«Non so dove abbiano preso quella telefonata, ma la mia vita è un libro aperto: Ciuro era il segretario del pubblico ministero Ingroia, Aiello non l’avevo mai sentito neanche nominare. Nel residence vicino Trabia quell’estate ho pagato il doppio del prezzo che era stato concordato. Con la mia carta di credito. E io sarei uguale a Schifani? Adesso querelo D’Avanzo».
Al telefono Marco Travaglio appare tranquillo, il tono della voce è quello di sempre anche se esordisce dicendo: «Ho passato giorni migliori».
E confessa di essere rimasto «assai sorpreso» dal violento attacco lanciato da un collega ai vertici del suo stesso gruppo editoriale. «Non sono il presidente del Senato – prosegue – e mi sarei potuto fare una risata. Ma qui si tenta di minare la mia credibilità e adesso voglio andare fino in fondo».
La «guerra» tra i due big del giornalismo giudiziario italiano, divisi tra due idee diverse della deontologia professionale, approda in un’aula di Tribunale. Sarà un giudice a stabilire se le parole del vice-direttore di Repubblica pubblicate nell’edizione di ieri, sono diffamatorie nei confronti di Travaglio. Per contestarne il metodo di raccontare i fatti, definito frutto di un’agenzia del risentimento, D’Avanzo ha sostenuto che lo stesso Travaglio può rimanere vittima del suo «metodo».
E ha citato come esempio una telefonata intercettata tra lo stesso Travaglio e Pippo Ciuro, maresciallo della Dia poi condannato per favoreggiamento a Michele Aiello, poi condannato per mafia a 14 anni. Una telefonata dell’estate del 2002, durante una vacanza in Sicilia dello stesso Travaglio, compiuta, secondo D’Avanzo, a spese di Aiello, tramite la mediazione di Ciuro. Fonte del vice direttore di Repubblica: l’avvocato di Aiello. «Non ho mai avuto nulla da nascondere – dice oggi Travaglio – e le mie estati in Sicilia in cui ho visto Ciuro sono state due. Il primo anno lui mi ha segnalato un albergo, ed alla fine della vacanza mi presentarono un conto che era il doppio di quanto avevamo concordato. Pagai con la mia carta di credito e mi lamentai con lui, che mi rispose che ci avrebbe pensato. Ma non successe nulla. L’anno successivo affittai un bungalow orribile, il proprietario me lo consegnò praticamente vuoto, senza gli oggetti necessari per la vita quotidiana. Lui era tra i vicini di casa, e ci fu chi mi ha portato un cuscino, chi una moka per il caffè, chi i piatti. Anche in quell’occasione ho pagato interamente il prezzo dell’affitto. Aiello non l’ho mai sentito nominare finché non l’hanno arrestato».
Minaccia querele anche il maresciallo Ciuro, che conferma il racconto di Travaglio. «Ricordo che segnalai il nome di quel residence a Marco Travaglio – dice Ciuro – ma Marco pagò interamente il suo conto, che si era rivelato più alto della cifra concordata. L’anno successivo venne nel complesso residenziale dove abitavo io, ma anche in quel caso pagò la cifra alla signora che gli aveva affittato la casa. In questa storia Michele Aiello non c’entra nulla». Ciuro annuncia invece una querela nei confronti di D’Avanzo per essere stato definito un favoreggiatore di Bernardo Provenzano: «non so dove abbia preso questa accusa farneticante – conclude – so solo che non esiste traccia agli atti del mio processo. Né nel capo d’imputazione, né in alcun foglio processuale. E linfatti le due sentenze, di primo e secondo grado, affermano che con la mafia non c’entro nulla. E per questo lo querelo».
E confessa di essere rimasto «assai sorpreso» dal violento attacco lanciato da un collega ai vertici del suo stesso gruppo editoriale. «Non sono il presidente del Senato – prosegue – e mi sarei potuto fare una risata. Ma qui si tenta di minare la mia credibilità e adesso voglio andare fino in fondo».
La «guerra» tra i due big del giornalismo giudiziario italiano, divisi tra due idee diverse della deontologia professionale, approda in un’aula di Tribunale. Sarà un giudice a stabilire se le parole del vice-direttore di Repubblica pubblicate nell’edizione di ieri, sono diffamatorie nei confronti di Travaglio. Per contestarne il metodo di raccontare i fatti, definito frutto di un’agenzia del risentimento, D’Avanzo ha sostenuto che lo stesso Travaglio può rimanere vittima del suo «metodo».
E ha citato come esempio una telefonata intercettata tra lo stesso Travaglio e Pippo Ciuro, maresciallo della Dia poi condannato per favoreggiamento a Michele Aiello, poi condannato per mafia a 14 anni. Una telefonata dell’estate del 2002, durante una vacanza in Sicilia dello stesso Travaglio, compiuta, secondo D’Avanzo, a spese di Aiello, tramite la mediazione di Ciuro. Fonte del vice direttore di Repubblica: l’avvocato di Aiello. «Non ho mai avuto nulla da nascondere – dice oggi Travaglio – e le mie estati in Sicilia in cui ho visto Ciuro sono state due. Il primo anno lui mi ha segnalato un albergo, ed alla fine della vacanza mi presentarono un conto che era il doppio di quanto avevamo concordato. Pagai con la mia carta di credito e mi lamentai con lui, che mi rispose che ci avrebbe pensato. Ma non successe nulla. L’anno successivo affittai un bungalow orribile, il proprietario me lo consegnò praticamente vuoto, senza gli oggetti necessari per la vita quotidiana. Lui era tra i vicini di casa, e ci fu chi mi ha portato un cuscino, chi una moka per il caffè, chi i piatti. Anche in quell’occasione ho pagato interamente il prezzo dell’affitto. Aiello non l’ho mai sentito nominare finché non l’hanno arrestato».
Minaccia querele anche il maresciallo Ciuro, che conferma il racconto di Travaglio. «Ricordo che segnalai il nome di quel residence a Marco Travaglio – dice Ciuro – ma Marco pagò interamente il suo conto, che si era rivelato più alto della cifra concordata. L’anno successivo venne nel complesso residenziale dove abitavo io, ma anche in quel caso pagò la cifra alla signora che gli aveva affittato la casa. In questa storia Michele Aiello non c’entra nulla». Ciuro annuncia invece una querela nei confronti di D’Avanzo per essere stato definito un favoreggiatore di Bernardo Provenzano: «non so dove abbia preso questa accusa farneticante – conclude – so solo che non esiste traccia agli atti del mio processo. Né nel capo d’imputazione, né in alcun foglio processuale. E linfatti le due sentenze, di primo e secondo grado, affermano che con la mafia non c’entro nulla. E per questo lo querelo».
Marzio Tristano
In L’Unità, 15 maggio 2008

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