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Leggo e piango: non è tempo di lacrime, non è tempo di piangere, è tempo di resistenza

Caro Salvatore e cari ragazzi dell’agende rossa, intanto grazie! grazie! grazie! Mi sono iscritta qualche giorno fa e non avendo troppa dimestichezza, non ho saputo lasciare un commento alla notizia delle minacce al figlio Ciancimino. Vorrei sapere come si può fare per esprimere solidarietà a Massimo Ciancimino. Sono un’insegnante, sto utilizzando le mie vacanze studiando e leggendo. Sono partita dalla storia mistificata (anche quella!) dell’unità d’Italia per passare a quel: “Io non tacerò” del grande, immenso Caponnetto. Leggo e piango. Sottolineo, prendo appunti pensando ai miei alunni e …piango. Salvatore lo ha detto in un incontro a Sant’Elpidio, l’ho ascoltato ieri sera: “Se qualcuno mi dice ‘mi ha fatto commuovere’ mi arrabbio con me stesso. Non è tempo di lacrime, non è tempo di piangere, è tempo di resistenza“. Lo so e condivido in pieno. Ma la resistenza si fa insieme, ed è questo l’aspetto più terribile.

 

Siamo in molti ad essere scontenti, sconcertati, ma restiamo immobili.  L’indignazione c’è, per quanto mi riguarda da più di 30 anni, ma il passaggio dalla resistenza alla reazione è un’altra cosa. Non appena metto il naso fuori, trovo contrasti, litigi, incomprensioni persino tra chi dice di avere gli stessi scopi, lo stesso colore. Nell’attesa di una reazione collettiva da costruire, penso che, nonostante l’impegno della Gelmini a cancellare l’articolo 33 della Costituzione, utilizzerò il mio potere di insegnante. Quest’anno nell’affrontare il libro di storia con i miei ragazzi di terza media, capovolgerò il testo partendo da quell’ unico capoverso di fine capitolo che recita così (trascrivo per intero il pezzo perché mi sembra molto interessante):

 

 

 

 

Mafia e criminalità organizzata diventano sempre più potenti. In questa situazione di crisi dei partiti e di debolezza dello stato si intensificano le attività criminali delle organizzazioni della malavita, da secoli potenti e attive in Sicilia (la mafia), in Campania (la camorra), in Calabria (la ‘ndrangheta), in Puglia (la sacra corona unita). Segno di perdurante impotenza delle istituzioni dello stato furono l’assassinio a Palermo, nel 1982, in un agguato di mafia, del prefetto della città, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e nel 1992, in due attentati successivi, dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che avevano fino ad allora diretto con successo le attività di un pool (gruppo organizzato di magistrati e poliziotti) antimafia.

 
 
 
Farò in modo che quella sparuta riga su Giovanni e Paolo diventi un progetto di vita.
 

Un abbraccio affettuoso e grazie per il vostro impegno,

Maria Teresa  

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