21 aprile 2026 – Pubblichiamo di seguito l’intervento che Francesco Maria Caruso, già presidente del Collegio giudicante del processo Aemilia, ha svolto venerdì 17 aprile 2026 nell’ambito del convegno “10 anni dal processo Aemilia” (convegno svoltosi presso il Centro internazionale Loris Malaguzzi, Reggio Emilia). L’incontro è stato promosso dal Comune con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, a dieci anni dall’avvio del più importante processo intentato contro la ‘ndrangheta nel Nord Italia e in particolare in Emilia Romagna.
Francesco Maria Caruso: ‘Ringrazio il sindaco Massari per l’invito a partecipare a quest’incontro.
Ringrazio le Autorità presenti e quanti manifestano interesse perché sul processo Aemilia non scenda la coltre dell’oblio.
Non è un momento celebrativo.
Né dovrebbe essere una ricorrenza rituale.
Piuttosto un’occasione per migliorare la comprensione di una realtà in movimento.
Per questo ritengo che chi interverrà dopo tratterà temi per certi aspetti più coinvolgenti, senza con ciò negare l’importanza della continuità storica.
Chi parla, fuori dalla giurisdizione attiva, cercherà di esporre un primo limitato quadro d’insieme su ciò che è stato il processo Aemilia, nei suoi aspetti giudiziari e politico-criminali.
INTRODUZIONE
La denominazione Aemilia (col dittongo latino AE che si legge come in italiano) dell’operazione di polizia giudiziaria e del procedimento penale che ne è conseguito potrebbe non essere un semplice riferimento geografico al territorio nel quale dagli anni ottanta si è insediata una potente locale di ‘ndrangheta. Quel nome, secondo una rapida ricerca sui nomi latini, rivela un collegamento ai caratteri del soggetto cui esso era attribuito. Aemilia ed Aemilius riconducono ai concetti di emulare, rivaleggiare, competere.
Se così è, l’attribuzione di quel nome all’operazione iniziata a fine gennaio del 2015 con l’esecuzione di 160 misure cautelari, di cui 117 coercitive (custodia in carcere e arresti domiciliari), 224 indagati, 220 imputati ( 71 giudicati con rito abbreviato e 149 con rito ordinario, ridotti poi a 147), sembra alludere ad uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda: la capacità di una parte del territorio di insediamento di fare di necessità virtù, mettendo a profitto il know how criminale, nella speranza di trasformarlo in occasioni di profitto.
L’aspetto peculiare della vicenda non è solo la rivelazione di una mafia imprenditrice in grado di esportare il metodo mafioso nel nuovo territorio ma la sua capacità di costruire alleanze e accordi, in grado di bypassare i vincoli legali, a partire dagli obblighi di lealtà tributaria, comunemente considerati una diseconomia esterna.
LE STORIE E I GIORNI DI AEMILIA
Non è qui il caso di ripercorrere le storie e i giorni del processo Aemilia. Lo hanno fatto bene Paolo Bonacini e Tiziano Soresina nei loro libri, “Le cento storie di Aemilia” e “ I mille giorni di Aemilia”. Chi volesse conoscere i dettagli e le vicende più significative del processo può leggere quei libri.
Il processo, celebrato a Reggio Emilia, si protrasse per due anni e mezzo e si concluse con la sentenza del 31 ottobre 2018. Un tempo non ulteriormente comprimibile, dato il numero degli imputati, i fatti da giudicare distribuiti su duecento capi d’imputazione, molti dei quali contenevano una pluralità di fatti delittuosi, spesso di complesso accertamento, come capita per i tipici reati di una mafia imprenditrice, operante anche nell’ambito delle frodi fiscali, del riciclaggio, dell’occultamento dei beni acquisiti
Le udienze dibattimentali si svolsero in un clima molto teso, con ritmi serrati e numerosi incidenti di percorso, in un clima talvolta incandescente per l’evidente condizione di paura e di timore di molti testimoni. Il racconto delle indagini richiese decine di udienze, dovendosi esporre i risultati di centinaia di ore di intercettazione telefonica e ambientale, delle conseguenti operazioni di pedinamento, osservazione, controllo e riscontro.
