Pazienza per i soliti commentatori un tanto al chilo, i Battista, Sgarbi e mèchati vari, che non perdono l’occasione per sfoderare il solito repertorio di balle. Pazienza per gli house organ di B., che gabellano per assoluzione l’annullamento del processo Dell’Utri con rinvio ad altro appello e spacciano la requisitoria (anzi l’arringa) del sostituto Pg Iacoviello per una sentenza definitiva. Questi ormai sono rumori di fondo di ogni processo eccellente. Ma è possibile che il Csm, l’Anm, le componenti della magistratura associata, la stessa Cassazione e la sua Procura generale non avvertano l’urgenza di dire una parola di chiarezza sulle anomalie dell’ultima fase del processo Dell’Utri: prima il ritardo di un anno con cui è stato fissato in Cassazione, facendolo cadere nelle mani di un amico di Carnevale (basta consultare le mailing list delle varie correnti per trovarvi ogni sorta di interrogativo); e poi il violento attacco del dottor Iacoviello al reato di concorso esterno in associazione mafiosa? Davvero, come sostiene quest’ultimo, il reato non esiste? O si tratta di un’esternazione estemporanea, a titolo personale, non concordata né condivisa dal suo ufficio? Che si sappia, il compito di un Pg della Cassazione è proporre il rigetto o l’accoglimento dei ricorsi contro una sentenza di grado inferiore: cioè valutare se la sentenza è ben motivata in punto di legittimità o necessita di una nuova pronuncia di merito. Non c’è invece quello di abrogare i reati, né quello di dar fiato alla bocca per esternare a ruota libera considerazioni che di giuridico non hanno nulla, anzi sono smentite da due sentenze della Cassazione a sezioni unite e dal Massimario, tipo: “al concorso esterno ormai non crede più nessuno”. Ma chi l’ha detto? Ma dove sta scritto? Ci sono magistrati che, per molto meno, sono finiti sotto procedimento disciplinare per iniziativa della stessa Procura generale della Cassazione o addirittura sono stati cacciati o trasferiti o degradati dal Csm. Possibile che nessuno dica nulla su un’uscita che riporta le lancette dell’antimafia a prima di Falcone? Decine di persone sono in carcere o sotto processo per quel reato: avranno diritto di sapere se quel reato esiste ancora o no? E avranno diritto di saperlo le centinaia di magistrati che ogni giorno rischiano la pelle nelle procure e nei tribunali di frontiera del Sud con indagini e processi per quel reato? Certamente l’avrà fatto in buona fede, ma con quelle parole pronunciate dal suo alto scranno il dottor Iacoviello delegittima e isola tutti i colleghi che procedono, fra mille difficoltà e pericoli, sui rapporti fra mafie, istituzioni e professioni. E invia un messaggio devastante ai collaboratori di giustizia presenti e futuri che di quei rapporti stanno parlando o potrebbero parlare, proprio mentre siamo a un passo dalla verità sulle stragi e sulle trattative retrostanti: state pure zitti, tanto i processi alla classe dirigente collusa con la mafia non si faranno più o, se si faranno, finiranno nel nulla. Anche il procuratore nazionale Grasso, anziché tutelare il lavoro di tanti pm e giudici antimafia che al concorso esterno credono perchè lo vedono ogni giorno sotto i propri occhi, lavorando in Sicilia, Calabria, Campania anziché a Roma o a Ravenna, se n’è uscito con una bizzarria: siccome lui ha contestato a Cuffaro il favoreggiamento mafioso e Cuffaro è stato condannato per quel reato, allora “per combatte le zona grigia che ruota intorno a Cosa Nostra è preferibile contestare fattispecie concrete di reato”. Peccato che la Cassazioneabbia stabilito che il favoreggiamento vale per uno-due episodi singoli; se invece la condotta è ripetuta e prolungata nel tempo, come nel caso di Dell’Utri, è concorso esterno o partecipazione all’associazione mafiosa. Quante ipocrisie per nascondere la vera posta in gioco: Dell’Utri è il braccio destro del padrone d’Italia (sì, B. lo è ancora), dunque la legge è uguale per tutti, ma non per lui.
