Durante la settimana, i giochi coi miei coetanei riempivano le mie giornate: iniziavano la mattina presto e terminavano col buio. Ma! Ma la domenica non era dedicata ai giochi di gruppo, mi estraniavo, mi isolavo, avevo ben altro da fare: avevo un appuntamento importante. Aspettavo che Iddru, (lui) arrivasse. La domenica, vestito a festa, dopo aver assistito alla Santa messa, passavo dalla “carnezzeria” per ritirare la carne già ordinata da mio padre: era un rito che noi figli ci tramandavano. Afferrato il “coppo” di carne, via di corsa a casa per posizionarmi in religioso silenzio sul marciapiede del “Bivio”, accanto alla cappella della Madonna, in attesa di Iddru. Nel frattempo, tantissimi abitanti della borgata, formavano numerosi capannelli e discutendo, aspettavano pure loro l’arrivo di quell’uomo importante. All’epoca, il traffico di veicoli a motore era scarsissimo ed era più facile sentire il rumori di zoccoli dei cavalli, piuttosto che i rombi di motore. E, come solito, guardando verso Palermo, vedevo giungere il calesse trainato da un possente cavallo, era Iddru che s’avvicinava: era il mio eroe, era il mio riferimento. Lo sguardo dei “grandi” si volgeva verso il calesse e un silenzio impressionante calava nel bivio. Iddru, fermava il calesse e scendendo allungava la mano ai presenti e questi togliendosi la coppola, gli baciavano la mano facendo un vistoso inchino.
Ero picciriddru, non potevo capire la magnificenza di quei gesti e ricordo che rimanevo immobile nel vedere un uomo esile e piccolo di statura, così onorato, così ossequiato. Nessuno parlava, solo il fruscio di coppole levate. Iddru, si poneva al centro e gli adulti, uno alla volta, conferivano con lui. Cosa si dicessero non lo so, per quali motivi c’era il rituale incontro domenicale non lo intuivo nemmeno. Eppoi, memore di un grosso ceffone che mi aveva fatto vedere non solo l’Orsa maggiore ma tutto il firmamento, solo per aver fatto una domanda, mi faceva stare zitto: erano le regole, ‘n parrari e muto devi stare! Ho capito il rituale e la sua valenza, solo quando venne il momento che, anch’io avrei potuto calzare la coppola: ed anch’io sarei stato proiettato nel mondo degli adulti. Ed intanto, le domeniche delle coppole, si ripetevano ed io crescevo e più crescevo più memorizzavo. Una domenica, ero accanto ad un gruppetto e ho sentito dire: “ ..si, io l’ho incontrato a piazza Borsa e gli ho detto cosa stesse comprando. Una roncola, mi ha risposto, lui” facendo un nome che non ricordo. Un altro: “ Miiiiii però ha avuto coraggio… con un solo colpo gli ha staccato la testa”. Li per lì non riuscivo a capire di cosa stessero parlando, ma dopo qualche giorno ho capito che l’acquirente della roncola, aveva ucciso una persona nelle campagne, credo di Ciaculli. Divenuto più grandicello, quasi tutti i giorni della settimana diventarono domeniche delle coppole. Accompagnavo mio padre a degli incontri con uomini che appena al loro cospetto, si toglieva la coppola e baciava loro le mani: ed io mutu, surdu e ciecu dovevo stare.
Quelle domeniche delle coppole mi hanno forgiato, mi hanno fatto comprendere, col plateale silenzio di mio padre, che quello non era il mio mondo ed è per questo che non ho mai indossato la coppola. Ho preferito indossare il berretto di poliziotto, divenendo in futuro una comparsa accanto a grandi Uomini come Cassarà, Montana, Falcone e Borsellino.
Pippo Giordano (17 settembre 2012)
Palermo, fine anni ’60, il bivio presso cui avveniva il ‘rito della domenica delle coppole’

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