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Le parole di Scalfari su Napolitano delegittimano i magistrati di Palermo

Ancora una volta l’editoriale del direttore di Repubblica si occupa delle inchieste de Il Fatto Quotidiano su quello che lui derubrica a “cosiddetto caso Mancino” e che in realtà riguardano gli impropri interventi del presidente Giorgio Napolitano in ambiti nei quali nemmeno alla sua altissima persona, la Costituzione di cui è incaricato di essere custode sostenitore e personificazione, consente di farlo. Ci sono due linee lungo le quali l’azione di Eugenio Scalfari si muove e una tramatura che supporta il disegno.
La linea più superficiale è quella che, disinteressandosi della sostanza dei rilievi mossi al comportamento del Capo dello Stato e degli interrogativi che direttamente ne conseguono, tende a colpevolizzare l’indagine giornalistica che, in autocensura, avrebbe dovuto autolimitarsi per ragioni di opportunità, prudenza e ossequio, in quanto ogni eventualità di destabilizzazione della figura del Presidente della Repubblica va evitata a prescindere da ogni altra considerazione. Non avverte il Maestro che tale impostazione è nient’altro che un invito all’omertà istituzionale, esattamente ciò che, sotto l’etichetta di “Ragion di Stato” è la causa del ricorrere di ricatti e di affossamenti della verità nella susseguirsi di stragi che costellano la storia della nostra repubblica dagli anni della sua fondazione. Esempi di denuncia giornalistica come il Watergate o di presa di coscienza collettiva della nazione tedesca nei confronti di errori e devianze inaccettabili del suo passato, non sono evidentemente considerati dal Grande Vecchio del giornalismo italiano, appropriati modelli di riferimento.
Ma c’è una linea quasi invisibile, subdola e quindi per certi versi più pericolosa che si può intravvedere solo in filigrana negli scritti di Scalfari di questi giorni. Dall’alto della sua autorevolissima tribuna, il Direttore sta enfatizzando come sacrilegio l’intercettazione della telefonata tra Nicola Mancino e Napolitano e in tal modo sta invitando a scandalizzarsi i suoi numerosi lettori aggregandoli a quelli della gran massa degli altri lettori di tutti gli altri giornali governativi e di quelli del “cavaliere nero”, in un unico fronte, quello dell’opportunità ed improrogabilità della legge sulle intercettazioni che il ministro Paola Severino, come segno di gratitudine del governo del Presidente, sollecitamente sta preparando. Di fronte a questi fini “altissimi” non ha nessun importanza che con tali tesi omertose si mettano in condizione di isolamento e quindi di pericolo professionale e fisico, una volta di più, i magistrati di Palermo, anzi si ripropone lo stesso copione di discredito e di delegittimazione in base ai quali nei mesi precedenti le stragi del 92, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero resi non credibili agli occhi di tanti cittadini. E successivamente sacrificati alla “ ragion di Stato”. Infine la trama sottesa agli interventi del Grande Architetto di questa campagna apparentemente  lealista ma in realtà insabbiatrice, è quella che tende a presentare come un attentato alle istituzioni massime dello Stato, non la devianza dei comportamenti, bensì la denuncia di questi. Ma le istituzioni sono gli uomini che le rappresentano e sappiamo dal sacrificio di Paolo Borsellino quanto alto sia il prezzo di voler loro rispetto anche quando vengono incrinate dai comportamenti di chi le incarna.

Gianluigi Placella


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