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La mafia non ha bisogno di parole

La mafia non ha bisogno di parole: è silenziosa e spesso parla con le armi. Potrebbe sembrare uno slogan, ma purtroppo non lo è, perché il rumore degli spari o il deflagrare dell’esplosivo, ci parla del suo mondo. Un mondo fatto di violenza, tradimenti e intimidazioni. Ma se la mafia non ha bisogno di parole, c’è una parte dello Stato che non ha bisogno di sentire: ne percepisce i silenzi e se ne avvantaggia. Non ho mai partecipato ad un summit mafioso e tuttavia la mia figura aleggiava nei loro incontri. La mia presenza si materializzava attraverso i racconti che mi facevano uomini come Buscetta, Marino Mannoia, Totuccio Contorno. Mutolo e tanti altri collaboratori di giustizia. Loro, prendendomi per mano, mi facevano entrare nel santuario della Cupola, facendomi registrare i silenzi assordanti: uomini silenziosi che per non dispiacere il “Capo”, stavano lì, ingessati e muti. Solo uno sguardo o un cenno facevano parte della coreografia arcaica e allo stesso tempo ridicola.

La mafia è sempre stata prodiga nel dispensare “silenzi”: silenzi che spesso avevano lo scopo di isolare, mettere all’angolo chi si opponeva allo strapotere. La solitudine, accompagnata da silenzi, anche da chi ti stava vicino, era l’anticamera del trapasso terreno. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è un esempio del silenzio dello Stato, ma non dei mafiosi. Infatti, poco prima di trucidarlo la mafia, cosa davvero rarissima, ha parlato dicendo “questo è un regalo per il generale”. Il regalo, erano due cadaveri lasciati all’interno di un’auto parcheggiata davanti la caserma dei carabinieri di Casteldaccia. Anche Dalla Chiesa ha parlato, “ mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi potere del prefetto di Forlì”. In questa frase c’era tutta la solitudine di un uomo.

Il silenzio e la solitudine: binomio di morte che ha fatto dire a Cassarà “siamo morti che camminiamo”. La solitudine, accompagnata da sguardi parlanti, accompagnata da tombali silenzi è una situazione che non auguro a nessuno. E, proprio dal silenzio che devi prevedere il futuro: un futuro con un solo epilogo, la morte. Lo sapevamo bene, lo sapeva Falcone, Borsellino e Cassarà, lo sapevo anch’io. La solitudine è subdola, strisciante, ti attanaglia la mente e solo il calore di chi ti sta accanto che riesce a farti andare avanti, anche se chi sta accanto nulla deve percepire e nulla deve sapere. Per un periodo ho congelato i rapporti con parente ed amici, centellinavo persino le uscite con la mia famiglia, non potevo permettermi il lusso di vivere una vita normale.

La mia vita era un continuo monitoraggio dei mie luoghi abituali: come un fermo immagine registravo persone e luoghi, auto, moto e spesso quando notavo qualche cambiamento, scattava l’allarme. Ero pronto! Ero attento e vigile per rintuzzare il pericolo mafioso, ma non avevo tenuto conto che analogo pericolo covava nell’interno del mio ambiente di lavoro, come ho saputo un decennio dopo.

La mafia non ha bisogno di parole, delegava altri a farlo. Delegava, sponsorizzando politici compiacenti e uomini delle Istituzioni, vendutesi per danari ed altro. Ora, la mafia è ancora silente ed è la dimostrazione che non ha bisogno di parole. Ammuccioni, ammuccioni (di nascosto) parla, eccome parla. Lo fa attraverso l’unico verbo che conosce, oltre a quello violento, fare picciuli. Ed è per questo che la mafia non ha bisogno di parole.

 

Pippo Giordano

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