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La storia di Graziella Campagna, il simbolo del peggio e del meglio di una Nazione sbandata

12 dicembre 2021 – Sono passati trentasei anni. Graziella Campagna ne aveva diciassette, quella lugubre sera del 12 dicembre 1985, quando venne sequestrata, torturata e uccisa da Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera. E da altri con loro. Aveva diciassette anni e oggi ne avrebbe cinquantatré. Chissà cosa sarebbe stata la sua vita, se non fosse stata stroncata dalla violenza assassina.

Che non fu espressione solo dei due latitanti palermitani condannati all’ergastolo per l’omicidio di Graziella Campagna. E nemmeno fu espressione solo del contesto che aveva accudito con agiatezza e comodità insuperabili la loro esistenza di ricercati fra Villafranca Tirrena e l’intera provincia di Messina, sotto le false generalità dell’ingegner Tony Cannata e del geometra Gianni Lombardo, assidui frequentatori della lavanderia La Regina di Villafranca Tirrena, dove Graziella era impiegata in nero, per centocinquantamila lire al mese.

Come per quasi tutti i delitti eccellenti dell’Italia repubblicana (possiamo qualificare come eccellenti tutti i delitti che hanno goduto di depistaggi istituzionali, i quali spesso, come nel caso dell’omicidio Campagna, sono iniziati addirittura prima dell’esecuzione dei delitti medesimi), anche per quello di Graziella Campagna, apparente storia minima alla periferia dell’impero, tirando tutti i fili si risale allo scenario complessivo di un Paese che per decenni, come nell’impegno di dare ragione alla lucida analisi di Antonio Gramsci, ha visto il potere legale puntellarsi con le pratiche del sovversivismo bombarolo delle classi dirigenti.

Non sembri un’esagerazione. Il nome di Gerlando Alberti Junior, insieme a quello dei camorristi suoi compari del quartiere napoletano della Sanità, ricorre significativamente nella sentenza con cui Pippo Calò, il capo della famiglia mafiosa palermitana dentro la quale per ragioni di sangue crebbe Gerlando Alberti junior, venne condannato per la cosiddetta “strage di Natale”, l’esplosione che il 23 dicembre 1984 provocò dodici morti e quarantotto feriti nell’esplosione del Rapido 904, all’interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro, fra Firenze e Bologna. E, del resto, quegli stessi camorristi napoletani sodali di Alberti nei primi mesi del 1985 erano stati impegnati, con la benevola cura dell’assassinio di Graziella Campagna e dei mafiosi messinesi suoi alleati, in un furto con la tecnica della lancia termica nel caveau di una banca messinese.

Senza trascurare il fatto che anche i fili delle strategie con cui Alberti e Sutera cercarono l’impunità, trovandola per decenni, si intrecciano con storie ben più note, emerse nel processo a carico di Marcello Dell’Utri, col tentativo di far ottenere indebitamente benefici penitenziari al noto “stalliere” di Arcore, Vittorio Mangano.

Se per l’omicidio di Graziella Campagna alla fine l’impunità di Alberti e Sutera cessò fu solo grazie alla rabbiosa caparbietà di un eroe proletario, Piero Campagna, il fratello carabiniere di Graziella, che, nella latitanza pure dello Stato, dovette provvedere in autonomia a svolgere le indagini sugli assassini di sua sorella.

A ben vedere, quella di Graziella Campagna non è propriamente una storia minima alla periferia dell’impero. È, al contempo, il simbolo del peggio e del meglio di una Nazione sbandata. Per questo non può essere dimenticata, nel giorno in cui ricorre anche il cinquantaduesimo anniversario della strage di Piazza Fontana.

Fabio Repici

 

 

 

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