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Mafia, i nuovi padrini progettano attentati

Palermo: nel mirino il palazzo di giustizia e la squadra mobile. L´allarme del Viminale.

PALERMO – I nuovi padrini di Cosa nostra palermitana progettano attentati contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile del capoluogo siciliano. E cercano alleanze in tutte le altre province, per gesti eclatanti che possano segnare la riscossa contro l´antimafia. L´allerta attentati è arrivata nei giorni scorsi «dall´ambiente carcerario», così informa un messaggio urgente che il Viminale ha inviato ai vertici della sicurezza a Palermo. E sono subito scattate misure straordinarie di controllo. Intanto, i magistrati della Dda stanno approfondendo le notizie raccolte negli ultimi giorni.

Sono stati i carabinieri del Ros a scoprire i nuovi progetti di riorganizzazione dei padrini: richieste di sostegno ai vecchi boss e proposte di alleanze sarebbero giunte anche in carcere. E qualcosa è filtrato. Le notizie che arrivano dalle celle direbbero pure di una visita a Palermo del latitante numero uno di Cosa nostra, il trapanese Matteo Messina Denaro, o di un suo ambasciatore. Le informazioni sul punto non sono chiarissime. Di certo, in una riunione si sarebbe discusso dei progetti di attentato, sostenuti da alcuni emergenti. Radio carcere sa che il padrino trapanese è contrario al ritorno delle bombe. Sono tutte notizie al vaglio degli inquirenti. 

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Di certo, da mesi, i pm di Palermo registrano diverse fibrillazioni all´interno dell´organizzazione. Nei giorni scorsi, il procuratore Francesco Messineo ha parlato davanti alla commissione antimafia di una Cosa nostra «in difficoltà» per i continui arresti, ma comunque «in grado di riorganizzarsi», che ha una grande disponibilità di armi e controlla addirittura 300.000 voti fra Palermo, Trapani ed Agrigento. 

Messina Denaro, il quarantottenne padrino condannato all´ergastolo per le stragi del ´93, latitante ormai da 17 anni, resta il detentore dei segreti del passato: dicono i pentiti che conservi l´archivio di Riina, quello che fu portato via dalla villa del capo di Cosa nostra prima della perquisizione dei carabinieri. In quell´archivio ci potrebbero essere i segreti della trattativa fra la mafia e pezzi delle istituzioni, durante la stagione delle stragi. Quei segreti sono probabilmente la chiave della strategia della sommersione avviata da Provenzano e proseguita da Messina Denaro. Ma, adesso, il popolo di Cosa nostra in carcere e le nuove leve sarebbero tornati a chiedere contromisure eclatanti, per far fronte ai continui arresti e ai sequestri di beni. 

Di certo, fino al novembre 2009, Messina Denaro sembrava disinteressarsi ai progetti di riorganizzazione dei clan palermitani. Questo dicevano le intercettazioni: all´epoca, i carabinieri seguivano in diretta le mosse di un vecchio padrino appena uscito dal carcere, Benedetto Capizzi, che cercava di coalizzare attorno a sé consensi per ricostituire la Cupola. Durante una di quelle riunioni, arrivò la risposta di Messina Denaro ai palermitani: «Noi non riconosciamo nessuno, siamo in rapporti con tutti». 
Ma dal novembre 2009 a oggi, molte cose sono cambiate nella galassia della mafia siciliana. Uno degli ultimi pentiti ha rivelato che i fedelissimi di Riina, i Biondino, hanno costituito un asse con Trapani: «Ho visto personalmente – ha detto Manuel Pasta – alcune missive che Messina Denaro inviava a Giuseppe Biondino».

Salvo Palazzolo (la Repubblica, 25 luglio 2010)

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