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Intervista a Biagio Simonetta


 
Biagio Simonetta, un nome che non conoscevo fino a qualche giorno fa, un nome che ora mi risuona familiare nella mente e che mi ricorda tutti quei ragazzi che sono nati in una terra martoriata dagli interessi contigui di n’drangheta e Istituzioni, in una terra dove chi scende a compromessi è salvo e chi si ribella è condannato.
Tuttavia Biagio non si piega al volere dei potenti e nonostante la giovane età si ribella a quel sistema malato, si documenta, indaga, scrive, ma soprattutto vive la sua Calabria; lui non la vuole abbandonare, Biagio vuole solo lottare e denunciare ciò che molti non vedono, non vogliono vedere.
Biagio è convinto che “le parole e l’inchiostro smuovano uomini e coscienze più delle armi”.
Biagio nasce a Cosenza nel 1980; studia all’Università della Calabria, consegue la laurea in Economia Aziendale con una tesi sperimentale sul protocollo di Kyoto e le opportunità per le aziende.
E’ spesso ospite al programma televisivo rai Buongiorno Italia di Franco Mare, dove espone fatti di cronaca calabrese. Attualmente lavora presso il Quotidiano della Calabria, per il quale è stato inviato a Duisburg un anno dopo la strage.

E’ assieme ad Emiliano Morrone fondatore ed ideatore del sito www.ndrangheta.it; per conoscere meglio Biagio visitate il sito www.biagiosimonetta.it.

Di seguito riporto l’intervista fatta a Biagio del 29 settembre 2008.
 

Biagio, in un tuo articolo relativo al traffico internazionale di cocaina e ai “buoni rapporti” tra clan calabresi e narcos colombiani scrivi “la ‘ndrangheta, a differenza di mafia e camorra, è un’organizzazione criminale stabile, con una struttura orizzontale che difficilmente partorisce pentiti”. Cosa intendi per struttura orizzontale? Pensi che sia questa forma di organizzazione la vera forza dell’ndrangheta che permette alla stessa di insidiarsi sempre più facilmente nel Nord d’Italia ?

 

Sicuramente sono tanti i fattori che poi determinano la potenza di un’organizzazione criminale, la sua stabilità, il pericolo. Penso però che la ‘ndrangheta possa contare su una caratteristica “vincente”. Una peculiarità che né camorra né Cosa Nostra detengono: in Calabria le cosche sono composte fa vere e proprie famiglie, dove spesso il grado di potere dipende da età e grado di parentela. Non c’è un leader unico, ma più leader. La ‘ndrangheta non ha un capo, ha più capi. Se ad Africo i Morabito non hanno rivali, poco più in qua, a San Luca, i Nirta-Strangio e i Romeo-Pelle-Vottari si contendono un fazzoletto di territorio. Questo determina un fattore abbastanza importante, che poi delinea quella che è la storia della ‘ndrangheta: i clan calabresi non hanno pentiti. La struttura orizzontale è proprio questa: non essendoci un capo, ma più capi, ci troviamo in una regione di 15 mila kilometri quadrati, di 2 milioni di abitanti, con 133 ‘ndrine, 133 boss. E nessuno si pente. Eccola la forza della ‘ndrangheta: nessuno collabora con lo Stato perché fa finire in cella suo fratello, suo padre o suo figlio. E questo per i colombiani è stato fondamentale. Sull’espansione al Nord Italia, invece, penso che sia solo un passo successivo. La base non c’entra. Però è interessante osservare come le varie cosche calabre abbiano spartito il territorio padano senza troppe guerre. Da tempo in Calabria, in vista degli affari, hanno posato le lupare.

 

In questi giorni ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di isolamento: l’imprenditore calabrese Pino Masciari abbandonato dallo Stato, dallo stesso Stato che dovrebbe assicurare sicurezza e dignità ai propri cittadini, ma che invece gioca da sempre un ruolo di complicità e contiguità con la criminalità organizzata. Tu conosci personalmente Pino?  Quali sono le tue sensazioni da giornalista impegnato quotidianamente nella lotta alla ‘ndrangheta dinnanzi a certe abnormità ?