Ci furono rallentamenti per frequenti astensioni dalle udienze dei difensori, in adesione a “scioperi” proclamati per le più diverse ragioni.
Ne derivò un giudizio avanti alla Corte costituzionale sulla legittimità dello sciopero degli avvocati nei processi con detenuti.
Con la sentenza 180 del 2018, la Corte dichiarò incostituzionale il compendio di regole sull’astensione dalle udienze in processi con detenuti.
Sollevare la questione di legittimità costituzionale di quelle regole mise a rischio il processo, in ragione di un cortocircuito nella lettura delle norme sul processo costituzionale.
Si pretendeva che il tribunale sospendesse, a pena di nullità degli atti successivi, l’intero processo in attesa della pronuncia della Corte, anziché il solo segmento concernente il giudizio sul rinvio dell’udienza per l’astensione dei professionisti. Una tesi che era un classico paradosso logico da “Comma 22”, dal famoso romanzo del 1961 dello scrittore Joseph Heller, che nel caso di specie suonava così: se vuoi sollevare questione di costituzionalità per accelerare il corso del processo, denunciando l’illegittimità costituzionale dello sciopero degli avvocati, devi sospendere il giudizio principale di merito; ma se sospendi il processo nel suo insieme, perderai sicuramente mesi se non anni, in attesa della decisione della Corte, un tempo assai più lungo di quello imputabile allo sciopero. Un circolo vizioso, incuneato nel sistema di giustizia costituzionale, secondo l’interpretazione di una sezione della Cassazione.
L’implosione del processo fu esclusa dalla saggia decisione della Corte costituzionale che diede ragione al tribunale, salvando il processo.
Quest’episodio impone una digressione sulle gravi aporie che affliggono il processo penale italiano, che andrebbe ripensato e riscritto dalle fondamenta o quanto meno in punti essenziali, essendo caratterizzato da inefficienza a garanzie variabili, a seconda della qualità degli imputati e della natura dei reati.
Prima ancora della qualità dell’istruttoria e del giudizio, è stato importante essere riusciti a tenere insieme il processo, evitando che si disperdesse in tanti rivoli, arenandosi qua e là.
Il proporsi improvviso e non previsto di tre nuovi collaboratori di giustizia, due dei quali avevano partecipato per diversi mesi alle udienze, segnò un punto di svolta.
Tali dichiarazioni offrirono un contributo di conoscenza di straordinario rilievo. Meritano di essere studiate e approfondite, oltre il loro valore probatorio, sul piano politico, sociale, criminologico.
Da esse e dalle altre che le hanno precedute e seguite dovrebbe partire la riflessione sui caratteri del radicamento delle mafia nella regione. A questo proposito si segnala la recentissima pubblicazione di un libro ( “Una nuova pelle” di Antonio Anastasi) sul primo grande pentito della cosca Grande Aracri, Salvatore Cortese, che dal 2008 ha permesso di comprendere le dinamiche della consorteria mafiosa emiiana, raccontandone l’ascesa, i delitti, i vizi, la grande accumulazione di capitale.
D’altra parte, i tre collaboratori di giustizia, sopravvenuti quando il dibattimento era in corso, chiariscono spazi oscuri, permettono di cogliere aspetti inediti e insondati, forniscono una descrizione completa dell’assetto, degli scopi e delle modalità operative dell’organizzazione che da quel momento ha avuto meno segreti.
LE SENTENZE DELLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE CHE HANNO CONCLUSO IL PROCESSO AEMILIA
Il 7 maggio 2022 la Corte di Cassazione ha definito il processo “Aemilia” nel segmento trattato avanti al tribunale di Reggio Emilia.
