A Felice Cavallaro del Corriere della sera, MARIA FALCONE ha così risposto:
«Una scelta vergognosa, la storia si ripete». Lo considera un torto? «Conta poco che Alfredo Morvillo fosse il cognato di mio fratello. Vale la storia professionale personale». Di Pisa ricorda l’ assoluzione? «La limpidezza di Morvillo non ce l’ hanno altri. Se poi mi si dice che Di Pisa è più anziano, torniamo a un film già visto. Anche a Giovanni fu preferito uno più “anziano”».
Il riferimento è ad Antonino Meli che fu nominato a capo dell’Ufficio Istruzione grazie al tradimento, in seno al CSM, del “giuda” Vincenzo Geraci.
Alla stessa domanda e allo stesso giornalista, il magistrato GIUSTO SCIACCHITANO, oggi in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia, ha dichiarato:
Della nomina di Di Pisa «penso bene, come avrei pensato bene della nomina di Morvillo. Di Pisa forse è stato scelto perché era già capo della Procura di Termini Imerese, aveva già le funzioni di Procuratore capo». E la storia del Corvo? «Di Pisa ne era uscito totalmente fuori: basta guardare indietro».
In verità, «indietro» avevano già guardato molto bene i membri del CSM che a Di Pisa avevano preferito Alfredo Morvillo, peraltro già designato nell’apposita commissione, come ha rilevato su La Repubblica Alessandra Ziniti:
«”Sconcertante”. Così i membri togati di Magistratura democratica, Livio Pepino, Ezia Maccora, Fiorella Pilato e Elisabetta Cesqui, hanno definito la nomina di Di Pisa ritirando fuori la vecchia storia del Corvo di palazzo di giustizia di Palermo che nel 1989 vide proprio il magistrato protagonista del caso delle lettere anonime che aprirono una drammatica stagione di veleni. Ma da quelle accuse, processato a Caltanissetta e poi assolto, Di Pisa è stato definitivamente scagionato anche se chi avversava la sua nomina ieri ha ricordato che, per quella vicenda, fu comunque trasferito a Messina. “Non si tratta – dicono i togati di Md – di un singolare caso di omonimia: Alberto Di Pisa è lo stesso che nel 1989 fu trasferito d’ ufficio da Palermo, la cui Procura era all’ epoca dilaniata da contrasti ai quali non era estraneo, mentre Morvillo è lo stesso che subito dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo rilanciò l’ azione compatta della Procura di Palermo e Marsala è la stessa città dove Paolo Borsellino è stato procuratore nello stesso ufficio ora assegnato a Di Pisa”».
Il titolo dell’articolo era infatti «Il CSM: Di Pisa capo della Procura di Borsellino». Una scelta ritenuta da tanti inopportuna, dunque! Ma il dottor Giusto Sciacchitano sembra mettere Di Pisa e Borsellino sullo stesso piano di parità, anche se «indietro» nel tempo, e precisamente il 19 luglio 1994, aveva scritto tra l’altro:
«Il ricordo di Paolo è legato a mille episodi trascorsi insieme: professionali e umani. Con la sua ironia ed autoironia cercava di smussare gli aspetti più pericolosi dell’attività professionale e in questo gli fu sempre di aiuto la sua profonda fede che manifestava con grande serenità. La serenità della vita è forse l’aspetto che ancora oggi ricollego maggiormente al ricordo di Paolo.Il lavoro, la famiglia, l’impegno associativo nell’Associazione Nazionale Magistrati: ecco i tre interessi di Paolo Borsellino, a ognuno dei quali egli si dedicò totalmente. Il rapporto con i colleghi era parte vitale della sua filosofia di vita e gli uditori che avevano l’occasione di essere a lui affidati restavano affascinati dal suo impegno morale e dalla umanità che traspariva in tutte le manifestazioni della sua attività: era naturale diventare suoi amici.
Ma il ricordo più indelebile fissato nel mio animo mi riporta alla notte della strage di Giovanni Falcone: restammo noi due soli per alcuni infiniti minuti nella sala dell’ospedale civico dove ormai Giovanni era esanime. Non c’era bisogno di parlarci. I pensieri e le emozioni si affollavano in noi ricordando all’istante anni di lavoro, ma soprattutto la vita trascorsa insieme. In quei lunghi momenti ebbi la sensazione di un passaggio ideale di eredità spirituale e che Paolo avrebbe continuato a essere il punto di riferimento che era stato Giovanni e, forse, con un rapporto umano ancora maggiore»(www.giustizia.it/editoriale/19_lug_2004.htm).