 

Questo è un tema che mi tocca molto. Ho conosciuto Pino da poco. Il 18 agosto, durante un convengo organizzato dagli amici di lavocedifiore.org a San Giovanni in Fiore (Cs). Conoscevo la sua storia, lo inseguivo sul web. Ero rientrato da Duisburg da poche ore, dove con l’amico Emiliano Morrone avevo ripercorso e studiato i luoghi della strage di un anno prima. Quel pomeriggio ho conosciuto Pino, ho scoperto un uomo forte, un vulcano di energia. Le denunce di Pino Masciari, la sua azione contro la ‘ndrangheta, resteranno nella storia di questa terra maledetta. Il fatto che lo Stato lo stia abbandonando è l’ennesimo paradosso di una nazione in ginocchio, di un’Italietta che fa tenerezza, o forse crea disgusto, come un bicchiere di latte andato a male. L’unica cosa da fare è non abbandonare persone come Pino Masciari. E’ importante fare rete, creare un’antimafia vera, senza personalismi. Combattere la ‘ndrangheta non è un mestiere, è un dovere.

 

Io vivo a Milano. Non è raro incontrare molte persone, anche ragazzi della nostra età, che vivono ancora nell’illusione che la criminalità organizzata sia solo un problema del Sud. Cosa risponderesti a chi vive ancora questa illusione?

 

Di farsi un giro al mercato ortofrutticolo di Milano, posto gestito dai Piromalli, clan della Piana di Gioia. Oppure di provare a capire chi sono quei signori che tirano su i palazzi nell’hinterland milanese. Magari chiedersi perché quegli operai, nei cantieri, fra loro parlano il calabrese. O ancora di farsi una passeggiata a Quarto Oggiaro e vedere chi gli propone la coca, l’hashish. La ‘ndrangheta non è solo un fatto del Sud. E’ un cancro le cui metastasi hanno trovato sfogo in ogni angolo del mondo: da Duisburg (dove comandano i Pelle) a Toronto (dove hanno arrestato il boss Condello), dall’Australia all’Argentina, al Mexico, agli Stati Uniti. In Calabria la ‘ndrangheta è violenza: qui, a queste latitudini, si paga col sangue il prezzo del business che le cosche curano altrove. Ma se il mondo cominciasse al Pollino e finisse allo Stretto ci sarebbero pochi quattrini, e quindi pochi motivi per ammazzarsi.

 

La tua caparbietà e consapevolezza nell’affrontare il problema ti consentono di saperne molto di più a riguardo rispetto a molti che sono nati e hanno da sempre vissuto a Milano. Ma degli imprenditori che svolgono la loro attività qui al Nord cosa ci puoi dire ? Vittime del racket come spesso si suole affermare o complici anche loro di un sistema consolidato?

 

E’ difficile tracciare un quadro unitario. Ci sono buoni imprenditori e gente senza scrupoli. A Milano come a Palermo. E’ normale che se vivi in terra di ‘ndrangheta e vuoi fare l’imprenditore devi scendere a compromessi, rinunciare, piegarti. Poi, in molti casi tra l’altro portati a galla dalle varie inchieste, sono emersi collegamenti fra ‘ndrine e imprenditori milanesi, o lombardi più in generale. C’è la tecnica del subappalto che funziona molto bene. Se l’impresa di un clan prende un lavoro a Buccinasco può darlo, successivamente, a un’impresa lombarda a lei collegata. E’ il gioco dell’asta al ribasso a creare questi mostri. Quando ci sono tanti soldi sporchi da ripulire, il mattone rimane una lavatrice molto comoda.

 

L’altro giorno durante un nostro discorso hai detto una frase molto forte “pensare a Paolo Borsellino mi raggela il sangue”. Perché? Cosa rappresenta Paolo per te?

Mi sembra sbagliato dire cosa rappresenta Paolo Borsellino per me. Io direi cosa rappresenta per noi. Per tutti noi. Chi crede veramente nel movimento antimafia, chi non si sente sconfitto a prescindere, non può che fermarsi davanti alla figura di Borsellino, Falcone o Scopelliti . Fermarsi per ripartire con più energia, con più rabbia. Anche per loro.
 Desiree Grimaldi
 
 
 

 

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