Il maturo uomo di legge, protagonista del più recente romanzo di Giorgio Fontana, Per legge superiore, è combattuto tra l’adeguamento a una prassi comoda, che si accontenta di una verità (solo) processuale, e il rischio (politicamente scorretto) di avventurarsi nella ricerca di una verità «sostanziale», pur senza violare le norme processuali.
Questo agile volume (edizioni Sellerio) può essere consigliato da insegnanti di liceo ai propri alunni, in previsione del prossimo 19 luglio, offrendo un ulteriore spunto per guardare Falcone e Borsellino come interpreti di uno spartito suonato in modo unico. Infatti, molti hanno avuto tra le mani strumenti analoghi, ma solo loro hanno ottenuto certi risultati. Forse perché si sono lasciati coinvolgere non solo come tecnici, ma come persone con tutto il bagaglio di valori che portavano con sé.
Soprattutto quest’anno, ventesimo anniversario delle stragi del 1992, in cui tutte le scolaresche d’Italia sono state coinvolte in manifestazioni gioiose (e doverose), c’è il rischio che, nel commemorare uomini e donne che hanno dato la vita per servire la società, se le attività non sono state adeguatamente preparate, si finisca col lasciare negli studenti solo il ricordo di una forte emozione.
Ma i nostri studenti hanno anche bisogno di nutrimento per la loro intelligenza, di ragioni profonde per scegliere comportamenti giusti, anche quando non sono conformi alla moda del momento.
Il romanzo di Fontana, stimolando una riflessione che include il senso della legge e della coscienza, per altri versi, può interessare anche a chi segue il dibattito sul «Liceo economico-sociale» e sul ruolo di una formazione giuridica ed economica nella scuola di oggi.
L’attuale contesto socio-economico, infatti, non evidenzia la necessità di una maggiore formazione economica, giuridica e finanziaria sotto il profilo tecnico, bensì sotto il profilo filosofico, etico, morale. Dunque, è alla luce di questi che occorre formare i giovani.
Forse che i responsabili delle note catastrofi economiche e finanziare non erano considerati degli esperti nel loro settore? Certamente sì, ma erano privi di ciò che non possiamo permettici di fare mancare ai nostri studenti: una dimensione umana e valoriale in cui inquadrare le proprie conoscenze. Dimensione che non esclude ma almeno riduce il rischio di un impiego malvagio di alte competenze tecniche.
Occorre quindi evitare di ridurre l’educazione scolastica a un’istruzione scolastica. Infatti, quest’ultima può essere trasmessa senza un coinvolgimento della persona del docente, senza una sua presa di posizione sia pure implicita su questioni di valore (ammesso che ciò sia possibile), su ciò che è bene e su ciò che è male. L’educazione, invece, è un’attività più propriamente umana, i cui frutti apprezziamo nella vita ammirevole di tante persone più o meno note.
È per questo che a scuola non ci si può limitare a portare il quotidiano in classe. In aula non si può parlare della bomba alla scuola di Brindisi o di Falcone e Borsellino come se ne parla in tv, in Internet o sulla stampa. Nella calma e nella serenità che le mura scolastiche consentono, si può fare di più. Si potrà riflettere sulla gerarchia dei valori, si potrà trasmettere per osmosi l’amore per il bene, per il vero, per il bello, mostrando come questi valori sono incarnati, anche oggi, da persone ben concrete.
Si può riflettere sul fatto che l’ammirazione per Falcone e Borsellino non deriva dal fatto che hanno combattuto la mafia. Combattere una forma di criminalità organizzata, in astratto, potrebbe farlo anche chi aspira a soppiantare una forma di potere con un altra. Invece, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, li ammiriamo (anche) perché è verosimile che abbiano combattuto la criminalità mafiosa nell’àmbito di un loro impegno ben più ampio per la giustizia.
Un impegno vissuto nella consapevolezza che, se la strada privilegiata attraverso la quale passa la realizzazione del «dare a ciascuno il suo» (in cui consiste la giustizia) è il rispetto delle norme stabilite dalle legittime autorità, non si può negare che in certe situazioni (non solo) un giurista deve saper sacrificare la propria carriera o il proprio prestigio sociale per non vedere compromesso il proprio onore e la propria coscienza, quando a questa risulti evidente un contrasto tra la legge naturale e quella vigente in un dato luogo.
A Brindisi, come a Capaci o in via D’Amelio, ciò che maggiormente turba l’opinione pubblica non sono i crimini in sé, quanto piuttosto che qualcuno arrivi a un tale oscuramento della propria coscienza, da ritenere che esista qualche valore che giustifichi l’uccisione di un innocente.
Per questo molti ritengono che contribuire alla formazione di una retta coscienza nei propri alunni non può esulare dall’orizzonte professionale degli insegnanti.
In questa prospettiva, la valorizzazione del merito non può cedere all’illusione che la competenza disciplinare sia sufficiente a fare un buon maestro. Anche in presenza di una certa competenza pedagogica, non è automatico che un grande esperto sia anche un efficace educatore, valido punto di riferimento per gli alunni nella loro apertura verso il proprio futuro.
Pubblicato da Sergio Fenizia (l’articolo è stato pubblicato sul mensile Fogli, n. 382, giugno 2012, pp. 12-13)

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