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Mafia, Giovanni Tizian e l’eldorado Emilia-Romagna.

Toh! L’Emilia-Romagna, terra di piadina, sangiovese, cappelletti e “liscio”, con decenni di ritardo, scopre di essere diventata territorio appetibile dei potenti clan dei Casalesi, Cosa nostra e ‘Ndrangheta. Sembra di assistere al fenomeno in cui all’improvviso, forse a causa di una antica scienza empirica, il popolo emiliano-romagnolo, si accorge di avere i mafiosi in casa propria. In buona sostanza, l’amaro risveglio ha il sopravvento sul torpore e sulle ripetute dichiarazioni escludenti il fenomeno mafioso, quando, invero, i campanelli di allarme suonavano già sin dagli anni 70. Ma, il leitmotiv era “ qui non c’è mafia”. O semplicemente, si cercava di esorcizzare un male impropriamente relegato al Sud d’Italia, ma che invece, sotto mentite spoglie, la mafia operava nell’alta finanza e nell’imprenditoria del Nord.

La mafia, era vista come un fenomeno distante anni luce dalla mentalità degli emiliani-romagnoli, ma si sa che i “baiocchi” o i “picciuli” non hanno odore.

Poi, se si considera che anche in Sicilia, non solo lo Stato ma anche alti prelati, negavano l’esistenza della mafia, dicendo …”che la mafia era delinquenza comune e non associazione a largo raggio”, non c’era da stupirsi della negazione mafiosa in terra di Emilia-Romagna.

Ma, ritornando all’Emilia-Romagna, si trattò di una sottovalutazione o negazione di un problema?

E’ plausibile la seconda ipotesi, talchè è più devastante chi non vuol vedere o non vuole ascoltare. Il fatto che in Emilia-Romagna, non si usassero i kalashnikov o il tritolo, non significava che l’organizzazione mafiosa non fosse presente nel territorio. Anzi, come dimostrarono alcune indagini, proprio in Romagna negli anni 80 Cosa nostra, avrebbe investito capitali nell’edilizia.

E, alla fine un giovane cronista Giovanni Tizian, che con le sue inchieste ha denunciato le infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, è costretto a girare con la scorta e proprio nella Terra ove il concetto di libertà non è una parola strusa o priva di fondamento.

Comunque, che la Regione emiliano-romagnola rappresentasse l’eldorado per gli investimenti e il riciclaggio dei capitali illeciti, come sta del resto  emergendo anche in Lombardia e Veneto, è un dato di fatto emerso in numerose indagini di polizia, ma ciò non significa che la ramificazione del potere mafioso non fosse presente già da diverso tempo. La presenza di uomini d’onore nel capoluogo emiliano, è riscontrabile già da alcuni decenni.

E, in questo strano ma vero, ove le forze politiche e i dirigenti dell’ordine e sicurezza pubblica del territorio, si affannavano a negare infiltrazioni mafiosi, di contro, invece, si progettava l’apertura di una sezione della D.I.A. a Bologna già dai primi anni 90.

Adesso, il nuovo ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, che certamente conosce la realtà emiliano-romagnola meglio di qualcun altro, ha disposto l’apertura di una sede D.I.A. a Bologna e quindi ben venga, un organismo che sappia meglio combattere la mafia: l’Emilia-Romagna ne ha davvero bisogno per recidere i tentacoli della Piovra, prima che si dia ricorso alle armi.

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