Anche Alberto di Pisa aveva queste doti?
L’invito del dottor Sciacchitano ad andare «indietro» nel tempo porta ad altre vicende che tanti hanno dimenticato o rimosso: quelle verificatasi fra la primavera e l’estate del 1980. Il 5 maggio viene ucciso il capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale. In manette finiscono tanti personaggi che avevano avuto a che fare, in un modo o nell’altro, con attività di acquisizione, riciclaggio e investimento di proventi di origine illecita: imprenditori edili, funzionari di banca, ma anche boss di Cosa Nostra. Sui giornali spiccano nomi particolarmente significativi: Spatola, Inzerillo, Di Maggio, Vernengo. Ma anche quello di Joseph Miceli Crimi, il medico di Michele Sindona. Gli immancabili garantisti cominciano però a far pressione sulla magistratura sostenendo che si era agito con eccessivo zelo ma senza prove. La Procura, che dovrebbe convalidare gli arresti, entra così in crisi. Il dottor Gaetano Costa, capo dell’ufficio, dice ai sostituti di interrogare subito i detenuti per andare al dunque. Li invita ripetutamente a considerare la delicatezza della situazione, ma i magistrati nicchiano.
Due di questi «Croce e Sciacchitano – scrive Alfio Caruso nel libro “Cose di Cosa Nostra” a pagina 319 – ritengono che non esiste pericolo di inquinamento delle prove» per giustificare la permanenza degli inquisiti in galera. Ma per Costa il dado è tratto: «Dite pure che sono stato io a firmare» fa presente a un certo punto ad alta voce. I sostituti escono dalla stanza con sollievo. «E’ stato lui a firmare» tiene a far sapere uno agli avvocati dei detenuti. La frase è subito colta anche dai giornalisti in attesa. «Quando apprende che Sciacchitano ha informato i legali della difesa – precisa Caruso – Costa capisce che la sua sopravvivenza è legata a un filo. Sciacchitano finirà sotto inchiesta al CSM, sarà prosciolto, ma subirà un pesante attacco dalla famiglia del procuratore. Eppure Sciacchitano è considerato una persona integerrima, sarà lui nell’82 a sostenere con notevole efficacia l’accusa nel processo che ha avuto un’origine così controversa. Sciacchitano non è un doppiogiochista. Sebbene da due anni la mafia abbia alzato il tiro, lui reputa che non ci saranno invasioni di campo. Nella sottovalutazione generale perché un sostituto procuratore deve far eccesione?».
Costa è stato però ucciso perché lasciato dichiaratamente solo di fronte al prevedibile pericolo. E se la sua firma fosse rimasta segreta?
In tutti i casi è bene conoscere il parere di Paolo Borsellino riguardante i criteri di giudizio sulle responsabilità penali e non penali dei politici e di quanti a vario titolo rappresentano le istituzioni della Repubblica, magistrati compresi: un parere espresso con estrema chiarezza parlando accanto a me, il 26 gennaio 1989, agli studenti dell’Istituto Professionale per il Commercio “Remondini” di Bassano del Grappa (Vicenza) sul tema “Mafia, problema nazionale”.
Il 17 luglio corso, la registrazione di questa parte della lezione, riportata qui di seguito, è andata in onda su Rai Tre, nel corso della rubrica “Primo piano”. La registrazione integrale della stessa si può trovare sul sito ARCOIRIS o su GOOGLE scrivendo “Paolo Borsellino Enzo Guidotto”.
“Sono emerse dalle nostre indagini – disse a Bassano Paolo Borsellino - tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del Maxiprocesso vennero chiamati “contiguità”, cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta, la stessa strada si può fare perché in quel momento si trova – almeno da punto di vista strettamente giuridico – si trova conveniente o fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito dal punto di vista giudiziario di formulare imputazioni sui politici, però stiamo attenti, vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza nel provvedimento del giudice e poi successivamente nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenza, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari, un burocrate, un alto burocrate, che ad esempio, dell’amministrazione ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente, perché manca qualche elemento del reato, il reato di interesse privato in atto d’Ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.
Ora l’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dall’indagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo “schermo” della sentenza e detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato.”
ENZO GUIDOTTO

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