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Libera su Bruno Caccia, ‘l’80% dei familiari di vittime di mafia non ha mai saputo tutta la verità’

26 giugno 2026 – 43 anni dopo l’omicidio del procuratore 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚, ci siamo ritrovatə in via Sommacampagna, davanti alla targa che ne custodisce la memoria, proprio nel luogo dove fu ucciso dalla ‘ndrangheta il 𝟐𝟔 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝟏𝟗𝟖𝟑.
🌸 Un momento di commemorazione e riflessione, alla presenza delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine e di tantə cittadinə che continuano a riconoscere in Bruno Caccia un esempio di rigore e servizio allo Stato.
🗣️ Diversi gli interventi che si sono succeduti per ricordare il Procuratore e per farne memoria: il Viceprefetto vicario 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐚 𝐓𝐫𝐢𝐩𝐨𝐝𝐢, il Vicario del Questore 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐃𝐞 𝐍𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨, la sostituta Procuratrice Consigliera 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐚 𝐍𝐮𝐜𝐜𝐢, il Procuratore Aggiunto 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐒𝐩𝐚𝐫𝐚𝐠𝐧𝐚, l’assessore della Regione Piemonte 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐓𝐫𝐨𝐧𝐳𝐚𝐧𝐨 e l’assessore della Città di Torino 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐓𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨.
Presente anche 𝐆𝐢𝐚𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐂𝐚𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢, ex magistrato e presidente onorario di Libera, che iniziò il suo percorso in magistratura proprio accanto a Bruno Caccia, condividendone anni di lavoro e un legame umano profondo.
Particolarmente significativo il ricordo della figlia, 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚, che ha restituito il volto più intimo di un padre capace di trasmettere valori importanti nella quotidianità, senza bisogno di grandi parole: valori vissuti ogni giorno, attraverso l’esempio.
Un esempio che ancora oggi parla a tutta la comunità.
A chiudere gli interventi, le parole di 𝐃𝐨𝐧 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐂𝐢𝐨𝐭𝐭𝐢, co-presidente di Libera Contro le Mafie che ha richiamato l’attenzione su una realtà che non possiamo smettere di guardare: le mafie al Nord esistono da decenni e hanno cambiato forma. Oggi non sono soltanto quelle che sparano e fanno rumore, ma organizzazioni capaci di infiltrarsi nell’economia legale, negli investimenti, nelle imprese e nei luoghi dove si esercita il potere.
🌻 La memoria di Bruno Caccia, quindi, ci ricorda che il contrasto alle mafie passa dalla responsabilità quotidiana di ciascuno: istituzioni, cittadinə, comunità.
Come recita la targa in sua memoria, fu ucciso “𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑖𝑒𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑙𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑟𝑖𝑚𝑖𝑛𝑒”.
Per il suo senso del dovere.
Per aver scelto, fino in fondo, lo Stato.
LIBERA

Il ricordo di Bruno Caccia 43 anni dopo l’agguato in cui fu ucciso

La famiglia cerca ancora la verità. E in tanti hanno preso esempio dal procuratore ucciso dalla ‘ndrangheta. La cerimonia sul luogo del delitto

Diciassette colpi di pistola. Un agguato di ‘ndrangheta sotto casa sua, mentre portava a spasso il cane. Era il 26 giungo 1983. Fu il primo giudice ucciso dalla mafia nel nord Italia.

Secondo i dati dell’associazione Libera, l’80 per cento dei familiari di vittime di mafia non ha mai saputo tutta la verità sull’omicidio dei loro cari. La famiglia di Bruno Caccia è una di queste. “Il gruppo che ha organizzato il delitto è stato individuato: ci sono stati due ergastoli – spiega la figlia Paola Caccia – Ma a noi ci interessa il movente vero, il movente più alto. Ci è sembrato un po’ riduttivo il fatto che sia stato ucciso perché era inavvicinabile”.

Ma l’eredità di Bruno Caccia non si spegne. E la verità si cerca ancora, pure da parte di chi ha contribuito a individuare gli autori del delitto, come Roberto Sparagna, procuratore aggiunto di Torino: “Da Bruno Caccia ho imparato la serietà nell’attività professionale, scienza e coscienza nell’affrontare i problemi che quotidianamente si pongono nel nostro lavoro perché noi comunque decidiamo della libertà delle persone e del loro patrimonio”, dichiara.

Solo in Piemonte sono 900 gli affiliati alle mafie, secondo il rapporto dell’associazione Libera. Per questo gli addetti ai lavori criticano duramente la recente delibera del Consiglio superiore della magistratura. Il provvedimento individua 11 procure da rafforzare con professionisti esperti per contrastare le mafie, ma nessuna nel Nord Italia. “E’ un segno di non conoscenza, mi permetto di dire di ignoranza – afferma Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera – Parlano i dati; parlano le inchieste. Parlano i fatti: non si possono negare i fatti”.

TGR RAI Piemonte

 

 

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