23 giugno 2026 – Ci sono domande che Francesca Fagnani non ha fatto a Roberto Savi, il killer della Uno bianca: 103 assalti armati tra rapine e omicidi dal 1987 al 1994, 24 morti, 114 feriti. Diversi obiettivi: 22 banche, 18 caselli autostradali, 20 distributori di benzina, 11 supermercati, 9 uffici postali, una tabaccheria, un’armeria, un campo nomadi. E quasi sempre, dopo il 1991, la stessa rivendicazione, che rende quell’Italia criminale ancora oggi impunita: la misteriosa Falange armata. Un pozzo nero che finora nessuna inchiesta, nessun processo, nessuna presunta confessione sono mai riusciti a svuotare.
I messaggi lanciati dal killer Roberto Savi in tv: i misteriosi destinatari
Riassunto in breve: in una delle puntate di Belve Crime su Raidue, la tv di Stato – solerte a limare i contenuti di altre trasmissioni di approfondimento – ha permesso che l’ex poliziotto pluriassassino condannato all’ergastolo mandasse nuovi messaggi rispondendo alle domande della conduttrice (foto sotto). Cosa ha detto Roberto Savi – sul presunto coinvolgimento e la protezione ricevuta da parte dei servizi segreti italiani – lo abbiamo raccontato qui. Ma chi è il destinatario delle sue allusioni?

Il processo in tutti e tre i gradi di giudizio aveva smentito l’esistenza di un livello superiore, la copertura del Sisde, il servizio segreto di quel tempo, e la complicità di altri killer. Secondo le sentenze, il nucleo della banda della Uno bianca era composto soltanto da cinque persone, più qualche complice temporaneo. Al centro, i tre fratelli Savi: due agenti allora in servizio alla questura di Bologna (Roberto, oggi 72 anni, e Alberto, 61) e un aspirante poliziotto bocciato per un difetto alla vista (Fabio, 66 anni). Più altri due poliziotti di Bologna: Marino Occhipinti, scarcerato nel 2018 e Pietro Gugliotta, libero dal 2008 e morto suicida l’8 gennaio 2026.
Il nuovo testimone: “Indagate sulla Gattel srl, società dei servizi segreti”
Un recente testimone, anche lui ex poliziotto, nella nuova indagine fatta riaprire dall’associazione dei familiari delle vittime, ha confermato un livello di reclutamento superiore che porterebbe all’ufficio bolognese della Gattel srl in via Lame, in quel tempo società di copertura del Sisde con cui sarebbe stato in contatto Roberto Savi. Tanto che il Copasir, l’organo bicamerale del Parlamento che vigila sui servizi segreti, il 19 giugno 2026 ha annunciato l’apertura di un fascicolo.

Ma una voce fondamentale, che nel 1995 aveva messo definitivamente fine alla ricerca di complici occulti e aveva indirizzato le inchieste soltanto verso i fratelli Savi, è quella dell’ex magistrato e futuro ministro del centrosinistra, Antonio Di Pietro (foto sopra). Francesca Fagnani ha ignorato questo dettaglio non secondario. Forse perché non lo conosceva, oppure non l’ha ritenuto importante. Ecco quindi le 10 domande che avrebbe potuto porre a Roberto Savi. Le risposte sono nostre.
10) Prima della confessione dei fratelli Savi, c’erano altre inchieste in corso sugli eccidi della Uno bianca?
Sì, c’erano in particolare le indagini sul massacro dei carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini il 4 gennaio 1991: la cosiddetta strage del Pilastro, dall’omonimo quartiere popolare di Bologna. Il Tribunale bolognese stava già processando i presunti responsabili: alcuni esponenti locali della mafia catanese e Marco Medda, che durante la sparatoria rimase ferito a un piede. Secondo la ricostruzione, l’auto con i tre carabinieri sarebbe apparsa casualmente nel quartiere durante una consegna di armi da guerra. Un’ipotesi che avrebbe potuto includere anche il ruolo di armieri dei fratelli Savi, custodi nel loro garage dell’arsenale usato negli assalti. Una potenza di fuoco enorme che ricordava i “nasco”, i depositi della rete paramilitare Gladio scoperta proprio in quei mesi.

