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La mia citta’ e la mafia

7 gennaio 2011. Capitava spesso che da piccola mio nonno mi diceva: “I soldi facili non esistono e se qualcuno ti dice che puoi diventare ricco senza lavorare tu volta le spalle, inizia a camminare e non guardare mai indietro”. I miei nonni lavorarono duramente tutta la vita e non divennero mai ricchi. Emigrarono in Canada nel 1956 e dopo qualche tempo trovarono impiego come inservienti al St. Joseph’s Hospital (ospedale San Giuseppe) in una citta’ di circa 500.000 abitanti (di cui un quarto di origine italiana) che si chiama Hamilton o “Steel City” (citta’ del ferro) a causa della forte importanza dell’industria siderurgica locale oggi in gran parte dismessa.

Avevano due figli; mio padre che era il maggiore e suo fratello. Una volta, mio nonno mi racconto’ un aneddoto, uno dei tanti che era solito raccontare e che io ascoltavo assai volentieri poiche’ erano delle vere e proprie avventure dense di personaggi, di trame e anche di umorismo. Quella volta si parlava di mio padre, di un episodio della sua adolescenza. Avvenne che mio padre, in cerca di lavoro, fu assunto per consegnare pizze a domicilio da un italo – canadese che faceva per l’appunto il pizzaiolo. Quando mio nonno seppe la notizia disse a mio padre che era meglio lasciar perdere poiche’ conosceva il tipo e non era raccomandabile lavorare per lui. Mio padre non volle ascoltare. Diceva che la paga non era male e che il suo datore di lavoro era un tipo simpatico. Finche’, un giorno, torno’ a casa e disse a mio nonno che si era licenziato.

  • “Vedi Babbo, voleva darmi dei soldi extra per consegnare dei pacchetti oltre alle pizze” – gli disse mio padre.

Quando chiesi a mio nonno cosa c’era dentro ai pacchetti che quel tizio voleva che mio padre consegnasse rispose che quando sarei diventata piu’ grande me lo avrebbe detto. Mentre continuava il suo racconto gesticolando vivacemente intuii che mio padre aveva preso la decisione giusta, che non si era lasciato comprare nonostante il fatto che per un giovane ragazzo immigrato, figlio di operai, potersi permettere un capo di vestiario nuovo senza fare alcun sacrifico costituiva una vera tentazione.

 

Oggi, a distanza di molti anni, questo racconto assume un significato diverso da quello percepito da una ragazzina allietata dal racconto del suo adorato nonno. Involontariamente o volontariamente , di questo non sono certa, mio nonno mi stava mettendo in guardia, mi stava dicendo che la mafia esiste, mi stava facendo capire che le sue prede sono persone spesso bisognose, giovani ed ingenue che facilmente cadono nella trappola dell’illusione dei soldi facili. Non aveva gli strumenti intellettuali per dirmelo in questi termini ma il messaggio era ugualmente chiaro. Poche volte crescendo ho sentito la parola “mafia”. Non sapevo se fosse una fenomeno reale o se invece appartenesse ai film Hollywoodiani che ogni tanto guardavo in tv. Di una cosa pero’ ero sicura. Per gran parte dell’America noi italiani eravamo “mafiosi mangia – spaghetti”. Queste parole le avevo sentite con le mie orecchie, questo mi fu detto piu’ volte in faccia. Mi faceva rabbia, tanto che imparai a provare repulsione per i telefilm ed i film che ritraevano gli italiani in atteggiamenti mafiosi glorificando o, in alternativa rendendo in chiave umoristica cio’ che nella societa’ costituiva motivo di profondo disprezzo e di razzismo nei nostri confronti.
 

Adesso ho 39 anni, leggo di mafia e combatto la mafia armata della nostra Agenda Rossa. Ed e’ leggendo che ho scoperto, solo pochi giorni fa che la mafia canadese e’ nata nella stessa citta’ dove sono nata e cresciuta io. Era li, lo era sempre stata e non a caso aveva messo le sue radici proprio nella citta’ del ferro. Era tra i miei compagni di scuola. Non ricordo i loro volti ma certi cognomi messi nero su bianco, documentati nella storia della mafia canadese li sentivo chiamare durante l’appello prima che iniziasse la lezione della prima ora. Probabilmente la mafia l’avevo accanto e non lo sapevo.

Nel 1981 un esperto della Royal Canadian Mounted Police ( corpo della polizia a cavallo canadese) testimonio’ contro alcuni malavitosi denunciati per estorsione. Dalle sue dichiarazioni si scopri’ che la banda di criminali imputati nel medesimo processo apparteneva ad una “organizzazione ben strutturata” con radici in Italia. Si trattava della Ndrangheta, che veniva definita dai canadesi in maniera piu’ colloquiale come “mafia calabrese” o “societa’ onorata”. Fu la prima volta che un giudice canadese riconosceva l’appartenenza ad una organizzazione criminale come fattore per identificare ed applicare una sentenza adeguata nei confronti di questo tipo di crimine. Cio’ che fino a quel momento era esistito solo nel collettivo immaginario della “Steel City” divenne una realta’ tangibile, una realta’ che dimostra che la mafia e’ un fenomeno con cui la Giustizia deve fare i conti in tutto il mondo. Mentre leggevo questi dati per me raccapriccianti ho pensato: probabilmente e’ anche per questo che il giudice Paolo Borsellino diceva: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Pero’ parlatene”. La mafia e’ abile, silenziosa, astuta. Senza volerlo puo’ succedere di scambiarla persino per un “amico” il cui tradimento uccide l’anima della Verita’. Parlarne, creare le occasioni per discuterne insieme e’ forse l’arma piu’ efficace che abbiamo per debellarla.

 

Il giorno che mori’ il Giudice Borsellino avevo 21 anni. Vivevo in Italia da soli tre, insieme ai miei nonni . La grande vetrata del soggiorno che si affacciava sul mare era aperta. Entrava una leggera brezza che profumava di oleandri. Mio nonno era seduto davanti alla tv. Il tg trasmetteva le orrende immagini di Via D’Amelio. Da fuori riuscivo a sentire i televisori dei vicini sintonizzati sullo stesso canale. Tutto sembrava essersi fermato, persino le piccole onde estive che s’infrangevano a riva erano silenti. Mio nonno continuava a scuotere la testa. In un attimo di grande sconforto mi disse esattamente queste parole: “Prendi la laurea e va via da questo Paese. Qui non c’e’ piu’ niente”. Gli si deve essere spezzato il cuore nel pronunciare quelle parole. Per tutta la vita non aveva sognato altro che di poter ritornare in Italia, di alzarsi dal letto la mattina per vedere e respirare il mare. Guardando fuori pensai: “ Ma come e’ possibile? Il mare, le colline, i profumi. Questo non e’ “niente”, questo e’ tutto. E’ questo il Paese che voglio far conoscere ai miei figli. Questo e’ il Paese che amo, che ho sempre amato. Non me ne vado. Le brave persone devono rimanere per estirpare, ognuno a modo suo, il cancro che tenta di uccidere “la bellezza del fresco profumo di liberta’”. Lo stesso fresco profumo che il pomeriggio del 19 luglio 1992 era entrato in soggiorno per rinfrescare la nostra pelle dalla calura estiva, lo stesso profumo che arriva, sfiora le narici, accarezza e ritempra lo spirito quando la lotta per la verita’ diventa una missione impervia e il coraggio, ormai in ginocchio, si rialza al grido di: Resistenza!!!


Christina Pacella

 

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