Il binomio mafia/politica è un dato di fatto oramai giudiziariamente accertato: le sentenze dei vari Tribunali non lasciano spazi ad equivoci. Ma non intendo sottolineare le sentenze o rimarcare fatti che hanno riempito pagine e pagine di giornali. Il mio intento, semmai ci riuscirò, è quello di far capire che una parte di uomini politici o uomini appartenenti alle istituzioni, sono e sono stati il pilastro che ha consentito a Cosa nostra di diventare quell’agguerrita associazione che conosciamo. Si può senz’altro dire che gli uni avevano bisogno degli altri per trarre quei vantaggi economici/affaristici e di supremazia territoriale, anche in termini di voti elettorali.
Non sto esprimendomi de relato, ma da una esperienza de visu che mi ha consentito di toccare con mano l’odioso connubio tra Cosa nostra e taluni politici, nonché quello scellerato rapporto collusivo tra appartenenti agli apparati d’intelligence e mafia, lasciando supporre, nel caso delle stragi 92/93, una sorta di trattativa il cui fine è ancora tutto da scrivere. Il furto dell’Agenda rossa di Paolo Borsellino, rappresenta l’apoteosi di un disegno finalizzato a mettere una pietra tombale sulla verità delle “trattative” tra Stato e Cosa nostra: trattative le cui tracce verosimilmente erano state vergate dallo stesso Paolo Borsellino nella predetta Agenda.
Tuttavia, la mia disamine parte da molto lontano, allorché ragazzo ebbi modo di annotare rapporti platealmente esibiti in pubblico tra i vari capi mafia e politici che ambivano ad essere eletti. E, l’ostentazione pubblica era sinonimo di elezione certa. Poi, nel corso degli anni, l’esperienza maturata in seno all’attività lavorativa, mi ha fatto verificare che il fenomeno di rapporti mafia/politica era molto più diffuso di come pensassi da giovane. Insomma, Cosa nostra e politica era davvero un’accoppiata vincente. Un baluardo di illegalità. Oserei dire, che i politici rappresentarono e tuttora rappresentano, per Cosa nostra, l’essenza vitale per poter conquistare manu-militare il territorio, soprattutto con l’indisturbata violenza posta in essere dai mafiosi. Per il gotha di Cosa nostra le “amicizie” dei politici eletti per la bisogna, erano il viatico verso quel mondo affaristico e corruttivo tanto caro ai mafiosi stessi. Gli stessi uomini politici, eletti per volere dei mafiosi, si pavoneggiavano convincendosi di avere “in mano” i mafiosi stessi. In realtà, le cose stavano in maniera diversa, ovvero che i politici erano gli zerbini dei mafiosi e che rispondevano loro ad ogni scodinzolar di coda.
Recentemente, il direttore Giorgio Bongiovanni, ha pubblicato sulla sua rivista Antimafia2000, l’articolo “Enigma Graviano” e poneva in evidenza il comportamento ambiguo dei Graviano, ovvero il loro modo di dire o non dire nel processo per la strage di via Georgofili di Firenze. Nell’occorso, ho scritto una lettera privata al Direttore, ove fra l’altro ponevo in evidenza che i Graviano non sono affatto un enigma e che il loro comportamento è in linea col ruolo di capi mafia: ruolo verosimilmente esercitato nonostante la detenzione. I Graviano, sono l’espressione della citata definizione “accoppiata vincente”. Loro hanno ereditato, dalla diatriba sorta negli anni ottanta, con l’ascesa al potere di Totò Riina, quei rapporti politici che erano di esclusivo appannaggio dei fratelli Michele e Salvatore Greco e di Stefano Bontate: il senatore Giulio Andreotti per i vetusti rapporti, almeno sino all’inizio degli anni ottanta, è stato uno degli attori, insieme all’On. Salvo Lima e i cugini esattori Ignazio e Nino Salvo. Quindi, appare evidente che i Graviano e non solo loro, siano rimasti ancorati agli ereditati rapporti e che nel frattempo abbiamo ricercato e trovato altri interlocutori di recente formazione politica.
Risulta congruo domandarsi, perché il binomio mafia/politica appare vincente, mentre il rapporto Brigate rosse e politica, sin dall’inizio della loro nascita è risultato perdente? La risposta va ricercata nella mancanza di interessi convergenti tra terroristi e politici: l’assassinio di Aldo Moro è la prova provata che lo Stato non aveva nessun interesse ad alimentare trattative con i terroristi. Del resto, quali interessi e benefici potevano trarre taluni politici da una ipotetica trattativa con le BR? Invero, la politica aveva ed ha necessità di alimentare una “alleanza” con Cosa nostra, per soddisfare le esigenze più disparate.
Un altro dei motivi preminente, tra i vecchi rapporti e quelli in itinere, tra Cosa nostra ed esponenti politici di primo piano è quello che la Sicilia da sempre è stata considerata “terra di conquista”. Mi riesce difficile comprendere come, da lustri, uno Stato come l’Italia, non abbia voluto debellare le mafie e segnatamente Cosa nostra. Per capire l’inerzia, l’incapacità e soprattutto il “patto” e le “trattative” in ordine anche alle stragi del 92/93 tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, occorrerebbe sezionare e analizzare il periodo temporale che va dagli inizi degli anni ’60 sino ai giorni nostri. Un approfondito studio, anche attraverso una Commissione d’inchiesta ad hoc, potrebbe dare risposte esauriente sul nefasto periodo e stabilire in modo definitivo quali sono stati e quali sono i partiti politici che hanno tratto giovamento dal ripetuto rapporto mafia/politica, anche con riferimento alle stragi. Insomma, per chi ha votato Cosa nostra? A quali “entità” o meglio a quali “menti raffinatissime”, locuzione tanta cara a Giovanni Falcone, Cosa nostra ha pagato dazio con le stragi del 92/93?
Un giorno vorrei poter finalmente considerare l’accoppiata mafia/politica un ricordo del passato. Questo sogno potrebbe concretizzarsi soltanto se si smettesse di considerare i Siciliani endemicamente malati di mafiosità. E, vorrei dire al ministro Saverio Romano che essere siciliani non vuol dire essere etichettati, per chissà quali profezie, mafiosi. Mafioso non si nasce si diventa e non è affatto vero che la mafiosità è intrinseca in noi Siciliani e lo dimostrano i martiri Siciliani che si sono immolati per l’onore di appartenenza alla propria Terra scegliendo la legalità piuttosto che accettare e condividere il “potere” coi mafiosi. Purtroppo, di contro, altri siciliani hanno consentito che l’accoppiata mafia/politica diventasse “vincente”. Rammento al Ministro e ai suoi colleghi siciliani e “nordisti”, che il disonore di pochi ha offeso e continua ad offendere l’onore di tanti Siciliani onesti e, quindi, che sarebbe utile e necessario che tutti i politici, “divorziassero” dagli uomini del disonore appartenenti alla criminalità organizzata.
Vorrei che l’unica cosa vincente fosse la verità sul periodo buio che ha accompagnato la mia vita, compreso le stragi mafiose.

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