In precedenza, il 24 ottobre 2018, la quinta sezione della stessa Corte aveva confermato le condanne per associazione e concorso esterno in associazione mafiosa e reati connessi, pronunciate nel processo trattato a Bologna con il rito abbreviato.
In quest’ultima sentenza, la Cassazione aveva affermato l’esistenza di una associazione di stampo mafioso, operante tra il 2004 e il 2015 in territorio emiliano, dislocata tra le province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, con epicentro a Reggio Emilia, collegata al sodalizio ndranghetista insediato a Cutro in provincia di Crotone, retto da Nicolino Grande Aracri.
La sentenza di merito del GUP indicava alcuni dei capi dell’associazione, i responsabili territoriali; accertata la disponibilità di uomini, impiegati nelle diverse attività strumentali alla conservazione e al rafforzamento del gruppo.
Già in quella sede erano emersi i contributi dei “colletti bianchi” di cui l’organizzazione poteva avvalersi (professionisti, imprenditori, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni).
Tutti elementi riapparsi nel successivo dibattimento reggiano in una dimensione esaltata non solo dal numero degli imputati e dei fatti da giudicare ma soprattutto dalle inedite dichiarazioni dei nuovi collaboratori di giustizia.
Le nuove informazioni apportate da costoro non solo rispecchiavano la condizione e le dinamiche dell’associazione al momento in cui si svolgeva il processo ma introducevano nuovi elementi provenienti dal “deep state” dell’organizzazione stessa. Approfondirono l’aspetto originale dell’associazione ndranghetista emiliana, l’opzione per un sistema di criminalità economico-finanziario basato sulle frodi fiscali, sulle false fatture, funzionali a distrarre verso l’organizzazione e i singoli imponenti masse di denaro, sottratte all’imposizione fiscale, con l’aggravante che tali ingenti capitali venivano riciclati in nuove imprese lecite e illecite. Senza con ciò trascurare le tradizionali attività estorsive per l’acquisizione di società e aziende, espandere la consorteria in nuovi settori, acquisire appalti e subappalti.
Le azioni militari, gli scontri interni convivevano con la strategia di mimetizzazione dell’organizzazione all’interno dell’associazionismo civico, strumentalizzato per dissimularne la presenza nella vita pubblica del territorio.
Va sottolineato quest’ultimo punto.
Le iniziative assunte in nome dell’origine comune, “meridionale” o “calabrese”, degli associati fanno da schermo e da scudo all’organizzazione malavitosa che utilizza la “compaesanità” come un segno di riconoscimento e la comune origine territoriale come componente della forza di intimidazione.
Ne segue che il contrasto alla mafia di origine calabrese deve avvenire anche sul piano culturale; deve sapere affrontare la storia e l’“antropologia” sociale alla base della formazione e dei caratteri dell’organizzazione, come spiega lo studioso cosentino Alessandro Tarsia, nel suo “Perché la ndrangheta. Antropologia dei calabresi”, 2015.
Dal 2022 Reggio Emilia e i territori delle province interessate sanno di avere incorporato un sistema di criminalità organizzata che ha sviluppato una attività delittuosa multiforme, in grado di piegare/condizionare/inglobare parti dell’economia, della politica, dell’informazione, componenti delle istituzioni, operando in modo significativo nell’alterare/ orientare i tratti più significativi del modello politico/economico/ culturale dell’intero territorio.
Ogni sottovalutazione di tale quadro, ogni persistente scetticismo o tentativo di ridimensionamento si traduce in oggettivo sostegno.
Le sentenze della Cassazione su Aemilia e le altre emesse negli anni successivi, a seguito di indagini che da Aemilia hanno preso spunto, sono l’epilogo dei di processi conclusi svoltisi nei primi anni duemila. I processi Grande Drago e Edilpiovra avevano già acclarato la presenza consolidata della ndrangheta nel territorio emiliano.
Nonostante questa evidenza, si preferiva trattare e affrontare con giusta attenzione le mafie altrui ma non le “mafie di casa nostra”.
