“Lo stato non può processare se stesso”
di Giuseppe Del Giudice
Mi ritrovo a guardare lo special di Top Secret su Paolo Borsellino.
Penso alla grande forza morale che il sacrificio di questi uomini ha donato alle nuove generazioni.
“Le loro idee camminano sulle nostre gambe”, è vero, impensabile 20 anni fa. Si buca il sudario dell’omertà, si vuole sentire “il fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale”.
Il regalo più grande che questi grandi uomini ci hanno dato, è stato l’esempio, le parole, i sentimenti di chi, pur solitario, abbandonato, combatte; di chi pur fatto mira di opere dilatorie ai limiti del sopportabile, continua; di chi pur consapevole della “condanna a morte” non si tira indietro; di chi pur vedendo i colleghi cadergli intorno, vittime della loro troppa parsimonia “a fare bene il proprio dovere” fino in fondo, di chi boicottato e tradito da uno stato compiacente che tutto quello non lo voleva, non desiste.
Quello non è “lo stato”. In questa Italia bellissima e disgraziata, non c’è uno stato. E’ da tempo che non lo abbiamo.
Chi millanta lotta alla mafia, riforme della giustizia in melius, Democrazia sostanziale, in questi anni dovrebbe riflettere su come “Uno stato” ha visto morire al fronte, suoi “uomini” e ha omesso ogni azione difensiva, offensiva.
Come se non bastasse occulta la verità, quella scoperta da un Falcone e da un Borsellino, che fa “tremare” qualcuno in quel di Roma.
Quando “nuovi uomini vanno al fronte” a riprendere la lotta “volontariamente” [il “Pool Caselli”, dopo il Pool Chinnici e Caponnetto N.d.A], si allarma a fronte della capacità d’azione della macchina giudiziaria, tenta di fermare tutto, e ci riesce.
Mi piacerebbe un giorno un giornale titolato : “Ritrovata l’agenda rossa di Paolo Borsellino, Roma trema”; spero che da Lassù dia una mano a tanti altri grandi uomini che lo “Stato” lo sono veramente, a cambiare questa nostra Italia.
Riviene all’attualità più dura Leonardo Sciascia che ammoniva : “Lo stato non può processare se stesso”. Come nel 1992 così nel 2008. Egli stesso non può permettere che una sua mano “ammanetti” l’altra. E se questa si discosta dal “volere imposto”, ebbene, sarà meglio “tagliarla”; produrrà scompiglio, dolore, ma quantomeno l’altro arto e il “corpo tutto” sarà salvo.
“Lo stato non può processare se stesso”. Ha gli strumenti per impedirlo e con indifferenza li utilizza.
Lo stato sa demagogicamente “imbeccare” i cittadini; sa come “sedare la rabbia sociale”; conosce il modus operandi per “rassicurare” lo sgomento collettivo: a fronte di accadimenti terribili, dogmaticamente inaccettabili (la strage di due Giudici Antimafia e gli agenti della scorta con mezza autostrada fatta a pezzi e un quartiere e un palazzo sventrato…) egli lascia scorrere nella “sua mano integra e forte”, la catena che cinge il collo di “Signora Giustizia”.
Essa chiamata all’opera a fronte dell’efferata notizia criminis condanna, rieduca, ristabilisce legalità sostanziale in un processo che, inesorabile, avanza (secondo un’idea di giustizia libera da “costringimenti” e “pesi” inutili; non quella attuale quindi); finché, fatalità, rivolge la sua attenzione verso lo Stato stesso (concorrono nel discusso “caso” servizi segreti “deviati”, strani “appoggi forti a Roma”, i “Collaboratori di giustizia” che puntano gli indici ecc.) .
Esso “veggente” e, in questo, “campione di misure di sicurezza”, non nel senso tecnico-giuridico del termine, ma nell’accezione di sicurezza personale dei parlamentari nei confronti dei rinvii a giudizio etc.
A questo punto lo stato “ritira nuovamente la catena” costringendo “Signora Giustizia” a star lontano dal suo “membro incancrenito”.
All’opinione pubblica viene tutto prospettato come “giustizia è fatta”, e nell’occulto l’impunità è garantita.
Lo stato non può processare se stesso.
Giustizia è esigenza principis del vivere civile e consociato, è “intransigente”, “uguale per tutti”, è il “bonum et aequum”, è “indipendente”. La Magistratura che la applica è un’istituzione con tale forza e uguaglianza d’azione da risultare devastante per i “poteri forti” che delinquono.
