Quando un gruppetto di persone “scesero” da Corleone per insediarsi a Palermo, gli stessi palermitani li ignorarono. Anzi, li trattarono con superficialità definendoli viddani e peri incritati. Ma i palermitani mafiosi pur sapendo che quegli uomini non erano turisti per caso, non immaginarono nemmeno che li a poco sarebbero diventati i padroni, non solo di Palermo, ma della Sicilia e dell’Italia intera. Nel commentare con Buscetta, Mutolo ed altri pentiti l’ascesa dei “corleonesi”, convenimmo che un ruolo centrale l’ebbe l’ingordigia di fare picciuli e la prosopopea dei mafiosi palermitani, che non percepirono anzitempo le mire espansionistiche di Liggio e company.
Il gruppetto giunto a Palermo, era formato da Luciano Liggio, il più vecchio, Salvatore Riina, Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, il più giovane, fratello di Calogero ed entrambi cognati di Riina: tutti originari di Corleone. Il gruppo, che aveva da poco vinto la battaglia contro il boss corleonese Michele Navarra, assassinandolo, decise che l’agreste territorio corleonese non poteva certamente soddisfare la loro sete di potere, tant’è che emigrarono in quel che rappresentava la fabbrica dei “picciuli”, ossia Palermo.
Un loro amico d’infanzia, mi raccontò, che per una circostanza fortunosa non fece parte del sodalizio di Riina, ragguagliandomi su come la violenza fosse l’espressione del gruppetto. D’altronde – aggiunse – “basta riflettere sulle motivazioni banali e futili del primo omicidio compiuto da Totò Riina”.
Man mano che il potere dei “corleonesi” aumentava e dopo l’arresto di Luciano Liggio, avvenuto a Milano, Totò Riina assunse il comando di Cosa nostra. Lo stesso Riina, come commentarono i pentiti, usò l’arma subdola di mettere zizzania tra le famiglie mafiose, addossando agli uni o agli altri gli omicidi orditi da lui stesso. L’intento, era scompaginare le alleanze per divenire il capo incontrastato. E, nemmeno l’opera di paciere, svolta dall’anziano capo mafia Salvatore Greco “Ciaschiteddu”, giunto di proposito a Palermo dal Venezuela, riuscì a ricomporre gli insorgenti contrasti tra “corleonesi” e una parte di “palermitani” che non gradivano essere sottomessi al volere di Riina.
Poi, l’uccisione di Stefano Bontade, seguita da quella di Salvatore Inzerillo, diede la stura alla sanguinosa “mattanza”, per sopprimere ogni dissenso al crescente potere di Totò Riina. In tanti definiscono l’inizio degli anni ottanta, come la seconda guerra di mafia. Non mi stanco mai di dire che non sono assolutamente d’accordo, giacchè in guerra ci devono essere due eserciti contrapposti, mentre nella “mattanza” ci fu soltanto la ricerca porta a porta, con conseguente uccisione, di coloro che avevano espresso contrarietà a Riina. Chi, come me visse quella stagione degli ammazzati/numerati, ovvero i numeri assegnati, dal mitico giornale L’Ora alle vittime, non può che essere in disaccordo con coloro che insistono a ritenere che negli anni 80 ci fu una guerra di mafia.
I numerosi pentiti, come Buscetta, Mutolo, Contorno e Francesco Marino Mannoia, definiti con disprezzo “scappati”, mi raccontarono che “l’ascesa al potere di Totò Riina, fu agevolata dall’inerzia e dalla mancanza di “polso” del Capo di Cosa nostra Michele Greco”, che di fatto, consegnò le chiavi della città di Palermo a Totò Riina e quindi si aprirono le porte dell’inferno. Le strade di Palermo, diventarono testimoni della più bieca violenza che un essere umano poteva mai concepire. Il sangue, tinse di rosso le vie di Palermo e dell’hinterland, mentre le fognature, ahimè, raccolsero i poveri resti di centinaia di uomini sciolti nell’acido. Un pentito mi illustrò il modo come questa pratica veniva condotta.
E, mentre sto scrivendo, non posso non andare con la mente a quel periodo e quindi rattristarmi per le barbarie commesse dagli uomini di Totò Riina: indifese donne e bambini, carabinieri, magistrati, poliziotti, politici, tutti morti ammazzati. Amici e parenti, uccisi col fine di stanare gli “scappati” che si erano nascosti. Rivedo nitidamente, strade e piazze con i corpi martoriati dalla gragnola di proiettili. Non riesco a dimenticare quella testa mozza, che trovai sul sedile di un auto davanti la stazione Centrale, mentre il corpo lo rinvenni nel bagagliaio o come quel corpo di un uomo rinchiuso nel bagagliaio di una 127/top di colore nero, con in bocca i propri genitali. Oppure, quel mafioso che uccise la sorella, la cognata e il cognato, per lavare l’onta del disonore. E, che dire di quel padre/mafioso, che diede l’ordine di uccidere la propria figlia, sol perché si era innamorata di una persona sbagliata. E quando la ragazza fu massacrata a colpi di pistola, anche l’uomo innamorato si tolse la vita, gettandosi da un palazzo. Questa, era la Cosa nostra: l’inferno.
Le conseguenze di aver consegnato su un piatto d’argento le “chiavi” di Palermo, a Totò Riina, furono davvero raccapriccianti: un inferno ammantò la martoriata Palermo: inferno reale e non quello indicato nelle cantiche dal Sommo Poeta,
Ora, Riina e company dovranno chiedere ad altri le chiavi per uscire dal 41/bis.
Il fuoco dell’inferno, spentosi con le stragi del 92/92, lacerò tanti cuori e solo la verità potrà alleviare le sofferenze e rimarginare in parte le ferite, ma per favore non chiedetemi di dimenticare. Non posso!

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