Marco Travaglio (da Il Fatto Quotidiano del 11/03/2012)
Giudici controcorrente: Corrado Carnevale
di Andrea Marcenaro (Panorama, 6 luglio 2010)
Il soprannome di «ammazzasentenze» datogli dai suoi accusatori, per i processi degli anni Ottanta di cui si occupò da presidente della prima sezione penale della Cassazione, gli è rimasto addosso come un marchio. Ma Corrado Carnevale, 80 anni, ex presidente della Cassazione, ora membro della terza sezione civile della Suprema corte, processato per concorso esterno in associazione mafiosa è stato assolto.
La sentenza di Palermo stabilisce che il senatore Marcello Dell’Utri concorse agli interessi di Cosa nostra, per quanto esternamente, fino al 1992. Poi non più, dal momento che, a partire dal 1992, questo almeno ha sentenziato la corte, è diventato un irreprensibile cittadino.
Cioè sarebbe uscito dalla mafia.
Evidentemente.
S’era proprio stufato.
Sembrerebbe.
Come lo capisco. Vogliamo parlarne sul serio?
Sì.
E allora le rivelerò un segreto: non è così consueto che uno possa farsi un giro di valzer con Cosa nostra e poi piantare un simile partner in mezzo alla pista a svolazzare da solo come un cretino.
Fuor di metafora?
In due modi si esce dalla mafia, e non ce ne sono altri: o morti o espulsi. L’espulso, in genere, poi viene anche ucciso.
Il senatore Dell’Utri pare vivo.
Vuol dire che sempre due sono le possibilità: o non ha mai fatto parte della mafia o ne fa ancora parte.
La seconda che ha detto è stata esclusa.
In quel caso, la prima non è credibile.
Invece lo è, dicono i suoi colleghi. Esternamente mafioso, ma mafioso.
Il mafioso a tempo? Vengono a rifilarci una bubbola del genere? Le rivelerò il secondo segreto: il mafioso non è una specie di boy scout alla rovescia, che deve compiere tutti i giorni la sua cattiva azione per essere utile alla causa. Basta essere stato a disposizione una volta per essere considerato a disposizione sempre.
Riassumendo?
Non è possibile che uno si dimetta da mafioso, così come, per essere parte della mafia, non è necessario mafiare ogni 24 ore. Una mafiatina ogni tanto è sufficiente. Se uno, poi, ricopre un ruolo importante nella società civile, non è nell’interesse dell’organizzazione disfarsene. Quindi, se lo tiene.
Se era suo.
Certo, se era suo.
Ma se era suo soltanto dall’esterno? Un po’ sì e un po’ no? In quel caso, potrebbe usarlo prima e poi non più. O un po’ e un po’. Part time…
Il fatto di essere siciliano non mi attribuisce particolari vantaggi. Ma il fatto di essere un umano mi impedisce di sentirmi fesso come certe sentenze vorrebbero convincermi che sia.
Lei pare diffidare eccessivamente di quell’articolo del codice che parla di concorso esterno all’organizzazione mafiosa. Che non sarà magari interno, dal momento che è esterno, ma pur sempre qualcosa sarà.
Guardi, il concorso esterno è un’invenzione. Dal punto di vista giuridico non sta in piedi. O si dà un apporto o non si dà. Per essere partecipi dell’organizzazione criminale, non è necessario compilare domande, sostenere concorsi o partecipare a un’iniziazione. È letteratura. Chi svolge attività vantaggiose per la mafia ne fa parte, senza tanti arzigogoli. Ma questo è un paese dove piacciono più gli arzigogoli che le prove.
Perché?
Perché l’arzigogolo lascia aperte molte porte e rende possibile qualche campagna che la durezza della prova non consentirebbe. L’arzigogolo richiede infinite pagine, la prova poche. E nell’infinità delle pagine, lei sa come va il mondo, infinite sono le scappatoie.
