Egregio Manconi,pensiamo non sia necessario far premesse lapalissiane, almeno per quello che ci riguarda. Non è dunque una premessa, ma un voler ribadire con forza che con la mafia non si tratta. Ben lo sa Lei, del resto, così come sa bene che non si trattò con le Brigate Rosse. Almeno stando alle posizioni ufficiali.
Ma la merce di scambio in quella trattativa tra Stato e mafia, nel 1993, c’è stata eccome. La mafia, dopo la morte di Salvo Lima, l’aveva giurata ad almeno sette politici. Ma quei sette politici non sono stati ammazzati. Nossignore. Al loro posto, al posto delle loro vite, sono state prese quelle dei nostri figli in nome e per conto dell’abolizione del 41 bis. E’ la strage del 41 bis quella di via dei Georgofili lo dicono 4 anni di processi dal 1996 al 2002.
Aggiungiamo, con la coscienza e la consapevolezza di chi ha seguito passo passo i processi svolti in Tribunale da magistrati eccellenti come Gabriele Chelazzi, che quando lo “007” Bellini incontra il mafioso Gioè nella prima trattativa per le stragi del 1993, la merce di scambio sul piatto della bilancia erano solo cinque mafiosi che dovevano andare dal carcere in ospedale. Pensi, solo cinque. Non ventitre.
Ma qualcosa non andò a buon fine e la trattativa saltò, insieme ai monumenti italiani.
Molti tra quegli ormai noti 334 mafiosi furono sottoposti nuovamente a 41 bis dal professore Conso. Lo stesso macellaio di via dei Georgofili, Lo Nigro, fu tolto da 41 bis per poi esserci rimesso solo dopo le nostre azioni di protesta nei confronti di un tale macroscopico errore. Ci sono volte in cui, in nome di un incomprensibile garantismo, Barbablù esce dal carcere. Ma le vittime non possono e non devono accettare in silenzio. Noi, di certo, non lo facciamo e non lo faremo mai.
Egregio Manconi, noi esistiamo e resistiamo in nome dei nostri figli massacrati per logiche che ancora non sono uscite alla luce del sole ma che prima o poi tutti avranno sotto agli occhi. Anche noi facciamo le nostre analisi e, per fortuna, in Italia c’è ancora una magistratura che applica le leggi badando poco alla politica e alle sue troppo spesso basse elucubrazioni.
Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili
Svanita la posta della trattativa
Il tema della trattativa tra la mafia e lo Stato costituisce una formidabile struttura narrativa. Nella storia delle organizzazioni criminali del nostro Paese, il rapporto con le istituzioni statuali – dalla caserma dei carabinieri fino al Parlamento – è stato ininterrotto nel tempo. Rapporto variabile nell’intensità, alterno nei risultati. Ma sempre attivo.
In genere, quella relazione si manifestava come capacità delle organizzazioni mafiose, di fare proselitismo all’interno degli apparati dello Stato, acquisendo la complicità di funzionari dell’amministrazione e di rappresentanti politici, di uomini delle forze dell’ordine e di esponenti della burocrazia pubblica. È quel processo di penetrazione della criminalità nello Stato che percorre la storia nazionale a partire dall’Unità d’Italia.
Vent’anni fa, un simile fenomeno già aveva conosciuto un significativo mutamento, analizzato dai nuovi studi sulle mafie e ben sintetizzato dalla fulminante battuta dell’attore Paolo Rossi: oddio, la politica si è infiltrata dentro la mafia! In estrema sintesi è questo lo scenario, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, in cui precipitano gli eventi della stagione delle stragi: mutamento dei rapporti di forza all’interno della criminalità siciliana, primi risultati nell’attività investigativa e nuove norme anti-mafia, attentati di particolare efferatezza. Qui, in questo delicatissimo passaggio di fase, si sarebbe sviluppata la «trattativa». Dunque, ai rapporti di infiltrazione e collusione, di corruzione e di reclutamento, si sarebbe sovrapposta un’attività di negoziazione, finalizzata a ottenere una sorta di tregua, capace di attenuare l’offensiva dello Stato, e allo stesso tempo di ridurre il volume di fuoco delle cosche, contenendo i danni per la collettività.
