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L’agenda rossa. Il 5-0 al boss

Sabato. Roma si tinge di rosso.

Domenica. Un roboante 5-0 dell’Akragas viene dedicato dal presidente ad un suo fraterno amico, da pochi giorni dietro le sbarre con la pesantissima accusa di associazione mafiosa.

Il rosso che aveva riempito Roma ha rischiato di sbiadirsi. Le urla “Paolo vive”, “Fuori la mafia dallo stato”  sembrano quasi essere state coperte dal boato dello stadio di Agrigento ad ogni gol dei loro calciatori. Uno, due, tre, quattro, cinque volte. La palla finita in rete. Una vittoria schiacciante. Di prepotenza. Non si infierisce sull’avversario. A meno che non si voglia a tutti i costi sottolineare la propria supremazia. Il proprio dominio. Quei ragazzi in campo non potevano sapere che il loro predominio sul terreno di gioco verrà di lì a poco offerto in sacrificio. A chi, secondo le accusa, tentava di ricostruire la famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro.  Se la squadra avesse vinto di misura con un gol a tempo scaduto magari non lo avrebbe fatto. Ma la vittoria dominante dà un senso assai diverso a quella dedica.

ll rosso di Roma sembra avere resistito. Ha saputo riprendersi il suo colore. Grazie al ricordo di quella madre che si è avvicinata all’orecchio del figlio undicenne. Ha dovuto sforzarsi. Non deve essere facile parlare nei pressi di un corteo di migliaia di persone. E allora ha scandito le parole. Una per una. Ed è stato facile leggere il suo labiale. “Quello con la maglietta blu è Salvatore Borsellino… E’ il fratello di Paolo Borsellino. Era un giudice che è stato ucciso dalla mafia”. E il ragazzino non ha più tolto gli occhi dalla sagoma di Salvatore.


Il presidente dell’Akragas ha dichiarato che per lui non c’è nulla di male a dedicare la vittoria ad un amico “fraterno” che “…non ha ancora avuto una condanna. E se ciò dovesse avvenire la società Akragas deciderà cosa fare”. Secondo la teoria del presidente si potrebbe quindi insignire del premio Nobel per la pace un presunto delinquente, per poi revocarglielo qualora la giustizia lo reputasse colpevole!

ll rosso di Roma ha ormai ripreso tutta la sua intensità. Grazie a quella coppia di giovani sposi che avanzava spingendo un passeggino. Nella confusione si riusciva addirittura a sentirne il cigolio. Un angelo biondo ci dormiva dentro. Tra le mani, come fosse una copertina, un piccolo libricino.

Il rosso di Roma è l’agenda rossa di Paolo Borsellino. A Roma c’era l’Italia. C’era un operaio di Trento che ha intaccato il suo precario budget familiare per recarsi nella capitale a manifestare. C’era una cinquantenne bionda che si è avvicinata al corteo bloccato dal semaforo per gridare a Salvatore, a Luigi, a Sonia, a Gioacchino: “grazie, grazie, grazie..”.

Mi chiedo cosa ci è venuta fare tutta questa gente lì in un giorno qualunque di un mese qualunque. Nessuna ricorrenza, nessuna celebrazione, nessun anniversario.

Eppure stava lì. A gridare la voglia di verità e giustizia. A gridare contro la presenza di condannati per mafia all’interno delle istituzioni.  A gridare contro una stampa asservita al potere. A riprendere un vecchio slogan creato da Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”.

Non per il presidente dell’Akragas Calcio. Almeno fino a condanna definitiva.  

Franco Cascio

 

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