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Le parole incaute del Colle

Continua la fioritura d’una favola compendiabile nei seguenti termini: il presi­dente della Repubblica, vertice dello Stato, installa i governi, scioglie le Camere, comanda le for­ze armate, presiede il Csm, ecc., in­vestito d’amplissimi poteri, quindi «inviolabile»; ed è sacrilegio eversi­vo ascoltare quel che gli esce dalla bocca in telefonate incaute con per­sone sottoposte a legittimo control­lo; l’empio materiale sia subito in­cenerito. Su questa teologia politica m’ero permessa una similitudine; è come dire: «piove, quindi abbiamo un governo ladro». Formule vanilo­que, perciò non confutabili, e sareb­be tempo perso tentarlo. Siamo nel­la semiotica dei gesti: pugni sul ta­volo, piedi battuti, bandiere al ven­to, grancassa, fanfara, sottinteso minatorio («ci pensi due volte chi vuol contraddire»); non è scenario confortevole in piena crisi istituzio­nale ed economica, tanto più che gli aspetti oscuri stanno dalla parte do­minante. Gli arcana imperi ostrui­scono un’inerme legalità laica. Nel­l’ultima versione l’argomento pseudogiuridico suona così: i vari uffici del Presidente richiedono ca­nali sicuri; qualora siano sciagura­tamente violati (Dio non voglia), le relative cognizioni svaniscono, qualunque fatto risultasse.

Non è privilegio, beninteso: l’art. 15 Cost. tutela tutti i comunicanti; ad ogni buon conto sta sul telaio una legge ad hoc, come sub divo Berluscone, il cui stile rifiorisce. Vedi puntuali azioni disciplinari. Mancano solo gl’ispettori inquirenti. In compenso ecco un assai poco tecnico ukase da Palazzo Chigi, 8-17 agosto: confes­sandosi a Tempi, organo Cl, l’eco­nomista chiamato a salvare la patria condanna gli ascolti de quibus, «particolarmente gravi»; il governo interverrà contro gli abusi; e assicu­ra sostegni alla scuola privata.

Veniamo alle ipotesi giuridiche. Primus spedisce una lettera a Se­cundus; Tertius l’asporta dalla cas­setta: il contenuto è dirompente, niente meno che i piani d’una of­fensiva terroristica o narcomercato planetario o simili imprese. Davve­ro tale missiva conta zero in sede istruttoria? L’ art. 15 Cost. tutelai se­greti epistolari ma se la lettera ga­leotta sia prova acquisibile, lo dico­no regole processuali; e l’art. 253 c. p. p. parla chiaro (cadono sotto se­questro corpi del reato e cose perti­nenti allo stesso). Passiamo alle in­tercettazioni. Magnolia e Orchidea sono famiglie mafiose concorrenti: Orchidea aveva delle talpe nella ri­vale; e perquisendo i suoi santuari gl’indaganti scovano mirabilia cul­minanti nel film sonoro dei segretis­simi comitati d’affari. Erano riprese abusive, però valgono oro contro Magnolia. Dovendolo negare, ar­rossirebbe persino qualche avvoca­to berlusconiano. Esiste poi una norma sulla quale i “prerogativisti” chiudono gli occhi volando nei cieli della Carta integrata da Ramo d’oro e Re taumaturghi: l’art. 271, comma 3, ultima frase, vieta la distruzione dei nastri, dischi, verbali, testi tra­scritti, ogniqualvolta costituiscano corpo del reato. Infine, importa po­co, anzi niente che l’articolo 7, com­ma3,1. 5 giugno 1989 n. 219 ammet­ta perquisizioni, intercettazioni, provvedimenti cautelari «nei con­fronti del Presidente» solo se la Cor­te l’avesse sospeso dalla carica: nes­suno gli aveva inflitto tali misure; la Voce corre su una linea sottoposta a legittimo controllo; caso previsto dall’art. 6 1. 20 giugno 2003 n. 140, applicabile in via analogica. Il resto è enfasi declamatoria: ripetuto mil­le volte, da tante ugole con vario ac­compagnamento, l’assunto inso­stenibile tale rimane; lo rimarrebbe anche ratificato da consessi a cento teste ubbidienti. Il bello dell’arma­tura sintattica è che non sia falsifi­cabile: i discorsi stanno in piedi o no; e nessuna pantomima politicante converte i soprusi in opera virtuosa.

Nel Mysterium Collis colpisce il quadro impetuosamente alogico. Nel coro bipartisan il giuspatologo racco­glie larga messe: ad esempio, l’idea d’un jeu de main dove spariscano possibili prove, inaudita altera parte, come se il contraddittorio non fosse requisito assoluto (art. 111 Cost.); il tutto sulla base d’una cabalistica «in­violabilità», in barba all’etica demo­cratica. L’impeachment anglosasso­ne appartiene all’altra faccia della lu­na. Da noi tiene banco Giovanni Bote­ro (1544-1617), mezzo gesuita, teori­co d’una controriformista Ragion di Stato, la cui categoria fondamentale è l’arte dei prudenti ossia machiavelli­smi a mosse quatte. Vent’anni fa uo­mini del re negoziavano con la mafia accreditandola quale potere concorrente: consta da resiudicatae; vale o no la pena sapere cos’avvenisse tra le quinte? Vi ostano potenti interessi. Cerimonie ipocrite velano collusioni organiche. Ricapitoliamo i fatti: voci del Quirinale conversano solidal­mente con l’ex ministro in cerca d’aiuto contro la procura intenta alle indagini (in particolare temeva il con­fronto con due ex ministri); colloqui editi svelano gl’interna corporis; l’effetto è deprimente e vari gesti l’aggra­vano. L’uomo al vertice afferma d’a­vere solo adempiuto dei doveri: esor­ta gl’italiani a stare tranquilli, perché terrà d’occhio le macchine giudizia­rie; in materia d’intercettazioni aspet­ta novità delle quali abbiamo gran bi­sogno (restrittive, ovviamente, nel te­sto berlusconiano su cui voterà Mon­tecitorio, e l’attuale premier manda segnali). Ancora parole incaute, sia concesso dirlo col rispetto che la per­sona merita: vanta consensi da tutti gl’intenditori interloquenti nell’affa­re e «il più largo riconoscimento»; lan­cia accuse d’ascolto abusivo; esige la distruzione dei materiali, mentre sa­rebbe bello esporre al pubblico i due dialoghi occulti; rovescia le bilance sollevando un clamoroso conflitto davanti alla Consulta. Spettatori equanimi guardano esterrefatti. In una circostanza dolorosa (è morto il consigliere compromesso) quirinali­sti volontari gridano l’« assassinio me­diatico». Nell’Italia postfascista non s’era mai visto tanto plumbeo mime­tismo, sebbene siano motivo ricor­rente le partite ad armi impari.

Franco Cordero (La Repubblica, 22 agosto 2012)

 

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