“Mafie sotto casa, raccogliere i dati per seguire le tracce e sapere dove si nascondono”, non è solo la denominazione di un blog, nato nel territorio che pochi conoscono ma dovrebbe essere un criterio direttivo comune.
La rimozione è un rischio costante.
Si dà ampio spazio ad esperienze di antimafia ormai iconiche e tradizionali ma modesto rilievo appunto alle “mafie di casa nostra”.
Da qualche anno un signore che è stato sindaco di Carpi, Werther Cigarini ha pubblicato un romanzo/saggio, “Il cane non ha abbaiato”, con riferimento al mancato intervento dei c.d. anticorpi, in cui denuncia credibilmente le trasformazioni della cultura e delle relazioni sociali in Emilia Romagna, e la nuova permeabilità all’infiltrazione mafiosa, grazie alla connivenza e al sostegno dell’area grigia.
Le occasioni di presentazione sono state poche e non tanti coloro che si sono presi la briga di andare leggere quel libro che racconta in modo facile come la criminalità organizzata penetra nei centri della bassa padana.
Prendiamo il decreto di scioglimento per infiltrazione mafiosa del Comune di Brescello.
Esso chiama in causa la gestione dell’amministrazione comunale che dal 2003, data di esecuzione degli arresti nel processo Edilpiovra, doveva essere consapevole dell’esistenza sul territorio di una locale o ndrina di ndrangheta, certezza derivante anche dalla consumazione di omicidi di mafia nel territorio comunale e limitrofi.
Nel decreto di commissariamento si valuta l’atteggiamento dell’amministrazione nei confronti della comunità ’ndranghetista: “inconsapevolezza, tolleranza, acquiescenza, inerzia, accondiscendenza e cointeressenza.”
La sentenza della Cassazione del 2022 stabilisce che l’organizzazione ‘ndranghetista emiliana, è un’organizzazione autonoma, costituita sul territorio dagli anni novanta, dotata di tutti i requisiti previsti dall’art 416 bis cp., caratterizzata da un consistente numero di famiglie operanti in una struttura a rete, aventi il controllo di singoli Comuni, tra loro raccordate in una organizzazione di secondo livello che pur nell’autonomia delle singole ndrine o locali, realizza una struttura complessa a base gerarchica.
Una tale organizzazione possiede le peculiarità della mafia imprenditrice, operante all’interno di relazioni sociali che non prevedono l’uso esplicito e frequente della violenza ma la spendita, all’interno di tali contesti “civili”, del peso della tradizione storica di un’organizzazione che non ha mai abdicato al metodo mafioso, messo in campo quando serve.
Un’associazione mafiosa a spiccata vocazione affaristica, moderna nei termini illustrati dal collaboratore Antonio Valerio, le cui dichiarazioni andrebbero studiate come autentico manuale interpretativo delle condotte di questa mafia.
Una struttura criminale moderna, capace di cogliere e sfruttare virtù e debolezze della cultura e degli organismi del territorio senza mai rinunciare ai vincoli della tradizione ‘ndranghetista che comportano il dovere di fedeltà tra compaesani, fondato su una cultura ancestrale violenta, familista e omertosa.
La mancanza di denunce da parte degli imprenditori calabresi vittime di estorsioni e la scelta di campo in favore dei compaesani col trito argomento della discriminazione, ne sono riscontro fondamentale e allarmante.
La coazione tradizionale è sostituita da una diversa induzione coattiva alla solidarietà e all’obbedienza, basata sui valori tradizionali, sull’identità, sui comuni ideali dell’arricchimento e del successo, in un territorio in parte ostile.
La Cassazione ricorda come la metodologia prevaricatrice non richiede atti di violenza eclatanti, una volta che sia trasmesso e diffuso il messaggio dell’esistenza di un sodalizio che è diramazione di un pericoloso clan, con una definita storia criminale che nel tempo ha insediato propri elementi di spicco nel nuovo territorio.
La carica intimidatoria si trasmette così dalla casa madre alla consorteria delocalizzata e gli episodi di violenza e minaccia servono solo a ribadire e ricordare quel legame.