9) Chi è Marco Medda?
Medda è una figura tuttora enigmatica. Origini cagliaritane, viene arruolato dalla camorra di Raffaele Cutolo per uccidere i pentiti nelle carceri. Partecipa alle trattative segrete tra Sisde e Brigate rosse per la liberazione del politico democristiano Ciro Cirillo, sequestrato dai terroristi. Ma soprattutto, in quegli anni, è un alleato della mafia catanese di Jimmi Miano, uno dei boss del cosiddetto Autoparco di Milano. Ufficialmente è un parcheggio privato, ma nella realtà è molto altro: una base allora segreta che unisce gli interessi nazionali di Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, mafiosi e massoni legati all’estrema destra e altri poliziotti e avvocati corrotti. Ma era anche una sorta di camera di compensazione degli interessi dell’industria statale degli armamenti e, separatamente, del riciclaggio di denaro dei clan attraverso i casinò di Stato.
8) Lo Stato era presente nell’Autoparco?
Direttamente no. Ma – come scoprirà pochi mesi dopo la Procura di La Spezia – attraverso alcuni uomini della rete dell’Autoparco, in particolare mafiosi e massoni di Barcellona Pozzo di Gotto e della provincia di Messina operativi a Milano, le aziende di Stato esportavano armamenti verso Paesi sottoposti a bando o limitazioni. Inoltre fungeva da tribunale criminale per gli omicidi eccellenti. Sempre in quegli stessi anni sono infatti i vertici dell’Autoparco su ordine dei servizi segreti – come stabilisce una recente sentenza – a incaricare Antonio Schettini, un altro campano arruolato dalla ‘ndrangheta calabrese, di uccidere l’educatore del carcere di Opera, Umberto Mormile: è l’11 aprile 1990, il primo attentato rivendicato in Italia come Falange armata. Un delitto di cui si è parlato anche nelle attuali indagini sull’agenzia di spionaggio milanese Equalize. Sono anni in cui la banda della Uno bianca a Bologna, Marco Medda, l’Autoparco di Milano, Cosa nostra e la ‘ndrangheta sono in piena attività.
7) Medda potrebbe testimoniare oggi sulle dichiarazioni in tv di Roberto Savi e del nuovo testimone?
Purtroppo no. È stato ucciso nella sua bella casa vicino al carcere milanese di Opera, dove da ergastolano si era trasferito agli arresti domiciliari per motivi di salute. Aveva 60 anni. Lo hanno trovato strangolato la sera dell’8 giugno 2008. Tre bicchieri sul tavolo, uno rotto, 40mila euro in contanti nascosti vicino a un comodino. Un omicidio stranamente tenuto nascosto dalle autorità: la notizia è stata rivelata soltanto a dicembre 2009, tra le carte di un’indagine per spaccio di cocaina.
Il caso non è stato ancora risolto. Ma Marco Medda era molto di più nel panorama mafioso italiano. Il suo protettore e amico, Luigi Jimmi Miano, è stato tra i 334 boss che hanno beneficiato della revoca del carcere duro (41bis) all’indomani delle stragi del 1993. Queste furono le parole dell’allora ministro Giovanni Conso: “Nel ’93 non rinnovai il 41 bis ed evitai altre stragi”.
6) Ma allora qual è stato il ruolo istituzionale di Antonio Di Pietro nelle indagini sulla banda della Uno bianca?
Roberto Savi viene arrestato il 22 novembre 1994. Poi viene catturato il resto della banda. Confessano tutti i delitti, compresa la strage del Pilastro. La loro però è una confessione alternativa e non complementare al processo in corso a Bologna contro Marco Medda e gli altri imputati. Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura il 6 dicembre 1994, due settimane dopo, durante l’udienza al termine della requisitoria di Mani pulite sulle tangenti Eni. Subito dopo riceve l’incarico di consulente dalla “Commissione parlamentare sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”.
5) Lasciata l’inchiesta milanese di Mani pulite, Di Pietro passa quindi a indagare sui fratelli Savi?
Non proprio. Non è più un magistrato e nemmeno un funzionario di polizia. Ma come consulente di un organo inquirente del Parlamento, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato gli mette a disposizione gli atti delle indagini fin lì svolte. Secondo quanto scrive Di Pietro, sulla base dei documenti che ha potuto esaminare, è la frammentazione delle inchieste tra varie Procure a permettere ai fratelli Savi di agire impunemente per anni e non la copertura da parte di livelli superiori, che allora non emergevano dalle ricerche della polizia. Almeno per come erano state svolte. Ma il vero effetto dell’intervento di Di Pietro nel caso della Uno bianca è un altro: grazie alla sua autorevolezza e alla sua popolarità, come magistrato che aveva appena combattuto la corruzione nella politica, ha dato credibilità alle indagini della polizia. Nessuno, da allora fino all’intervista di Francesca Fagnani, ha più messo in discussione le conclusioni del Servizio centrale operativo e le confessioni dei fratelli Savi.

