Press "Enter" to skip to content

Intervista al giornalista Umberto Lucentini

Umberto Lucentini nasce nel 1962 a Palermo: attualmente lavora al Giornale di Sicilia; ha collaborato all’Europeo e all’Espresso. “Paolo Borsellino, il valore di una vita” è il titolo del suo libro, la cui prima edizione risale al 1994. Si tratta di un libro molto particolare in cui Lucentini racconta la sua conoscenza con il giudice Paolo negli anni del suo incarico alla Procura di Marsala. Come stesso Umberto ricorda nella prefazione, il progetto di questo libro nasce assieme a Paolo, dovevano difatti scriverlo assieme.
 

1) Caro Umberto, vorrei partire da una frase tratta dall’introduzione del tuo libro “… fece dell’umiltà e della discrezione l’espressione della propria integrità e dirittura in un mondo saturo di parole e di protagonismo. In questi violenti contrasti che investirono ugualmente il privato e il pubblico, sta appunto il valore di una vita e il dramma, specificatamente italiano, di un uomo che in una società ammalata di rassegnazione ha saputo rinunciare alla propria tranquillità per conquistare, un giorno, la tranquillità di tutti.”


Si tratta di una frase che a distanza di quasi 17 anni fa rabbrividire perché sembra ricalcare il modello dell’Italia odierna, in cui non è cambiato nulla; anzi forse sarebbe più corretto dire che ora più che essere spettatori di parole e protagonismo siamo diventati complici assuefatti di questo maledetto sistema. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sembrano restare delle icone simboliche a cui appellarsi per ricordare l’emblema della lotta alla mafia: loro sono stati uccisi, noi abbiamo il dovere di continuare la loro opera per rendere GIUSTIZIA, ma a volte sembra quasi che ci ostiniamo a credere che siano loro, se pur da morti,a dover continuare il loro lavoro. Perché accade questo? Perché tanta paura a fare nome e cognome di chi indegnamente, e sottolineo indegnamente, ci rappresenta?

 
Umberto Lucentini:
“Le figure di Falcone e Borsellino sono insieme un simbolo ma anche un esempio concreto. Un simbolo perché i loro nomi e i loro volti racchiudono le centinaia di persone che sono morte solo per fare fino in fondo il proprio dovere. Ma sono anche un esempio concreto perché le loro azioni rendono più difficile, ad ognuno di noi, trovare alibi per non seguire questi esempi. Non si può più, dopo il 1992, far finta che la mafia non esista: finché non si riuscirà a sconfiggerla del tutto – a rendere quasi impercettibile la cultura che c’è dietro l’essere mafioso – il loro esempio sarà da monito per tutti. Non penso, inoltre, che ci sia paura a fare nomi e cognomi: oggi, grazie al sacrificio di Falcone e Borsellino, è più facile scrivere di mafiosi o di politici collusi o di traditori dello Stato. Le indagini che sono iniziate dopo le stragi hanno portato alcuni punti fermi: condanne e indagini hanno permesso a molti giornalisti di scrivere quei nomi…Certo, prima di allora era più pericoloso scrivere certi nomi sui giornali. Ma sapere di avere alle spalle magistrati come Falcone e Borsellino dava coraggio.”

 

 

2) Dalla tua esperienza giornalistica come credi siano cambiati i rapporti interni alla magistratura, tra magistratura e politica e tra informazione e magistratura? 

 
Umberto Lucentini: “Tra magistratura e politica direi che sono cambiati in meglio da un verso e in peggio da un altro. In meglio perché – come è capitato alla classe giornalistica- anche i politici oggi non hanno più alibi: se brigano con i mafiosi per ottenerne i voti non possono più dire che non pensavano di avere a che fare con mafiosi. In peggio, beh, basta citare le parole del presidente Napolitano che chiede rispetto per le istituzioni e credo che si sia già detto tutto. Tra informazione e magistratura direi che anche lì i rapporti sono cambiati: i giornalisti possono semplicemente essere cronisti, e quindi raccontare quello che succede, oppure sono diventati sempre di più – e ormai si nota- difensori d’ufficio dei potenti di turno. “

 

 

3) Paolo dice queste parole parlando con sua moglie Agnese. “Forse saranno i mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma non saranno i mafiosi ad aver voluto la mia morte” .Voi avevate instaurato un rapporto fiducia e di stima reciproca. Cosa ti diceva riguardo a coloro che avrebbero voluto la sua morte ? Era forse venuto a conoscenza di qualcosa di troppo grande, qualcosa che avrebbe ribaltato gli equilibri apparenti del nostro Paese?

Umberto Lucentini: “Non vorrei deludere nessuno, ma il procuratore (io lo chiamavo così, e così continuerò a chiamarlo ora: il privilegio di averlo conosciuto mi impedisce di chiamarlo in altro modo) non mi ha mai parlato di questi argomenti. Direi che qualche battuta ironica, o qualche allusione accompagnata dal suo sorriso sornione, l’abbiamo scambiata ma non in relazione ad argomenti così delicati. E anche le mie domande impertinenti spesso trovavano come risposta un sorriso. La stima e la fiducia che un giornalista ottiene da un magistrato, e di quel livello, è legata secondo me alla correttezza che si dimostra scrivendo le notizie di cui si viene a conoscenza senza mai mandare messaggi trasversali o senza danneggiare inutilmente indagini importanti. “

 


4) Il 19 luglio di quest’anno stiamo organizzando come redazione del sito una manifestazione nazionale che si terrà a Palermo! Saremo in tanti e tutti con un’agenda rossa tra le mani per gridare GIUSTIZIA  e per evitare ai soliti “colletti sporchi” di continuare a depositare corone di fiori in modo da accertarsi che Paolo sia veramente morto.! Sarai con noi anche tu ?

 

Umberto Lucentini: “Sì, sarò anch’io con voi. E sono certo che a Palermo tornerà in strada tanta gente come in passato è avvenuto tante altre volte. E’ necessario che la gente comune sia informata di quanto è in preparazione. Di quell’Agenda rossa abbiamo scritto per la prima volta nel libro su Paolo Borsellino pubblicato nel ’94: ma è bene che dopo tanto tempo si continui a ricordare quello che è successo in via D’Amelio il 19 luglio del 92. Quel giorno ero lì, non lo dimenticherò mai. Sarebbe bello che tanta gente possa fare lo stesso: non dimenticare.”

 

Be First to Comment

Lascia un commento