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Io, Cassarà, Falcone, Stefano e i cannoli siciliani.

Era una domenica mattina e di turno alla Mobile di Palermo, stavo cercando di capire il senso di una telefonata intercettata e registrata ad un mafioso, quando Ninni Cassarà irrompe nella stanza e mi dice “amuninni” (andiamo). Chiamo i ragazzi della mia squadra e tutti insieme partiamo. Ninni, si ferma davanti ad una pasticceria, scende e ritorna con un cabaret di cannoli siciliani e dice : “dobbiamo andare da Stefano, ci sarà anche u zu Giovanni”

Stefano, era un uomo che aveva deciso di raccontarci quel che era venuto a conoscenza durante le sue frequentazioni con alcuni uomini d’onore della famigghia mafiosa di Corso dei Mille: non era “punciuto” . Ed era per questo motivo che lo tenevamo nascosto all’interno di una delle nostre caserme di Palermo. Quella mattina, Ninni insieme a u zu Giovanni, il giudice Falcone, aveva in animo di interrogarlo. Quindi, quando giungiamo in caserma, Ninni regala a Stefano i cannoli e rimaniamo in attesa di Falcone che arriva, con la sua scorta dopo qualche minuto.

Io mi metto alla macchina da scrivere, che odiavo, e iniziamo l’interrogatorio. Sia Ninni che Falcone sapevano che a me non piaceva tanto la macchina da scrivere: ero più propenso a stare dietro ad un pedinato o effettuare ore e ore di appostamento. Però, talvolta ero costretto ad usarla, quando dovevo interrogare, innanzi ad un avvocato, l’arrestato o il testimone. E, questa mia avversità alla macchina da scrivere, l’ha constatata anche Paolo Borsellino, allorquando alla DIA, abbiamo interrogato Gaspare Mutolo. Infatti, a scrivere col pc c’era il mio amico e collega Danilo: era una questione di battute, non ero veloce.

Stefano rispondeva speditamente a Falcone ed io non riuscivo a scrivere in modo veloce e ad un certo punto, nel sollevare lo sguardo vedo Ninni e Falcone che con un sorriso si guardano. Falcone, rivolgendosi a Ninni, dice “ Ninni chiama i pompieri, perché si sta surriscaldando la macchina e tra un po’ Pippo la fa incendiare” Io, nel taliarli (guardarli) mi sono messo a ridere: risata che ha contagiato sia loro che Stefano.

Ecco, eravamo uomini semplici che trattando fatti gravissimi di Cosa nostra, riuscivamo ad avere quella necessaria lucidità e distacco da quel mondo criminale che l’interrogato ci stava raccontando.

Ricordo spesso, con particolare emozione, tutti quei momenti che noi tre abbiamo trascorso insieme. Avevamo incominciato con l’interrogatorio del pentito Salvatore Contorno “u curiulano”, uno dei più fidati uomini di Stefano Bontade, poi Ninni nel ’85 purtroppo ci ha lasciato, ed io e u zu Giovanni, abbiamo proseguito la nostra marcia di annientamento di Cosa nostra, interrogando Francesco Marino Mannoia.

Stefano, a metà degli anni ’90 è morto di stenti. E’ stato emarginato da tutti i suoi amici e parenti, verso i quali Cosa nostra s’era vendicata con un attentato dinamitardo. Stefano, negli ultimi anni della sua vita ha condotto una vita da barbone. Stazionava innanzi alla Squadra mobile di Palermo, raccattando qualche piccola somma e qualche vestiario che i miei colleghi gli regalavano. Non era un pentito, ma un testimone e ciononostante era rimasto attaccato a quell’edificio, a dimostrare affetto verso i poliziotti.

Un giorno, poco prima della sua morte, trovandomi davanti alla Mobile di Palermo mi sono sentito chiamare per nome da un uomo con folta barba e abiti bisunti: era Stefano, non l’avevo riconosciuto, erano trascorsi più di 10 anni da quando avevamo fatto gli interrogatori. Mi sono avvicinato. L’ho abbracciato e nell’occasione si mise a piangere dicendomi “ sti curnuti n’ammazzaru Montana e Cassarà!”. Non sono stato in grado di dire nulla: le sue parole erano penetrate dritte dritte nel mio cuore.

Stefano Calzetta, questo era il suo nome. Un uomo mite buono che ha pagato per essersi fidato dello Stato: un’altra vittima innocente.

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