Press "Enter" to skip to content

Lettera ai familiari di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta.

Uso un eufemismo oramai d’uso corrente, ovvero le “sentenze si devono rispettare”. Parole, che potrebbero essere condivisi, ma mi riesce arduo farlo, poiché la sentenza della Corte d’Appello di Catania, che ha rigettato l’istanza di revisione del processo della strage di via D’Amelio, mi procura disagio e sofferenza. E, questa mia sofferenza non potrà mai essere paragonata a quella dei familiari del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta. Ma ciò non mi impedisce di esternare loro, la mia vicinanza per un diniego giunto a ciel sereno. Qualcuno, senz’altro dirà aspettiamo le motivazioni della sentenza. Giusto! In uno stato di Diritto è giusto che sia così, come lo sono le scarcerazioni delle persone innocenti, ingiustamente detenute. Ma, la Corte di Appello di Catania, nel momento in cui decretava con sentenza l’innocenza dei presunti autori, applicando la fredda giurisprudenza, non teneva conto che in via D’Amelio, non persero solo la vita servitori dello Stato, ma fu vilipesa oltraggiata e calpestata la dignità dell’Italia intera. In via D’Amelio, dopo il 19 luglio 1992 si ipotizza che fu compiuta la più grande manipolazione della verità, iniziata col furto della Agenda Rossa di Paolo Borsellino e proseguita con depistaggi: depistaggi che , al momento, non stabiliscono responsabilità dolose, negligenti o di altra natura.

Non sono un giurista e quindi lascio ad altri le valutazioni di merito. In questo momento voglio essere accanto a tutti i familiari vittime della strage di via D’Amelio.

In questo particolare momento registro un cambiamento radicale di quella che fu la geniale intuizione del giudice Rocco Chinnici che di fatto diede vita al pool antimafia: pool che con tanti bastoni tra le ruote, fu poi rinvigorito da Caponnetto e che vide quali attori principali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tanti altri magistrati.

Noto che il cambiamento, piuttosto che guardare al futuro per impedire gli errori di valutazioni del mondo mafioso, sembra che tenda a “normalizzare” e ridurre il contrasto alla mafia medesima. Un po’ come dire, che siccome oramai le mafie non sono considerate un pericolo, riportiamo le lancette dell’orologio al periodo di pax mafiosa risalenti agli anni ’50. I segnali ci sono tutti e spaziano dalla mancanza di fondi per le unità investigative ai continui attacchi e immotivati verso la magistratura in generale.

Caro Salvatore, mi rivolgo a te perché siamo legati da profonda stima e amicizia e devo dirti amico mio, che vedo un cielo plumbeo che avvolge Palermo e non solo: vedo, ahimè, anime in pena che aspettano giustizia e chissà se mai l’avranno; vedo, invero, un Popolo che aspetta giustizia, un Popolo assetato di verità che vuol conoscere chi ha progettato e posto in essere la strage di via D’Amelio. Oggi, caro Salvatore e cari familiari, la verità che sembrava a portata di mano si è nuovamente allontanata con la sentenza di Catania.

Lo so, mi rendo conto che ci troviamo in un momento caratterizzato da profonda malinconia. Come so che nell’area mafia nulla è scontato e che ci potrebbero essere stati accordi stipulati illo tempore tra uomini d’onore, taluni politici e uomini delle istituzioni. E, sia io che te caro Salvatore, sappiamo bene che la firma in calce alle cambiali va onorata ed è verosimile che Cosa nostra stia facendo di tutto per incassarle. Del resto nelle ultime esternazioni di Totò Riina, si colgono messaggi non tanto criptati.

Ma voi e noi non dobbiamo abbatterci, dobbiamo perseverare ed urlare il diritto di conoscere la verità negata. La nostra forza dovrà essere alimentata dal ricordo dei vostri familiari che hanno pagato un alto tributo di sangue e che oggi vengono “risarciti” da questo Stato, con teatrale incoerenza.

Un abbraccio Pippo

Be First to Comment

Lascia un commento