Ospite della trasmissione anche Luigi De Magistris, europarlamentare dell’Italia dei valori, che è tornato sul tema dell’entità esterna evocata da Piero Grasso. “Nel ’91”, dice De Magistris, “c’era già stato l’omicidio del giudice Scopelliti, che doveva rappresentare l’accusa al maxiprocesso di Palermo ed evidentemente si era rifiutato di essere ‘avvicinato’; intanto Falcone - al ministero della Giustizia - aveva deciso di far ruotare i processi in Cassazione, non più esclusiva dunque di Carnevale; nel gennaio ’92, infine, al maxiprocesso di Palermo arrivano le condanne definitive ai mafiosi”. Insomma, secondo De Magistris, in quei mesi cambia del tutto il rapporto tra mafia e politica. “In quel momento”, dice l’europarlamentare, “saltano i garanti politici, sfuma l’elezione di Andreotti alla presidenza della Repubblica e Cosa Nostra decide di penetrare direttamente nelle istituzioni. Probabilmente Borsellino aveva compreso, dopo la morte di Falcone, che una parte dello Stato stava trattando”. “Non è pensabile”, conclude De Magistris, “che a negoziare fossero solo alcuni ufficiali dell’arma dei carabinieri. A mio avviso, leggendo soprattutto le carte del processo Dell’Utri, la nascita di Forza Italia segna lo sbocco finale della trattativa. Ma credo che le implicazioni siano molto più ampie. Vorrei sapere per esempio, da Nicola Mancino, allora ministro dell’Interno, se è vero o no che ha incontrato Borsellino poco prima che fosse ucciso”.
Barbara Spinelli, con i suoi editoriali sulla Stampa, ha chiesto più volte la piena verità sugli attentati di quegli anni. E su Repubblica Tv torna a lanciare il suo appello: “Le frasi di Piero Grasso, durante la commemorazione in via dei Georgofili hanno provocato un certo scalpore, per quanto breve. Il procuratore, però, aveva usato parole ancora più dure nell’agosto del ’98, quando chiese l’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri nell’inchiesta sulle stragi di Firenze, Roma e Milano. Allora parlò di elementi univoci sul rapporto tra Cosa Nostra e il soggetto politico-imprenditoriale rappresentato prima da Fininvest e poi da Forza Italia. Nel ’98 scriveva testualmente che il rapporto tra la mafia e gli indagati Berlusconi e Dell’Utri non aveva mai smesso di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale”. Il giudizio di Spinelli è netto: “La classe politica avrebbe dovuto reagire fin da allora alle affermazioni di Grasso. Dopo frasi del genere, avrebbe dovuto espellere immediatamente il corpo malato. Perché per una condanna politica non serve la condanna dei giudici. Invece sono passati dodici anni e quella reazione non c’è stata”. Sull’Italia Spinelli dice: “Da noi manca l’attivazione dell’anticorpo politico, civile, dell’informazione. Il vero giustizialista è chi non esige questo filtro politico e civile e dà ai magistrati il monopolio totale sul giudizio. La storia della politica italiana è la storia di una memoria regolarmente insabbiata, frantumata. Per quanto riguarda la stagione delle stragi di mafia è una memoria completamente assente”. Ma quella di Spinelli non è una resa: “Rassegnarci all’oblio assolutamente no”, dice. “Ci sono gli elementi che vengono dalle inchieste. C’è il lavoro dei magistrati, ma anche quello dei politici, dei giornalisti. La battaglia, insomma, continua”.
Tiziana Testa da Repubblica.it (8 giugno 2010)

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