Oggi, a distanza di due decenni, la magistratura sta indagando per verificare se, in quel rapporto tra apparati statali e organizzazioni mafiose, vi siano stati comportamenti penalmente rilevanti. Si tratta di indagini non solo legittime ma doverose perché siamo in presenza di questioni di enorme rilievo. Che ruotano intorno al dilemma classico sui limiti giuridici, politici e morali, della possibilità di negoziato, mediazione e compromesso tra lo Stato e i soggetti chi gli si oppongono con mezzi extra legali. In altre parole, quale prezzo lo Stato può pagare per mettere chi lo combatte nelle condizioni di non nuocere o per limitarne la potenza criminale o per ottenere la tutela di alcuni beni preziosi (la vita di un ostaggio, la protezione di una comunità, la riduzione del livello di violenza …)? Siamo in una zona grigia: se i comportamenti di uomini e apparati dello Stato non configurano una complicità con l’organizzazione criminale né una resa interessata a essa, la valutazione è di natura esclusivamente politica. Ed è una responsabilità terribile e drammatica quella che ricade sui decisori politici, chiamati a scelte il cui esito non è prevedibile e che, in un caso come nell’altro, comportano effetti lesivi per i diversi beni pubblici in gioco: il bene pubblico dell’autorità statuale (nel caso di una trattativa), e il bene pubblico della tutela dell’incolumità dei cittadini (nel caso che una mancata trattativa produca rappresaglie sanguinose).
Come si vede, siamo nel cuore profondo dei processi di legittimazione giuridica e morale di uno Stato. Lo Stato è tale, e può esigere lealtà dai cittadini, solo se e fino a quando è capace di garantire la loro sicurezza e di proteggere la loro integrità fisica nei confronti dei nemici esterni. Per tutto questo, penso che la questione della presunta trattativa esigesse una gestione pubblica totalmente diversa da quella, così meschinamente strumentale, che ha finora conosciuto. Ma ecco intervenire una rilevante novità. Il racconto della trattativa, come si è detto, offre una straordinaria rappresentazione letteraria, che fatalmente produce una ricca mitologia, numerose figure di protagonisti e comprimari, una folla di comparse, retroscena e plot, doppi e tripli intrighi, e fascinosi misteri.
Dentro questa produzione immaginifica, sin dall’inizio ha avuto un ruolo fondamentale l’oggetto della trattativa stessa. Ovvero la sospensione del regime di 41 bis per 520 reclusi. In due informatissimi articoli (15 e 16 ottobre), Claudia Fusani su queste colonne, ha mostrato egregiamente come la posta in gioco di quella trattativa rischi ora di evaporare. Lavorando su fonti attendibili, la Fusani ha evidenziato come – tra le tre Procure che indagano – almeno una, quella di Firenze, ritenga che la sospensione del 41 bis non fosse allora un obiettivo dell’organizzazione mafiosa. Ad avviso del sostituto procuratore Giuseppe Nicolosi, nell’audizione davanti alla commissione parlamentare Antimafia (12 marzo 2012), «la revoca del 41 bis era indifferente ai desiderata di Cosa Nostra. Non c’era praticamente nessuno a cui potesse interessare». Secondo alcuni consulenti di quella stessa commissione e secondo una relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, inviata alla Procura di Palermo nel gennaio 2011, di quei 520 beneficiari della revoca del 41 bis, solo 44 – a seguito del successivo (e più attento) controllo – furono sottoposti nuovamente al regime del «carcere duro». E di quei 44, secondo i consulenti dell’Antimafia e il rapporto del Dap, meno di una decina presentavano un alto profilo criminale. Va ricordato, d’altra parte, che il 41 bis veniva applicato, all’epoca, per la prima volta e questo indusse a ricorrervi in modo sbrigativo, senza una puntuale ricognizione e in maniera estensiva: cosicché, a una ulteriore e più attenta verifica, si impose la necessità di utilizzare criteri maggiormente rigorosi. Si aggiunga che tra coloro ai quali il 41 bis fu sospeso per decisione del ministro della Giustizia Giovanni Conso (334), appena 23 erano siciliani: e, dunque, l’interesse a sottrarre al «carcere duro» un numero così esiguo di conterranei, e uno ancora più esiguo di capi mafiosi, non appare come una posta in gioco abbastanza significativa da costituire la materia preziosa di una trattativa di così elevata delicatezza e pericolosità. Non solo: fu lo stesso ministro Conso, subito dopo, a ripristinare per 8 di quei 23 la misura del 41 bis. E, dunque, se scambio c’è stato, qual è stata la merce scambiata?
Luigi Manconi (L’Unità, 19 ottobre 2012)

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