Da qui la frenetica “battaglia” per asservirla di fatto al potere esecutivo. Quando l’esecutivo è “affarista”, suoi sono i “compromessi”, questi mediano, nell’ambito della illegalità, interessi che non possono essere manifesti (per più puntuali trattazioni in questo senso vedi M. Travaglio, G. Barbacetto, P. Gomez “Mani Sporche”; M. Travaglio, L. Abate “Intoccabili”).
Così Gustavo Zagrebelsky [docente di Giustizia Costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Nel 2004 è stato Presidente della Corte Costituzionale N.d.A]:
[…] La giustizia (o la rivolta all’ingiustizia) viene prima dell’azione collettiva: l’azione collettiva è funzione della giustizia e non il contrario: la giustizia non è valore finale ma principio o movente. Essa sta alle nostre spalle, come dovere morale che dobbiamo adempiere: non sta davanti a noi, come il sol dell’avvenire che dobbiamo rincorrere a ogni costo. A ogni costo: l’ingiustizia non può essere il mezzo, o il prezzo voluto o previsto, di nessuna politica pubblica, per quanto alto e nobile sia l’ideale che questa persegue. […]La politica che si fa forte della giustizia è semplicemente un’usurpazione, è la politica che si appropria della giustizia degli inermi e si prepara a cancellarla. […] (tratto da “Lezioni Bobbio. Sette interventi su etica e politica.” Einaudi, Torino 2006).
Accadde in quel di Roma, 1 luglio 1992, che il pentitismo di un tal Gasparre Mutolo, sta per scoperchiare la pentola di nefandezze, a raccogliere le confessioni il Giudice Paolo Borsellino.
Il collaboratore di giustizia non voleva “verbalizzare” nulla, se prima di parlare di “ alcuni giudici e di alcuni funzionari dello stato molto importanti” (si consulti sul tema, S. Rizza, G. Lo Bianco “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”), non avessero verbalizzato tutto quello che sapeva sull’organigramma mafioso; tutto anticipato dall’ormai tristemente consueto “avvertimento”: “c’è questo pericolo, insomma, mi sa che questa cosa qui finisce male”.
Durante l’interrogatorio arriva la convocazione al Viminale, è il neo Ministro degli Interni Mancino che “sembra” averlo convocato, con una telefonata [ Egli dichiarerà all’Autorità Giudiziaria, che non era al corrente che il dottor Borsellino fosse a Roma ad interrogare Mutolo, e quindi esclude di averlo convocato personalmente al ministero N.d.A].
Il tal Mutolo attende qualche ora il ritorno del Giudice Borsellino per proseguire la verbalizzazione. Dirà egli stesso il 21 Febbraio 1996, nell’aula del processo per la strage di via D’Amelio: “[…] Mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano […] “Dottore che cosa ha?” e Lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi [Capo della polizia in quegli anni N.d.A] e con il dott Contrada [Numero tre del Sisde, condannato poi per concorso esterno in associazione mafiosa N.d.A]… mi dice di scrivere, di mettere a verbale quel che gli avevo detto oralmente, cioè che il dottor Contrada, diciamo, era colluso con la mafia, che il giudice Signorino, diciamo, era amico dei mafiosi…amico…[…]”.
Mancino riferisce: “Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla […] era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali […].
Dirà Giovanni Brusca [ collaboratore di giustizia, l’uomo che azionò materialmente il telecomando di Capaci N.d.A] in merito a questo strano pomeriggio al Viminale: “Borsellino muore per la trattativa che era stata avviata tra i boss Corleonesi e pezzi delle istituzioni”; “il magistrato, dopo la strage di Capaci, ne era venuto a conoscenza e qualcuno gli aveva detto di starsene in silenzio [durante quello strano pomeriggio al Viminale? N.d.A], ma lui si era rifiutato. A Borsellino era stato proposto di non opporsi alla revisione del maxiprocesso e di chiudere un occhio su altre vicende [la famosa trattativa tra i Ros e Vito Ciancimino, e la consegna del “papello” di Riina, le sue richieste per la cessazione delle stragi N.d.A]. Il suo rifiuto ha portato 20 giorni dopo, a progettare ed eseguire l’attentato di via D’Amelio”.
