Il 20 luglio 2011 allo stadio Pian del Lago di Caltanissetta, alle ore 17,30, sotto la comune bandiera della Fondazione Progetto Legalità in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le vittime della mafia, l’ANM di Caltanissetta e l’ANM di Palermo si incontrano per ricordare Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, uccisi in via D’Amelio e per rilanciare un messaggio di unitario impegno nel perseguire i valori che costoro, anche con il loro sacrificio, ci hanno additato. Si tratta di un’iniziativa molto semplice, simile a tanti momenti di amicizia vissuti da ragazzi, quando, per stare insieme, qualcuno portava un pallone e tutti cercavamo un campetto
I magistrati di Palermo e quelli di Caltanissetta, sorridendo anche sulle dietrologie circa guerre e conflitti, si sfidano quindi davvero ma in una partita di calcio, nella quale vincerà comunque il patrimonio morale e professionale di Borsellino.
E’ per questo che il giocatore più forte tra tutti quelli in campo, Manfredi Borsellino, porterà il n. 10 e comporrà nel primo tempo una squadra e nel secondo l’altra squadra; e suo figlio, il piccolo Paolo Borsellino, parteciperà quale mascotte di entrambe le squadre e le aiuterà idealmente a dare insieme… un calcio alla mafia.
Il 20 luglio a Caltanissetta il ricordo di Paolo Borsellino diventa un grande evento popolare in cui non solo i magistrati, ma anche tutte le forze dell’ordine, le associazioni sportive, la squadra della Nissa, le associazioni di volontariato e quelle di arma, le ONLUS, gli scout, i ragazzi down, le famiglie dei disabili, le parrocchie e i loro gruppi estivi, i rappresentanti degli enti locali e delle istituzioni, ma anche i ragazzi ospiti dell’istituto penale minorile che stanno svolgendo un percorso di recupero, tutti insieme riascolteremo i messaggi più nobili di un grande magistrato e ci uniremo per un rinnovato impegno morale e civico ispirato ai suoi ideali, così grandi e così normali.
Il 20 luglio è l’anniversario del giorno dopo.
Non vogliamo solo ricordare la strage, vogliamo ricordare tutte le sensazioni che attraversarono una comunità scossa da un attacco bestiale e senza precedenti al cuore di quello Stato che intendeva contrastare la mafia.
Vogliamo ricordare il giorno dopo, quando ancora per tutta Palermo si respirava l’odore penetrante dell’esplosione, quando l’aria sembrava intrisa di cenere e quando il fuoco del tritolo sembrava avere estinto tante speranze.
Vogliamo ricordare l’incredulità dinanzi al fatto che avevano ucciso Borsellino, perchè tutti avevano pensato che dopo Falcone la mafia avrebbe avuto di mira lui, ma in tanti si erano illusi che non sarebbe successo perchè sarebbe stata una mossa troppo prevedibile.
Vogliamo ricordare il senso di impotenza che avemmo nel pensare che erano successi fatti troppo gravi, che poco si addicevano alla tradizionale prudenza della mafia, ma se si erano verificati era stato perchè chi li aveva eseguiti si sentiva davvero potente e forse lo era.
Vogliamo digrignare i denti per la rabbia come facemmo quando avvertimmo questo senso di impotenza e al contempo sentimmo di non essere disposti a farci sovrastare da esso.
Vogliamo rivivere la spinta che sentimmo dentro di noi e che ci portava cercare un senso per andare avanti e non fermarsi; vogliamo sentire di nuovo in noi quella incondizionata voglia di ricominciare anche senza sapere da dove; anche la speranza può essere cieca, come lo era in quei giorni, quando nessuno sapeva bene come e cosa sperare ma sentiva comunque il bisogno di sperare.
L’anniversario del giorno dopo riporta al centro il dovere di ognuno alla memoria operosa, come quello che svolge la Fondazione Progetto Legalità nelle scuole e in ogni ambito in cui si costruisce la storia e la cultura del nostro Paese.
E’ un fare memoria che non si esaurisce in lutto e pianto, in ammirazione e commemorazione, ma che esige che ognuno faccia qualcosa perchè si possa dire che il 19 luglio del 1992 nulla è finito e nulla è stato perduto; perchè quello fu il giorno del volto sofferente e disperato di Antonino Caponnetto, il capo dell’ufficio in cui avevano lavorato Falcone e Borsellino, ma già dal giorno dopo in quell’anziano e nobile magistrato cominciò a risorgere la speranza e la determinazione; perchè il senso di ciò che è accaduto quel giorno dipende dal senso che ognuno di noi ha dato e darà ai giorni che seguirono e seguiranno; perchè Borsellino e gli uomini della sua scorta non ci hanno consegnato un nobile esempio da additare ai nostri figli, ma ci hanno consegnato la responsabilità di spiegare loro cosa è successo in quegli anni e perchè certe mostruosità sono potute accadere.
E su come spiegheremo ai nostri figli queste cose non potremo avere sconti; a loro, ai figli dei nostri figli e via via alle generazioni successive non interesserà se e quante persone sono state indagate, quante arrestate, quante condannate; non vorrano conoscere quali più suggestive ricostruzioni sono state offerte con successo in libri, convegni o articoli di giornale.
Loro vorranno dati certi, specifici, concreti, pezzi robusti di quella verità che tutti dicono di volere ma che in molti sono riusciti ad occultare o mistificare.
E certamente preferirebbero una verità insufficiente ma certa ad una ricostruzione completa ma debole; perchè ad una parte di verità è possibile nel tempo aggiungere un’altra parte di verità, mentre con un coacervo di dati certi, suggestioni, ipotesi, menzogne ed omissioni non si costruisce nulla e si costringe chi viene dopo a distruggere e a ricominciare.
L’anniversario del giorno dopo serve a ricordarci tutto questo, serve a stimolarci a pensare e a operare, con umiltà, senza scoraggiamenti, con entusiasmo e responsabilità, sapendo di dovere assolvere ad un compito arduo, nel quale sono ammessi tanti errori ma non quello di credere di avere capito tutto, una volte per tutte.
Giovanbattista Tona
(Fonte: antimafiaduemila.com)

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