«Non ci si presenta ai tanti turisti che accoglie la Sicilia con il sangue di una delle più profonde e, ancora non sanate, ferite della nostra terra. E’ una scelta di marketing sbagliata». Parole di Gianfranco Miccichè, che mi fanno accapponare la pelle. E’ una scelta di marketing? Ma per favore la smette di dire idiozie, i turisti non sono affatto turbati dai nomi di Falcone e Borsellino, che campeggiano sull’aeroporto palermitano Piuttosto, perchè non si prodiga e concorra con atti concreti a far sanare le “ferite della nostra terra”. Per esempio, non si è chiesto come mai a distanza di 20 anni dalla strage di via D’Amelio non conosciamo la verità, nonostante il vistoso depistaggio posto in essere? Certo, se passasse la sua idea egregio signor Miccichè, dovremmo cancellare ogni riferimento ai caduti per mano mafiosa. Dovremmo cambiare la toponomastica in tutti i territori siciliani e perchè no, togliere le Stele che ricordano la strage di Capaci, siti nell’autostrada Palermo-Trapani. E inviterei il signor Miccichè a farsi promotore, sempre per questione di marketing, per spostare le Stele in mulattiere inaccessibili lontano dalla vista dei turisti: consiglierei di riassegnare le strade ad altri importanti personaggi, magari intitolandoli ad esimi ed illustri politici in carica che hanno dimostrato familiarità e contiguità con Cosa nostra.
Ma questa di Miccichè non è la sola notizia proveniente dall’Isola. Un signore di Villabate, paese alle portee di Palermo, chiede l’abrogazione del 41/bis e che si ritorni al “volemosi bene”, tutti uniti appassionatamente nelle celle o a passeggiare nei cortili delle carceri. La lagnanza non fa altro che rafforzare la mia netta convinzione che “ isati juncu ca’ a china è passata”, ovvero, che oramai si respira aria di normalizzazione nei confronti delle mafie. L’attuale Governo lo dimostra ogni giorno di più, con atti che vanno nella direzione opposta al pensiero di lotta di Falcone e Borsellino. Ma sembra ridicolo che ancora oggi si pensi che 41-bis sia stato introdotto per accanirsi verso i reclusi mafiosi. Niente affatto! É stata una scelta necessaria e ponderata per tagliare il cordone ombelicale tra capi reclusi e gli altri in libertà. In buona sostanza, si è voluto impedire che disposizioni e ordini venissero impartite al di fuori delle mure carcerarie. Spesso lo ricordo e lo voglio fare anche adesso. Saro Riccobono, noto capo famiglia di Cosa nostra, si permise da ricercato, di entrare nel carcere dell’Ucciardone per partecipare alla festa di compleanno di un uomo d’onore: festeggiamenti innaffiati da Champagne. Poi, lasciò il carcere indisturbato. Oppure gli ordini impartiti da capi-detenuti per assassinare qualcuno, nonché curare gli affari. Ecco, per questi motivi e per tanti altri ancora, è stato editato il 41-bis.
Ed ora passiamo alla chicca del giorno. Il rampollo di casa Riina, da Padova rilascia un’intervista, che fa veramente a pugni con la realtà: Giuseppe Salvatore Riina, per favore esca da quel mondo che vuole propinarci. Lei, afferma che suo padre gli ha insegnato il “Rispetto”. Si riferiva la rispetto che un uomo d’onore deve pretendere? E’ difficile credere che suo padre gli abbia inculcato quel rispetto che migliaia e migliaia di padri siciliani, ogni giorno insegnano ai propri figli.
Il figlio di Riina, continua: «Mi ha insegnato a rispettare gli altri perché non è l’uomo descritto dalle cronache giornalistiche o dalle sentenze, ma un padre affettuoso, pieno di attenzioni e di principi. A mio padre piaceva cucinare, curare il suo orto e le sue piante. In tutte le case che abbiamo avuto c’è sempre stato un giardino e un pollaio: mio padre ci passava le ore fra galline e conigli. Amava gli animali. Ci sono sempre stati cani e gatti in casa nostra»
Amava gli animali e gli uomini li amava?
Pippo Giordano

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