CONTINUITÀ STORICA DELLE VICENDE DEFINITE CON LE SENTENZE DEL PROCESSO AEMILIA
Il consolidamento sul territorio della consorteria, originariamente proveniente da Cutro e territori limitrofi sin dagli anni novanta, era chiaro a partire dalla violenta guerra che aveva interessato il territorio emiliano per tutti gli anni novanta.
Emergeva tuttavia dagli studi commissionati dalla Regione e da altri Enti ed associazioni a partire da quegli anni e fino ad epoca recente.
I Quaderni di Città sicure, pubblicazione della Regione Emilia Romagna, hanno più volte ospitato studi e ricerche risalenti agli anni novanta e poi aggiornati fino al 2016.
La collaborazione tra Libera e la Regione (assemblea legislativa) produsse voluminosi dossier sulle mafie in Emilia Romagna. Il dossier del 2012 si intitola “Mosaico di mafie e antimafia. I numeri del radicamento in Emilia Romagna”, mentre il dossier del 2013 s’intitola “l’Altra ndrangheta in Emilia Romagna”. Anche in questo volume si danno i numeri della presenza dell’organizzazione criminale sul territorio. Fondazione Caponnetto, Arci, Ires Cgil, camere di commercio sono alcuni degli Enti e delle organizzazioni che hanno promosso studi e ricerche sullo stato del progressivo insediamento delle mafie in Emilia Romagna.
Studi specifici cono stati commissionati prima del 2015 ad altri accreditati studiosi della materia.
L’elenco completo delle pubblicazioni sull’espansione delle mafie in Emilia Romagna, a partire dal 1993 si legge sul sito del consiglio regionale:
La raccolta documentale su questo sito si ferma all’anno 2019.
Mancano peraltro le ricerche su Brescello, Reggio Emilia e il quadrilatero padano ( Reggio Emilia, Piacenza, Cremona, Mantova) realizzate da Nando dalla Chiesa e dal suo gruppo di ricerca ( CROSS)”.
Lo stesso dalla Chiesa e Federica Cabras hanno pubblicato nel 2019 un volume, “Rosso Mafia, La ndrangheta a Reggio Emilia”, fondamentale ma poco dibattuto.
Dal 2016 si susseguono le sentenze della magistratura e può essere ragionevole concentrarsi su di esse. E tuttavia il materiale di ricerca, investigazione e studio, e in particolare gli studi da ultimo citati meriterebbero un dibattito approfondito, anche se dovesse trattarsi di tesi impopolari.
“Aemilia” e le indagini successive hanno coperto un arco temporale di circa quindici anni, nel corso dei quali le mafie hanno avuto modo di operare sul territorio della Regione. Forse un maggior peso ai segnali e agli alert che si manifestavano già negli anni ottanta avrebbero potuto cambiare la storia.
E’ un problema che continua a porsi: la distanza tra il livello delle conoscenze da un lato e le contromisure adottate per dissolvere l’humus culturale, sociale, politico, ambientale, in cui si radica l’organizzazione mafiosa, la cosiddetta “area grigia”
C’è al momento un tema simbolico di straordinaria importanza, sollevato dalla prefetto De Miro, la figura istituzionale che sul finire della prima decade del terzo millennio ha avviato energicamente l’azione di informazione, contrasto e denuncia, la stagione delle interdittive e della relazione alla Commissione parlamentare antimafia del 20 settembre 2010. Il tema della denominazione del viale di ingresso in città, intestato alla Città di Cutro. Un fatto simbolico, per alcuni esemplificativo di un atteggiamento di sottomissione della “civiltà” emiliana, dalle ricadute potenti sull’azione di contrasto e sul riconoscimento delle mafie.
