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La guerra di mafia raccontata agli iracheni

Il mio viaggio nel Kurdistan affamato di democrazia per parlare di Cosa nostra. E di chi ha sacrificato la vita per la libertà

La guerra di mafia raccontata agli iracheni

L’Italia e l’Iraq vicine per ricordare le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Un’occorrenza resa possibile da un progetto concreto del quale ho avuto il piacere di essere parte. Parlare in Iraq di mafiosi, di collaboratori di giustizia, di confische patrimoniali così da ricordare i nostri eroi, democratici e rivoluzionari, uccisi dall’antistato. Un’esperienza singolare, che incrementa la conoscenza di un magistrato e lo rende ancora più appassionato alla mission che svolge.
È stata questa la mia personale possibilità di ricordare Falcone e Borsellino. Una location “atipica” mi ha permesso di commemorare il ventennale delle stragi. Sono stato infatti invitato quale componente di una delegazione italiana – il cui capo è stato Stefano Queirolo Palmas, coordinatore per i Paesi del Golfo del MAE – nell’ambito di una conferenza – avvenuta a Dokan Lake, nel Kurdistan iracheno – che ha avuto un tema centrale importante: uno scambio di conoscenze ed esperienze tra Italia ed Iraq sul contrasto alla tratta di esseri umani. Un fenomeno tragico, tristemente sottovalutato dal mondo occidentale e che ha una certezza su tutte: una conta di oltre dodici milioni di vittime, tutto l’anno e in tutto il mondo. Su tal fronte, la “joint venture” di magistrati italiani ed iracheni ha cercato di fare il punto sulle rispettive legislazioni e sulle rispettive competenze allo scopo di vagliare le possibilità di soffermarsi sui punti di forza e di contrastare il fenomeno.

La conferenza fa parte di un progetto contro il trafficking, nell’ambito della costruzione democratica dell’Iraq portato avanti dalle ong Minerva, International Alliance for Justice e Legal Aid Worldwide – brillantemente rappresentate da Pierluigi Severi, Laura Guercio e Simona Ovart – e sostenuto dal Ministero degli Esteri (presente l’ambasciatore italiano a Baghdad) nel quadro delle iniziative di collaborazione tra Italia ed Iraq per la ricostruzione post-conflitto e per il consolidamento delle istituzioni irachene.
Il mio intervento era finalizzato a presentare l’esperienza italiana in tema di criminalità organizzata. Dall’esperienza italiana, allo scopo di fronteggiare il fenomeno della criminalità organizzata finalizzata anche alla tratta degli esseri umani, particolare attenzione è stata posta sulla efficacia della creazione di una norma che sanzioni adeguatamente l’attività del crimine organizzato quale reato autonomo, distinto e presupposto (nel nostro ordinamento il reato di cui all’art. 416 bis codice penale sopra menzionato) rispetto ai singoli reati-spia o ai singoli reati tipici della tratta; ancora più significativa è stata l’attenzione legislativa e giudiziaria (mediante l’applicazione di misure e procedure ablative del patrimonio accumulato, quali sequestri e confische) agli effetti devastanti ed al capillare inquinamento che possono ricadere sul circuito economico e finanziario di un Paese, attraverso le forme di riciclaggio delle ingenti somme di denaro derivanti dal fenomeno criminale ed in particolare dalla tratta e dalla immigrazione clandestina.

