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La VOCE di una docente universitaria



In questi giorni di grande tumulto può facilmente capitare di venire assediati dai tanti discorsi (o minacce oserei dire in alcuni casi) che vengono fatti per placare l’animo studentesco, dai tanti discorsi che si è abituati a fare quando vogliamo convincerci che non possiamo fare nulla per migliorare la nostra situazione perchè “se quelli lì hanno deciso cosi, allora è inutile manifestare, è inutile arrabbiarsi”. Ho visto persone, che forse spaventate da ciò che era accaduto a Roma il giorno precedente durante la manifestazione, hanno preferito evitare di scendere in piazza a Milano giovedì 30 ottobre.
Ma fortunatamente in questo caso ci sono stati molti più “coraggiosi”, cosi coraggiosi da aver riempito l’intera Piazza del Duomo; un corteo numerossisimo che è partito alle 9.00 del mattino da Largo Cairoli per attraversare l’intero centro di Milano, un corteo di giovani “ribelli”, di genitori preoccupati per il futuro dei propri figli, di insegnanti informati, un corteo accompagnato dalle canzoncine allegre e dai girotondi sereni dei bambini, un corteo ostacolato inizialmente dalla pioggia e dal vento ma poi accolto alla fine del percorso dalla luce del sole; quasi volesse anche il tempo ribadirci che anche dinnanzi alle avversità, alle apparenze che riteniamo ostacolarci, quello che conta è la perseveranza nel riavere ciò che ci viene tolto e che di diritto ci spetta.
Mi sono poi chiesta, frequentando l’università, quale potesse essere il pensiero, l’opinione di un docente universitario dinnanzi a cosi tante proteste; ho cosí avuto l’opportunità di incontrare una giovane professoressa, Barbara Biscotti, una di quei docenti che ama condividere il proprio sapere con gli studenti piuttosto che tenerlo per sè, una di quei docenti che con gli studenti ci parla, si confronta,l i informa, una tra quei docenti che alla manifestazione del 30 ottobre a Milano c’era!

Riporto di seguito l’articolo ricevuto da Barbara Biscotti, professoressa affidataria di Diritto Romano alla Facoltá di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Milano Bicocca e le faccio i miei ringraziamenti per la spontaneità e l’obiettività delle sue parole, nonchè per la vicinanza che sta dimostrando ogni giorno verso i propri studenti. 

Fare università non è cosa da fannulloni. Né dal punto di vista di chi insegna, né da quello di chi impara.

Mi guardo intorno e vedo colleghi che sacrificano la loro vita personale per riuscire a fare i docenti universitari come è loro richiesto: studiare per tenersi aggiornati, preparare con cura le lezioni, seguire con attenzione i laureandi, scrivere libri, organizzare convegni, seguire gli allievi, svolgere le loro mansioni all’interno delle diverse commissioni e consigli, dare seguito alla sempre crescente richiesta di adempimenti burocratici, ascoltare gli studenti anche quando vengono solo per un consiglio.

Mi guardo intorno e vedo studenti motivati, seri, interessati, che si lasciano stimolare e rispondono in modo sorprendente al docente che dà loro con generosità. Studenti che magari ogni giorno si fanno più di un’ora di treno per venire a lezione e studiano come muli per passare gli esami.

Mi guardo intorno e vedo personale tecnico-amministrativo preparato, qualificato, attento, disponibile, che si spacca letteralmente la testa per far funzionare tutto, muovendosi con vera capacità manageriale tra circolari ministeriali, leggi, leggine .


No, non ho le fette di prosciutto sugli occhi.

I docenti che se ne fregano ci sono, come ci sono gli studenti cocchi di mamma, che pascolano per anni all’università, e gli amministrativi che scaldano il posto aspettando che venga l’ora di timbrare il cartellino.

Ma, credetemi, sono una minoranza.

E comunque non ne troverete in piazza in questi giorni.
I baroni non scendono in piazza. I cosiddetti ‘bamboccioni’ nemmeno. E gli ‘statali’ (intesi come personale tecnico-amministrativo), per definizione, non hanno voglia.
Chi lavora seriamente in università è il primo a denunciarne i difetti e a chiedere a viva voce dei cambiamenti.

La confusione, però, è grande, persino tra chi nell’università si muove.

La generalizzazione è uno dei mali del nostro tempo e, ora come ora, molte persone confondono il decreto Gelmini, relativo alla scuola, con una presunta ‘riforma’ dell’università.
Questa riforma non esiste. Esiste la ‘133’, che fornisce delle indicazioni sui tagli di bilancio da effettuarsi.
L’università, dunque, non ha motivo di protestare per qualche cosa di già compiuto.
Ha, però, fondato motivo di preoccuparsi per ciò che si presente nell’aria e ha il dovere di far sentire la propria voce affinché i provvedimenti a venire (leggi decreto e prossima finanziaria) vadano nella direzione del miglioramento e non dell’affossamento.

La natura pubblica dell’università non può essere revocata in dubbio.

Non mi si parli di modello americano. Per favore.
Ammesso e non concesso che tutti vogliano “fa’ l’americani”, la nostra storia, la nostra società, la nostra cultura, sono diverse. Non migliori o peggiori, ma diverse.

Le fondazioni vanno benissimo. Ci sono, però, facoltà che, per loro natura, non producono risultati di ricerca traducibili in termini economici. Eppure voglio sperare che nessuno pensi di negare la pari dignità dei diversi saperi e la rilevanza essenziale di ciascuno di loro nel concorrere a formare la nostra società, indipendentemente da una loro stimabilità sotto il profilo economico.

La maladocenza non si risana decapitando il corpo degli insegnanti e facendone di cinque uno. In tal modo si ottiene solo il risultato di depauperare gli studenti, sotto il profilo quantitativo, ma, soprattutto, qualitativo.

Si eseguano controlli sul lavoro svolto dai docenti, si prendano provvedimenti contro quelli che non fanno nulla, si verifichi che non vi siano corsi con un solo studente, si appronti un sistema di reclutamento più trasparente.
Ma, per favore, si premino i tanti che all’università danno il cuore e la vita, non si privino gli studenti meritevoli e non abbienti della possibilità di mettere a frutto le loro qualità, non si butti tra le cose inutili la cultura non scientifica, senza la quale quella scientifica resterebbe uno zombie senz’anima.

E soprattutto si vada, per una volta, al di là delle parti.


Si getti il cuore oltre l’ostacolo e si abbia il coraggio di in-formare onestamente i cittadini, senza formule demagogiche, senza strumentalizzazioni di sorta.

Io credo che la nostra università, fatta di professori, studenti, tecnici, amministrativi, sia un gran corpaccione stanco, acciaccato, un po’ malato e consapevole dei suoi malanni, ma con un grande cuore ancora sano, che batte nelle aule, nelle piazze, negli uffici.

Come si può, però, curare un ammalato, senza ascoltare ciò che ha da dirci sui suoi mali?

Vale la pena di cercare ancora altri rimedi, prima di ricorrere all’eutanasia.
 
                                                                                                                Barbara Biscotti

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