di Aaron Pettinari – 1° agosto 2013
Che Stato è quello che abbandona i testimoni di giustizia togliendo i contributi previsti dal programma protezione senza neanche avvisare? E’ questa la domanda che sorge spontanea una volta che si viene a conoscenza di quanto accaduto all’imprenditrice palermitana Valeria Grasso (foto).
Sono due anni ormai che è entrata nel programma di protezione testimoni dopo che ha avuto il coraggio di ribellarsi al gioco del racket facendo arrestare i suoi estorsori, appartenenti al clan Madonia fra cui Maria Angela Di Trapani.
Con i suoi tre figli vive in località protetta dove ha vissuto per sette mesi in un albergo, prima di approdare in un appartamento. Persino qualche giorno fa si è recata a vederne degli altri anche perché la famiglia ha bisogno di stabilità e per i figli Valeria Grasso è disposta a fare di tutto.
E io, che non lavoro da un anno e mi trovo mio malgrado a dover andar via dalla mia terra, come dovrei fare con i miei tre figli a carico? E’ questo il modo in cui lo Stato ha intenzione di proteggere chi ha scelto la legalità denunciando reati? Io voglio sapere il motivo per cui mi è stato tolto l’accredito e per quale motivo non sono stata avvisata ma devo venirlo a sapere quasi casualmente. Io voglio che si faccia chiarezza su questo e per farmi ascoltare sono disposta anche a gesti estremi se necessario”.
Quindi aggiunge: “Non mi pento della scelta fatta e, cioè, quella di denunciare i miei estorsori. Neanche i miei figli me lo hanno fatto mai pesare, anzi si sono sempre detti orgogliosi. Neanche mia figlia Margherita, nonostante tutto quello che ha vissuto e sta vivendo. Ma se è giusto che, ancora oggi, vada in giro per l’Italia a incontrare tante persone per dire loro quanto sia importante non pagare il pizzo, è altrettanto importante dirgli come stanno le cose. Il Programma di protezione per i testimoni di giustizia non funziona perché ci sentiamo lasciati soli. Non ne faccio una questione di soldi, i miei figli avranno sempre da mangiare in qualche modo. Durante il periodo in cui mia figlia è stata male, a parte gli amici ed i compagni di lotta da nessuno mi è stato chiesto se avessi bisogno di qualcosa. E anche questo è importante se si vuole convincere ad un testimone di giustizia che ha fatto la scelta giusta.
In questo modo più che un programma di protezione sembra una punizione, una distruzione per chi denuncia. Io ho solo fatto il mio dovere di cittadina ed è così che veniamo trattati? Mi chiedo se il Ministro Cancellieri è al corrente di questa situazione. Il messaggio che passa attraverso queste azioni è devastante. In passato non ho mai detto certe cose anche per rispetto della privacy della mia famiglia ma ora denuncio queste situazioni perché è giusto che si sappia. Intanto oggi sono stata in Procura per denunciare quanto accaduto. Ma io vado avanti e se questa deve essere la situazione tanto vale che non torno più nella località protetta. Tanto vale che resto dove voglio stare, ovvero nella mia terra e nella mia città. Pur sapendo i rischi che corriamo io e la mia famiglia. Qualche giorno fa mia figlia, di appena 11 anni, ha ricevuto una telefonata anonima in piena notte sul cellulare dove qualcuno in siciliano le ha detto “So chi sei e so chi è tua madre”. Un fatto questo che ho già denunciato agli organi inquirenti. Noi testimoni di giustizia chiediamo solo rispetto. Non è una questione di soldi ma di dignità di essere umani. Perché sono consapevole che la condanna a morte ce l’avrò per sempre ma non posso permettere che venga calpestata”.
Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

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