Eppure, un magistrato valente come Piero Grasso, che non guida per un caso l’antimafia nazionale, ha sostenuto la teoria dell’«entità». Della trattativa tra Forza Italia e mafia, del do ut des. Dell’accordo, e vedi mai di un golpe. Insomma, su Dell’Utri è andato giù pesante.
La cosa mi ha sorpreso per due motivi. Grasso, se non sbaglio, e non sbaglio, è stato per lunghi anni procuratore capo della Repubblica a Palermo.
Appunto, mica è il tipo che parla per parlare.
Dovrebbe esprimersi, se non sbaglio, e non sbaglio, «ex informata coscientia». Cioè doveva conoscere l’argomento di cui stava parlando.
Certo che lo conosceva.
E per questo mi ha stupito. Di questi accordi tra forze politiche, di nuovo o vecchio conio, e la mafia si parla da decenni.
Il famoso terzo livello, che poi diventa il quarto o il quinto.
Quello. E se non sbaglio, ma non mi sbaglio, si parlava della terribile faccenda non solo a livello mediatico, anche giudiziario.
Vorrei vedere, hanno impilato una quantità d’inchieste che non basta uno stadio.
Bravo. Sia la procura di Palermo sia la procura di Caltanissetta hanno svolto indagini a tappeto che si sono concluse.
Con risultati non proprio sfolgoranti.
Con un nulla di fatto.
Per cui, deduce lei…
Come si fa a sostenere in giro che esista, probabilmente, ciò che sai che non esiste?
In dubio veritas è l’atto fondativo di ogni pensiero filosofico.
Non solo Grasso sapeva che non risultava alcunché, delle paure di cui andava raccontando sui giornali, ma aveva diretto le indagini dalle quali non risultava alcunché. O non era lui il capo dell’ufficio che aveva aperto, diretto e concluso quelle indagini? Era un altro Grasso?
No, era quel Grasso, questa volta non sbaglia.
E allora?
Ex disinformata coscientia?
Resta un inspiegabile mistero.
Lei non sembra considerare che nel frattempo era arrivato il pentito Gaspare Spatuzza, il quale non sembrava, diciamo, il 2 di coppe.
Ah, già, il pentito Spatuzza.
Ha riferito che Giuseppe Graviano gli aveva riferito.
Al bar.
Perché, dovevano forse vedersi all’Accademia dei Lincei?
Che cosa è uscito, di nuovo? Se, come credo, le informazioni giornalistiche erano esaustive, e non hanno nascosto nulla, anzi, semmai aggiunto, dov’erano le clamorose novità sull’accordo tra la forza politica di nuovo conio e la mafia? Le rivelazioni sulla sconvolgente trattativa?
Nelle parole di Spatuzza: «Graviano mi disse chi ci garantisce. Mi vennero fatti i nomi di Berlusconi, quello di Canale 5, e di un compaesano, Dell’Utri, che ci hanno messo il Paese in mano».
Frase definitiva.
Non ironizzi.
E Grasso, più siciliano di me, che ha passato la vita in Sicilia, non conosce i comportamenti, le abitudini e i modi di dire dei signori mafiosi?
Tenderei a escluderlo, ma cosa c’entra?
Guardi, ho deciso di rivelarle il terzo mistero. Le descrivo lo schema. su comportamenti, abitudini e modi di dire dei signori mafiosi?
Come no…
Lo schema è questo: il capo mafioso deve sempre mostrarsi importante davanti al picciotto. Egli è colui che tutto conosce e tutto può. Esempio. Se il gregario domanda al capo: lo conosci il direttore del Messaggero?, il capo, che di quel giornale non ha mai letto una riga, risponderà: «n’aiu sentutu parlari». Se, per puro caso, ha letto per una volta il nome del direttore in calce a un articolo, al picciotto risponderà così: «‘u canusciu, ‘u canusciu». Se poi avesse avuto mai occasione di incontrarlo, di sfuggita, una volta, magari mezza, il meno che dirà al picciotto sarà questo: «l’aiu ne’ manu », lo tengo in mano. Questa è la storia, non altra. Poi, per chi li ama, ci sono gli arzigogoli.