Ciò diviene realizzabile solo in presenza di una magistratura autonoma e indipendente da ogni forma di potere e controllo, sottoposta solo alla legge e che realizza, con la sua attività, il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza alcuna distinzione. E tale principio costituzionale, spesso calpestato e denigrato nel nostro Paese, è ciò che deve renderci orgogliosi, poiché grazie ad esso facciamo parte di un sistema democratico, punto di riferimento all’estero in quei Paesi che gradualmente procedono a importare, pacificamente, i principi di democrazia.
Per come evidenziato nel corso dei lavori, tra i fattori rilevanti del traffico degli essere umani vi sono sicuramente la mancanza di sicurezza sociale, lo stato di povertà, ampi e diffusi fenomeni di corruzione, l’omertà presente nelle stesse istituzioni e nella società, l’ignoranza ed il facile guadagno derivante dalla tratta, realizzato dalle organizzazioni criminali operanti a livello transnazionale.
L’esperienza umana prima che professionale è stata davvero esaltante poiché ha consentito al cittadino ed al magistrato di avere l’onore e l’orgoglio di rappresentare il nostro Stato e la nostra democrazia in un Paese a noi noto per le barbarie realizzate da un regime – la zona dove si è svolta la conferenza è stata bombardata da Saddam Hussein con armi chimiche nel 1988 provocando migliaia di vittime civili, la deportazione di centinaia di curdi, la distruzione di villaggi e l’azzeramento dell’economia locale – e per le ferite della guerra appena conclusa.
La nostra delegazione è stata accolta con tanto calore, con un forte e vivo desiderio di libertà e di democrazia; personalmente, sono rimasto travolto dalla immensa passione civile che anima, in questa determinante fase di ricostruzione democratica, sociale ed economica, una comunità ferita e ancora fragile, pur nella consapevolezza delle immense capacità di sviluppo e di ricchezza in grado di espandere le enormi potenzialità di un popolo e di un territorio ricchissimo di fonti energetiche, ancora in parte inesplorate.
Ascoltando gli interlocutori, ho provato a comprendere da un lato il dolore per le ferite lasciate aperte da un regime antidemocratico e contro il popolo (esperienza a me sconosciuta per avere sempre vissuto comunque in un sistema democratico ed all’avanguardia) e dall’altro lato il desiderio e la ferma determinazione ad incamminarsi in un processo di sviluppo democratico e sociale, così respirando la stimolante aria della primavera rinnovatrice sempre presente nei ferventi momenti storici di grande cambiamento.
La speranza è quella di non frustrare queste ambizioni, né deluderle soprattutto in un Paese finalmente consapevole, ricco di risorse naturali ma non ancora in grado di esprimerle in favore della comunità sociale che ancora oggi vive, per quel che ho potuto constatare nel rapido e blindato giro consentitoci nei bazar di due centri del Kurdistan iracheno (Sulaymaniya, capitale della regione, e Dokan Lake) in uno stato di indigenza dove il bene più prezioso da vendere è una gallina viva.
Gli incontri con esponenti del mondo sociale (magistrati ed avvocati impegnati nella costruzione, sin dalle fondamenta, di percorsi di legalità), politico (esponenti dei partiti curdi ed iracheni animati dalla voglia di fondare la struttura democratica del paese e di riscattarsi dai danni subiti) e giornalistico (forte e coraggioso è l’impegno per stabilire minimi canoni di libertà di stampa) mi hanno consentito di conoscere le profonde difficoltà in cui versa un popolo che aspira a minime basi di democrazia
È emersa l’importanza di avere, come fondamento di ogni democrazia, una magistratura autonoma ed indipendente da ogni potere (compreso quello religioso, molto presente nella realtà irachena); una avvocatura appassionata e capace di dar voce alle istanze minoritarie e “ingombranti”; un giornalismo ed una editoria in grado di diffondere notizie che spesso rimangono segrete e che turbano anziché sedurre, ricercando fatti e storie in grado di influire sul modo di pensare dell’opinione pubblica; una politica consapevole, soprattutto in certi momenti storici di rifondazione, del proprio ruolo di propulsore di idee e di mediatore pacifico e costruttivo di interessi configgenti.
A tale proposito ancora oggi in Iraq e Kurdistan il giornalismo è sottoposto alle leggi del regime di Saddam ove non vi era libertà di stampa. Indice della presenza di regimi dittatoriali, il divieto di creare partiti politici o movimenti di opinione diversi rispetto all’unico partito governativo.
Solo chi assumeva un atteggiamento acquiescente o di vera e propria affiliazione all’unico partito di regime (Baath) poteva godere dei vantaggi, centellinati e non diffusi, derivanti dalla vicinanza al potere; un potere che ha pensato solo ad arricchirsi, complice anche il mondo circostante, senza neanche sfruttare a pieno regime l’immensa ricchezza dell’Iraq. Ed infatti, pur essendo uno dei Paesi produttori di petrolio e gas più ricchi del mondo, al regime di Saddam interessava solo estrarre il petrolio grezzo e venderlo senza altra capacità produttiva.
Grande emozione nell’incontrare gente del luogo: curdi, scappati giovani dalla loro regione sia perché infestata dal regime di Saddam Hussein, sia perché colpita da una sanguinosa guerra civile; ho incontrato un giovane che a 17 anni si è recato a piedi al confine con la Turchia e dopo averlo attraversato ha sostato, esempio concreto di tratta a scopi lavorativi, per circa sei mesi dentro una stanza, condivisa con altri suoi compagni, dove al mattino lavorava per poco denaro e la notte dormiva, senza mai uscire perché temeva le ritorsioni della polizia turca che lo avrebbe rispedito nelle mani di Saddam Hussein. Fino a quando ha trovato i mezzi ed il canale per essere trasportato dalla Turchia alla Grecia e successivamente in Italia, a Bologna, dove da rifugiato politico è stato dodici anni a lavorare e studiare italiano. Oggi è tornato nel suo Kurdistan dove ha acquistato due case e terreni divenendo benestante e ricominciando da dove, tanti anni, fa era scappato, senza soldi e alla ricerca di una dignità.

*Fernando Asaro è sostituto procuratore generale presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta

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