“Lo stato non può processare se stesso”, si è arrivati ad un punto in cui, esso si alimenta dell’instupidimento dell’opinione pubblica, nella speranza che degradi nel ricordo del cittadino ciò che non si è riuscito a occultare. Non può “l’ingiusto” combattere “l’ingiusto”. Non può “un’etica degradata a illegalità” vincere “l’illegalità stessa”. Non può un “centro di interessi deviato” opporsi ad un altro centro di interessi deviato.
La filosofia dominante è, è stata, e sarà quella del “compromesso” che garantisca profitti ad entrambe le parti. L’utilizzo di un semplice sillogismo dimostra la drammaticità del nostro disgraziato e tanto bel paese:
Premessa minore: “interesse criminale”, Premessa maggiore: “interesse politico-economico-affaristico occulto”, Risultato: “Compromesso tra interessi”. Semplificando: “io do a te, ma tu dai a me”.
Disastroso se si pensa che da entrambe le parti, altri interessi sviluppano ulteriore “illegalità” e di conseguenza la ricerca della conseguente “impunità” in un circolo vizioso che puntualmente non ha mai fine:
L’organizzazione mafiosa delinque, dunque estorce, traffica, uccide, e così delittuosamente ipotizzando.
Uomini delle istituzioni lottizzano media (serve per far credere alla povera gente che tutti i “testi” nei processi sono millantatori, bugiardi ecc; serve per tenere, il popolo, nell’ignoranza atta a nascondere la vera realtà delle cose; ancora sono utili per “controllare” le “voci” che si affacciano all’informazione, controllando che non siano “sbagliate” altrimenti: “contrordine, fuori!”; sostanzialmente servono a depauperare di fatto tutto ciò che nell’art. 21 Cost. è espresso), producono leggi pro domo loro (per i più svariati fabbisogni legali o economico-finanziari),non si risparmiano leggi c.d. contra personam, magari per impedire di fatto l’elezione di un Giancarlo Caselli alla Procura Nazionale Antimafia (sarebbe stato un bel guaio per i mafiosi) leggi “ad mafiam” (come dice Marco Travaglio), boicottano “Signora Giustizia” (qualche rinvio a giudizio riesce ancora a tramutarsi in processo fino alla prescrizione), “esautorano di fatto” i Principi Fondamentali della Costituzione, e se la necessità è davvero alta ,ottemperano al completo esautoramento della macchina giudiziaria (se funziona da’ solo problemi, bisogna far lavorare a marce forzate camere, ministri ecc. per “aggiustare” la parti del codice penale e di procedura e qualche legge che “sono scomode”, meglio effettuare “una riforma organica della giustizia una volta per tutte”, risultato raggiunto: “il 95 % dei reati non viene punito”, le carceri piene di extracomunitari che hanno spacciato qualche dose, e colpevoli di omicidio.
Ma per falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio, corruzione in atti giudiziari ecc.? La prescrizione. E se non basta? Attenuanti generiche, due attenuanti, magari un’aggravante e arrivati a due anni di reclusione la “sospensione condizionale della pena” o diversamente “l’affidamento in prova ai servizi sociali”; la legge “Gozzini”, se si ha sfortuna e si finisce in carcere, che detrae dalla pena da scontare un mese e quindici giorni per ogni semestre, tre mesi all’anno dunque se “il condannato abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione”, i rimedi sono tanti e vari. ), le riserve di legge che pone la nostra Costituzione, sono sfruttate a dovere dal conclave dei despoti della Democrazia e legalità.
L’illegalità e la delinquenza tutta si combatte “anche” con la macchina giudiziaria, ma come può permettere un centro di potere delinquente di farla funzionare, verrebbe prima o poi a farci i conti. Ergo non può permettere un grado di sufficiente azione; ma di converso gravi problemi come “le criminalità organizzate” e altri gravi problemi hanno pur bisogno di essere combattuti; ma se vengono combattuti, e la giustizia funziona, è lo stato delinquente che si rivolge contro l’azione giudiziaria stessa, alias non si può permettere che venga combattuto tutto, ma solo una parte di delinquenza, “una categoria”, “un livello”, quello basso ovviamente, perché se ci si rivolge “a quello alto” lo stato potrebbe mordersi la coda.
Ci vorrebbe “il bianco” che combatta “il nero”; “il giusto” che si opponga “all’ingiusto”. Lo stato non può processare se stesso.

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