Troppo fantasioso.
Per nulla fantasioso. L’uomo politico siciliano si comporta all’incirca nello stesso modo.
Questa è pesante.
Dissero a suo tempo, su di me, di avermi segnalato questa cosa e quell’altra. Ma io segnalazioni non ne avevo ricevute. Risulta agli atti, è stato dimostrato. Se poi la mia sentenza andava nel senso desiderato, se ne uscivano così: «vidisti che successe? Io fui». Se andava male: «’stu disgraziato», inveivano, e là finiva. Capito?
Perciò?
Perciò, ammesso e non concesso che Graviano abbia davvero detto ciò che Spatuzza ha riferito, mi dice che valore aveva?
Comunque, i giudici palermitani l’hanno pensata come lei.
Ma hanno emesso la sentenza che hanno emesso.
Pilatesca?
Le racconto un episodio, capitato molti anni fa. Spinoso, perché riguardava Licio Gelli. Era accusato di strage per l’attentato alla stazione di Bologna. Verrà poi condannato per calunnia, che è una cosa leggermente diversa dalla strage. In camera di consiglio eravamo in cinque. Lessi le 40 pagine della requisitoria che lo accusava di strage. Poi chiesi l’opinione dei quattro consiglieri: «È acqua fresca» mi risposero tutti e quattro. Allora la annulliamo, dissi. «E che? Vogliamo andare a finire sui giornali?» fu la risposta. Votammo, persi quattro a uno. Da allora nella magistratura italiana nulla è cambiato.
Il colloquio col presidente Corrado Carnevale è stato molto lungo. Ha parlato di etica nella professione, del rispetto dovuto agli imputati, della presunzione di non colpevolezza, della separazione delle carriere con ragioni non usuali, dell’inconcludenza del governo nel progetto riformatore, delle correnti, del Csm, della corporazione e della debolezza, se non della viltà, di molti magistrati. E delle intercettazioni, naturalmente, oltreché del vecchio, e produttivo, e ormai abbandonato modo di condurre l’investigazione. Ha parlato, in modo signorile ed esilarante, delle manovre per impedirgli di ricoprire il ruolo di rango che gli spetta nella Corte di cassazione. E di molto altro, cultura e protagonisti di Mani pulite compresi. Veniva un libro, peccato. Mi scuserà.
Andrea Marcenaro (Panorama, 6 luglio 2010)
Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad un dibattito organizzato dalla rivista Micromega presso l’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo;sarà il suo ultimo intervento pubblico.Paolo giunge nell’atrio della biblioteca quando il dibattito è gia iniziato: ma la sua città lo attende e accompagna il suo passaggio con un lunghissimo e fragoroso applauso che si contrappone al silenzio, quasi surreale, che cala nella sala quando Paolo comincia a pronunciare il suo discorso: sono parole colme di sdegno e di rabbia, parole ben scandite e pronunciate con una lentezza inconsueta, parole di un vero UOMO delle Istituzioni consapevole di essere l’ultimo rimasto da eliminare, un uomo che a poco meno di un mese dal suo assassinio non si nasconde dietro la paura ma continua a lavorare incessantemente per scoprire la verità sulla Strage di Capaci.
Desiree Grimaldi (19luglio1992.com)
Il video, preso da youtube, è stato ricavato dal prezioso lavoro del giornalista Pippo Ardini, scomparso l’8 dicembre 2009
Paolo Borsellino: “Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul “Sole 24 Ore” dalla giornalista – in questo momento non mi ricordo come si chiama… – Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul “Corriere della Sera” che bollava me come un professionista dell’antimafia, l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque – e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.”
Paolo Borsellino (Biblioteca comunale di Palermo, 25 giugno 1992)

Be First to Comment