Totò
Probabilmente l’hanno ignorata. Sarebbe stata una contraddizione con la scelta di adagiare la salma del caro estinto all’interno di una bara d’oro.
Si, perché per i mafiosi i morti non sono tutti uguali. Per chi sgarra in vita una colata di cemento come ultimo giaciglio. Ma per chi invece è stato esempio di lealtà, integrità, moralità, attaccamento alla “famiglia” l’eterno riposo deve farselo nel massimo del lusso.
Perché il Rampollo della famiglia mafiosa più forte di Montreal che fa capo a Nick Rizzuto senior, il fondatore della Sesta Famiglia, il clan più famoso della mafia canadese, alleato ai Bonanno di New York, non avrebbe certo potuto riposare in eterno in una semplice bara di mogano.
Oro per l’appunto. Come, prima di lui, John Gotti.
Nella Little Italy canadese va in scena la rappresentazione rituale del potere.
Non aveva un centesimo in tasca quando più di cinquant’anni fa il nonno lasciò la Sicilia per il Canada. Una escalation sensazionale, il raggiungimento dei massimi vertici della mafia facendosi spazio con lo spargimento di tanto sangue, quello dei suoi avversari che osavano contrastare la sua incredibile ascesa.
Il nipote ha trovato la morte la mattina del 29 dicembre scorso quando ad attenderlo, in pieno centro davanti a innumerevoli testimoni, c’era un sicario che gli ha scaricato contro parecchi colpi di pistola.
Nick junior, sposato e padre di due figli, a quanto pare, secondo alcune fonti, tornava dall’incontro clandestino con una giovane amante. La pubblicità data a questo particolare sembra avere parecchio indispettito il clan, considerato che il codice d’onore mafioso (e da che mondo e mondo il codice della mafia è globale, uguale per tutti) vieta assolutamente che vengano messi in discussione i legami coniugali.
L’estremo saluto ad un appartenente ad un clan mafioso in modo solenne, sfarzoso e (come è capitato a Nick Rizzuto) a volte lussuoso non è una novità.
I funerali di fior di mafiosi sono stati sempre un evento, negli Stati Uniti come in Sicilia. E significativa soprattutto è l’affluenza della gente “normale”. La presenza di persone comuni ai funerali di un boss rappresenta, senza dubbio, un’opportunità per tastare “l’indice di gradimento” che la mafia riesce ancora oggi ad ottenere nella società.
E al cittadino comune poco importa la consapevolezza che il suo viso sarà immortalato dagli obiettivi delle macchine fotografiche degli investigatori presenti discretamente all’evento.
Tanto l’alibi è bello e confezionato, una sfilza di luoghi comuni: “c’ero solo per rendere omaggio ad un essere umano che non c’è più” “di fronte alla morte siamo tutti uguali, non ci sono né buoni né cattivi…” “era pur sempre un figlio di Dio…”.
A Cinisi, il paese dei cento passi, quando si celebrarono i funerali del figlio del boss, ucciso per un regolamento di conti, c’era quasi tutto il paese. Al passaggio del feretro le saracinesche dei negozi venivano abbassate per rispetto.
A Montreal una sfilata di limousine e figure di gangster anni ’20 accompagna la salma di Nick Rizzuto.
Dall’altra parte del mondo, in Sicilia, fiumane umane partecipano ai funerali dei boss, dei loro figli, delle loro mogli.
E perché poi così tanta gente? Era un uomo di spicco? Un personaggio pubblico? Un filantropo? No. Un mafioso. O moglie di. O figlio di.
Anche nella morte la mafia non manca di godere di quella maledetta normalizzazione che la caratterizza da sempre e che la riconosce come istituzione.
Franco Cascio

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