Leggo sul sito dell’Espresso una lettera di Nicola Mancino titolata “Verità su Borsellino” nella quale Mancino continua piuttosto ad insistere nelle sue menzogne, o nel migliore dei casi, nelle sue croniche amnesie..
Ne riporto alcuni passi : “Escludo in maniera categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia (dal servizio del settimanale sembrerebbe con Riina tramite Ciancimino): nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò né chiese il mio parere….“.
Ora sul fatto che una “trattativa” ci sia stata credo che non ci sia ormai più ombra di dubbio. Ci sono delle sentenze, dei processi e delle indagini in corso al riguardo e solo una persona in assoluto stato confusionale potrebbe affermare il contrario.
Se ci sono dei punti controversi riguardano solo il fatto che la trattativa stessa sia iniziata dopo la strage di Via D’Amelio, come affermano Mori e De Donno che la trattativa condussero in prima persona con Vito Ciancimino, o se, come ha rivelato di recente Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, che per il padre faceva da corriere, tale trattativa sia iniziata a metà Giugno, dopo la strage di Capaci e quindi, come io sostengo da tempo e come adesso cominciano a ipotizzare anche i magistrati incaricati delle inchieste a Caltanissetta a Palermo e a Firenze, possa essere stata la causa scatenante dell’assassinio di Paolo e della sua scorta.
Sarebbe più semplice per Mancino sostenere, come sostiene, soltanto che lui sia stato tenuto all’oscuro di questa trattativa, il fatto invece che escluda “in maniera categorica” che questa trattativa sia mai avvenuta non fa altro che mettere in evidenza la sua mala fede.
Dice ancora Mancino: “Per quanto riguarda il mio presunto incontro con il giudice Borsellino il primo luglio 1992, giorno del mio insediamento al Viminale, ai magistrati di Caltanissetta, che mi interrogarono come teste nel 1998, ebbi a dire – e tuttora confermo – di non averne memoria - non conoscevo fisicamente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino“.
Queste parole mi indignano, signor Mancino, la mano di Borsellino non era una mano qualsiasi tra tante altre, era la mano di un giudice che in quei giorni sapeva, come tutti gli Italiani sapevano, tranne lei a quanto pare, che era solo questione di giorni perchè arrivasse la sua morte annunciata, era la mano di un morto che camminava e lei non si può permettere di sostenere che “non conoscevo fisicamente quel giudice“. Dovrebbe allora sostenere che dalla strage di Capaci in poi lei non abbia più letto i giornali o guardato la televisione, Paolo in quei giorni compariva in tutti i telegiornali e la sua fisionomia, la sua immagine, avrebbe dovuto essere stampata nella sua testa, come lo era in quella di tutto il resto degli italiani.
E ancora: “Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare“.
Forse farebbe meglio, signor Mancino, a continuare ad insistere sulla sua amnesia e non aggiungere altri particolari che rendono meno verosimili le sue affermazioni, oppure ci dovrebbe spiegare perchè il dott. Parisi avrebbe dovuto a ipotizzare che lei potesse avere qualcosa in contrario ad incontrare il dott. Borsellino, si trattava forse di una persona pericolosa o a lei poco gradita ?
E poi: “non ho mai visto il fratello che pure ingiustamente mi accusa, adesso, di cinica indifferenza prima, ma soltanto dopo molti anni dal tragico evento, di avere mentito sul fatto di non avere incontrato il fratello“.
Lei non mi avrà mai incontrato ma io ricordo di averla vista parlare negli anni immediatamente successivi al ’92 al tristemente noto “Centro Borsellino” di Palermo e forse avrà notato una persona alzarsi dalla prima fila e allontanarsi dalla sala mentre lei, parlando di Paolo, asciugava una lacrima che riteneva le bagnasse gli occhi, quella persona era il fratello di Paolo Borsellino, una persona che non ha mai sopportato le ipocrisie dello Stato che, come alla Cattedrale di Palermo, si presenta a piangere le persone che ha contribuito a far si che fossero uccise.
E infine : “mi riservo ogni azione penale nei confronti del signor Massimo Ciancimino, assurde ingiuriose e calunniose apparendomi le ammissioni di quest’ultimo (conoscenza delle trattative) nei confronti di chi, come me, si è opposto ad ogni ipotesi di trattativa sul caso Moro….“.
Forse farebbe meglio, on. Mancino, in qualità di vicepresidente del CSM, ad aspettare l’esito delle indagini e dei procedimenti in corso su questo argomento, a meno che le azioni che si riserva non sono le stesse azioni che il CSM ha espletato nei confronti di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo o l’ultima, peggiore di ogni altra nei confronti del Procuratore Apicella, cioè dei veri e propria assassinii senza bisogno di tritolo.
Su una cosa in particolare Mancino continua a tacere e a non rispondere in alcuna maniera, su quanto riportato dallo stesso Paolo nella sua agenda grigia che conferma, senza omba di dubbio, che l’incontro di Paolo con Mancino sia effettivamente avvenuto. Gli ho contestato più di una volta questa prova e ho addirittura pubblicato la riproduzione della pagina dell’agenda nella quale, nella pagina del 1° luglio, alle ore 19.30, c’è una incontrovertibile annotazione scritta di proprio pugno da Paolo : (Mancino)
Mancino ha sempre finto di non ascoltare questa contestazine ma nelle sua ultime dichiarazioni riportate nella lettera all’Espresso c’è un punto in particolare che lascia tanto da pensare.
Mi riferisco alla presunta richiesta che gli avrebbe fato il capo della polizia Parisi di presentargli il procuratore Paolo Borsellino. Mancino sembra quasi volere preconfigurarsi una linea di difesa nel caso in cui, nella sede opportuna, gli venisse contestata questa circostanza. Potrebbe allora sostenere che Paolo abbia voluto annotare in quell’agenda un’appuntamento previsto ma che poi non ha avuto luogo.
Farebbe però meglio Mancino, prima di adoperare questa linea di difesa, a considerare che Paolo usava scrivere queste annotazioni nell’agenda grifgia alla fine della sua giornata di lavoro, per riassumere le attività nel corso della giornata e che Parisi, essendo morto per infarto nel 1995, non può ne confermare ne smentire questa circostanza.
Ma forse per Mancino è più importante il fatto che non possa smentirla piuttosto che non possa confermarla. L’arte di far parlare i morti, o approfittare del fatto che i morti non possano parlare, è ben consolidata nel nostro paese e per saperne di più, per avere prove certe dugli ultimi giorni di Paolo, potrebbe aiutarci solo l’Agenda Rossa del Ggiudice.
Ma per questa aspettiamo ancora il pronunciamento della Cassazione per avere la possibilità di arrivare ad un dibattimento sulla sua sottrazionbe da parte del cap. Giocvanni Arcangioli che una improvvida sentenza di un GUP ha bloccato in fase di udienza preliminare.

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