro la solidarietà dei magistrati sono venuti il presidente della Corte d’appello Vincenzo Oliveri, il procuratore Francesco Messineo e il segretario dell’Anm Vittorio Teresi. “È certamente un vulnus gravissimo alla libertà dell’avvocato” dice Roberto Tricoli, presidente della Camera penale, che ha dato voce alle preoccupazioni della categoria, cui fanno eco le parole della giunta dell’Anm, che sottolinea “la recrudescenza di un clima di violenza e tensione che, nel caratterizzare le vicende della giustizia, espone anche gli avvocati al rischio di inaccettabili e odiose forme di pressione e violenza”.
Come quelle subìte nel 2002, quando numerosi boss detenuti nel carcere di Novara inviarono una lettera al segretario del Partito radicale Daniele Capezzone chiedendo “dove sono gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati di mafia, e che ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi? Loro erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l’applicazione del 41-bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa”. In quell’occasione, il nome di Fragalà finì in un elenco di sette avvocati “a rischio” redatto dal Sisde che in un’informativa sostenne che “in ambienti di interesse” la lettera dei detenuti di Novara veniva interpretata come indicativa della richiesta agli esterni di pianificare “azioni delittuose”. In quell’occasione Fragalà rifiutò la scorta, sostenendo che si trattava solo di uno status symbol. Ma oggi i tempi sono cambiati, se un altro penalista-deputato, Nino Lo Presti, ex An adesso Pdl, propone addirittura per gli avvocati di Palermo l’uso del porto d’armi per difesa personale. Segnali di un clima che appare sempre più cupo anche alla politica, sintetizzato dalle parole preoccupate del presidente della regione Raffaele Lombardo: “Senza ipocriti proclami, tutti dovremmo prendere atto che se è vero che un percorso di legalità nelle coscienze ormai si è formato, è altrettanto vero che violenza, corruzione, malaffare e criminalità segnano ancora in modo pesante la vita sociale”.
Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2010)

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