Leggo con particolare attenzione tutto quello che i mass media pubblicano in ordine a Cosa nostra in generale e sulle stragi del 92/93, in particolare. Dai resoconti o dalle opinioni espresse da giornalisti ed esperti di Cosa nostra, tento di farmi una ragione di quella che è stata mia attività pregressa. Infatti, più leggo e più mi rendo conto che ancora oggi non c’è quella sensibilità di “attenzione” verso la mafia, tanta auspicata da Falcone e Borsellino. Rimangono tuttora, forti pregiudizi verso coloro che, a vario titolo sono preposti a contrastare la mafia. Mi riferisco ai PM incaricati di far piena luce sulle stragi del 92/93 che hanno insanguinato l’Italia, ma anche alle varie associazioni che pubblicamente operano contro il sistema mafia e che non sono avulsi da feroci critiche. Ne consegue e ne prendo atto amaramente, che l’azione di contrasto alle mafie sembra un problema deputato a poche persone.Così come l’errata convinzione che la mafia sia un solo problema di ordine e sicurezza pubblica. Questa vetusta concezione ha di fatto favorito la Piovra, che a partire dal ventennio fascista, poi proseguita, ahimè, sino alle stragi, ha aumentato a dismisura il suo potere in tutta l’area siciliana e oltre oceano.
Oggi, si sta commettendo lo stesso errore di valutazione dei decenni scorsi. Gli ultimi arresti di capi e gregari, hanno di certo minato la leadership e la potenza militare di Cosa nostra, ma… Ma, il tempo e la pax mafiosa giocano a favore di una ridistribuzione del territorio e di un serrare i “ranghi” dei “vecchi” mafiosi con l’inserimento dei giovani. Un aspetto da non sottovalutare, e l’ho già detto altre volte, è la richiesta del pizzo, fatta addirittura a piccoli commercianti e semplici artigiani.
Questo incremento così capillare, consentirebbe sia l’affermazione del potere sul territorio che l’espansione con nuovi adepti nelle “famigghie” mafiose. Ma questa mia analisi, ovviamente è riferita alla struttura in senso lato di Cosa nostra, ma sarebbe quanto mai necessario, rivolgere particolare attenzione all’altra ala, più subdola, più segreta e certamente più pericolosa, ovvero la classe imprenditrice e politica. Quando un PM come Antonio Ingroia, attraverso serie valutazioni lancia un allarme su taluni aspetti del latitante Matteo Messina Denaro, pone in evidenza tutta la pericolosità di cui dispone Cosa nostra. È davvero riduttivo e pericoloso pensare che Ingroia, si sia espresso in libertà con “chiacchiere da bar”, come le ha definito l’on. Cicchitto. Badate bene, che gli stessi argomenti, le stesse sottovalutazioni circolavano già nel periodo del famoso processo di Catanzaro, ove tutti gli imputati mafiosi furono assolti: la mafia non esisteva perché al potere politico giovava affermarlo. E, questa teoria, dolosamente voluta ad arte da un potere politico compiacente, permise di far diventare potente la mafia. Oggi lo Stato ha assestato colpi mortali a Cosa nostra ed è appunto per questo motivo che occorre vigilare per impedirne la riorganizzazione ed anche recidere i rapporti affaristici e politici. A questo punto vorrei esprimere la mia personale opinione sulla figura di Paolo Borsellino. Premetto, che con Paolo Borsellino, ho solo avuto rapporti di lavoro e quindi non posso affermare di essere stato suo amico, anche se talvolta con senso fraterno amo definirlo tale. Invero, vedo più spesso che presunti amici di Paolo Borsellino spuntano come funghi. E, tal proposito vorrei ricordare la figura di Borsellino. Non vi è alcun dubbio che egli era una persona straordinariamente seria, preparata, con un’alta caratura morale e non credo affatto che distribuisse a destra a manca la sua amicizia. Quindi, per il rispetto verso una persona che non può dissentire, sarebbe opportuno essere cauti nel divulgare talune circostanze, come anche, aneddoti o episodi. Paolo Borsellino era un galantuomo siciliano, rigidamente rispettoso dei ruoli. Con con una stretta di mano trasmetteva la sua umanità: non aggiungeva altro se non l’indispensabile.
Pippo Giordano

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