4) Quando viene consegnata la consulenza di Di Pietro?
La relazione di Antonio Di Pietro viene protocollata il 19 aprile 1995. È indirizzata al presidente della Commissione parlamentare stragi, il senatore Giovanni Pellegrino (foto sopra). Sono 176 pagine nelle quali Di Pietro convalida quanto gli viene messo a disposizione dal Servizio centrale operativo della polizia.
3) Cosa succede agli imputati sotto processo per la strage del Pilastro?
Marco Medda la sera della strage viene visto al Pilastro. I testimoni lo confermano. La sua Alfa 164 viene trovata abbandonata nella zona. Nella notte arriva a Milano e invece di andare al pronto soccorso, si fa medicare da un medico che conosceva, dicendogli che si era ferito con le forbici. Il medico, interrogato, conferma. Di Pietro ne prende atto. Ma la confessione dei Savi scagiona tutti. La perizia balistica dimostra che le armi che hanno ucciso i tre carabinieri sono tra quelle custodite nel loro “nasco”. E così Medda e i suoi complici della mafia catanese vengono assolti.
2) Cosa stabilisce alla fine la relazione?
Di Pietro, sempre sulla base di quanto aveva allora segnalato la polizia, conclude così la sua analisi: “Da quanto finora detto, emerge – ed emerge in modo assolutamente chiaro, a parere di chi scrive – che la banda della Uno bianca non ha fruito delle complicità di altre strutture criminali, non ha avuto scopi eversivi, non è stata al servizio di apparati deviati dello Stato. Essa è caratterizzata proprio per l’assoluta sua impermeabilità […]. Non ha costituito il braccio armato di alcuna organizzazione, né di menti al di fuori e al di sopra di essa”. E ancora: “Oggi si deve avere il coraggio di dirlo: si sono rivelate errate le piste investigative percorse […]. Non perché le nubi dei ‘misteri’ (o presunti tali) gravassero su di esse, ma perché chi ha avuto quella responsabilità non ha saputo, sempre, dare risposte adeguate”.
1) È un’analisi valida ancora oggi?
Già nel 2012, anni dopo l’assoluzione di Marco Medda e dei suoi complici, l’allora pubblico ministero Giovanni Spinosa ha pubblicato la sua testimonianza nel libro “L’Italia della Uno bianca”. Secondo il magistrato, che con le sue indagini aveva mandato a processo Medda e aveva intuito cosa fosse l’Autoparco di Milano, la testimonianza dei Savi non è sempre genuina. Molte loro dichiarazioni sono imprecise, smentite dai testimoni e dalle ricostruzioni sul campo. Forse al Pilastro non erano soli e non lo possono ammettere, o forse c’erano soltanto le loro armi. Come aveva giustamente osservato l’ex magistrato di Mani pulite, le indagini successive dimostreranno che la banda della Uno bianca non aveva invece avuto alcun ruolo nell’omicidio di Umberto Mormile. Ma, se sono vere le allusioni di Roberto Savi, unica potrebbe essere la regia superiore che faceva rivendicare omicidi e stragi come Falange armata. Le parole dell’ex poliziotto condannato all’ergastolo hanno comunque dato uno scossone all’albero dei silenzi. Dopo decenni di carcere, qualcuno potrebbe ancora parlare.
Fabrizio Gatti (www.today.it)


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