CONCLUSIONI
Nello studio di due sociologi dell’Università di Bologna, Marco Santoro e Marco Solaroli, pubblicato nel 2017 nella rivista Polis, fascicolo 3, edita dal Mulino, si ricorda che “familismo, pragmatismo, mito del self-made man, una certa flessibilità nell’uso delle norme burocratiche (storicamente evidente più in Romagna che in Emilia) sono tratti culturali, ovvero modelli e schemi di pensiero e di azione, che possono con una certa facilità trasformarsi (tradursi) da risorse di un sistema socioeconomico considerato virtuoso e benefico come il modello emiliano, in opportunità di espansione di un modello considerato vizioso o perverso come quello mafioso.
Nel bel libro di Nando dalla Chiesa e Federica Cabras, già richiamato, ci si chiede con rammarico come sia stata possibile la colonizzazione mafiosa nella città dei fratelli Cervi, del luglio 1960, dei servizi sociali d’avanguardia, delle scuole modello e della solidarietà antimafia manifestata dai primordi; e si giunge alla conclusione che a Reggio Emilia è in atto uno scontro di valori trasversale all’appartenenza e alla provenienza geografica, un movimento di conquista che deriva dall’annidarsi della ndrangheta all’interno del movimento di popolo che proviene dalla Calabria.
La questione fondamentale che il processo Aemilia pone alla collettività reggiana è la stessa posta dai sociologi milanesi. La mafia a Reggio Emilia è indicativa di una vicenda mai prima segnalata nella storia: il tentativo di conquista culturale di una civiltà progredita da parte di una cultura più arretrata.
Il concetto e i codici di condotta legati alla “compaesanità” sono i modi per garantire vincoli di lealtà e agevolare i mafiosi a mimetizzarsi nell’indistinto popolo di origine calabrese: “Dove le parentele hanno estensione e intensità sconosciute alla modernità, alimentate da famiglie numerose che generano senza sosta cugini di secondo e terzo grado, nipoti, zii, cognati, tutti “sangue dello stesso sangue” e i cui legami reciproci si rinsaldano nei punti nodali delle genealogie e delle dinastie grazie a compari d’anello e padrini di battesimo e madrine di cresima. Questo popolo “sangue e suolo” per la maggior parte non ha nulla a che vedere con la ndrangheta, Ma vive dentro una rete di reciprocità polanyane (dallo storico Karl Polanyi, ndr.) e sente il dovere di osservarle… I parenti si aiutano, gli amici anche, i compaesani pure. A maggior ragione i parenti compaesani. Ancor di più i compaesani con cui si è in debito diretto o indiretto per averne ricevuto un lavoro per il proprio figlio o fratello o un appartamento in cui sistemarsi al primo arrivo, o la soluzione di un problema burocratico o addirittura di un piccolo problema giudiziario. Impossibile negar loro un favore che non costi nulla. Anzi che possa aiutare altri compaesani. Come negare il voto al candidato che prometta che farà “lavorare le imprese calabresi”? Come negare il proprio appoggio, le proprie conoscenze, per fare ottenere a un compaesano un favore innocente, “come lo ricevono tutti, una licenza, una casa popolare, una perizia accomodante, una promozione alla maturità, sapendo che questo suonerebbe tradimento verso lo spirito di appartenenza alla propria comunità? La ndrangheta fa da regista sapiente, procura le risorse necessarie a oliare a dovere, con efficienza, questo inesauribile sistema di opere buone e di riconoscenze. Per questo come insegnano le interviste televisive, il boss “ ha sempre fatto del bene” ai suoi compaesani, a volte anche ai suoi corregionali…, “op. cit. p.219-220
E’ questa la cultura da contrastare, specie laddove esistano affinità culturali, disposte a entrare in relazione.
E quindi rivendicare in modo virtuoso i valori della civiltà emiliana, la solidarietà disinteressata, il senso del bene comune, il rispetto delle leggi, l’impegno per realizzare l’uguaglianza e i diritti contro ogni forma di prevaricazione.
E credo sia un tema attuale a dieci anni da Aemilia’.
Reggio Emilia 17 aprile 2026
Francesco Maria Caruso


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