
Lamezia Terme, 15 agosto – Per il ruolo che il sottoscritto occupa, suo malgrado, innanzi all’opinione pubblica di questa città, mi pare doveroso dare voce all’indignazione generale che sgorga dai cuori e dalle menti di chi ritiene che la lotta alla mafia e la battaglia per la legalità siano i valori più preziosi per un terra che pure ha pagato elevatissimi tributi di sangue. L’amore per la memoria storica, la salvaguardia della dignità delle istituzioni, il rispetto che si deve a martiri della lotta alla mafia, la necessità di non confondere le giovani generazioni, ad elevato rischio di mafia, come l’omicidio Amendola dimostra, impongono una diffusa indignazione, nonsolo e non tanto dei Servitori dello Stato, Carabinieri, Polizia e Magistratura, ma soprattutto della società civile, intesa nella sua ampia accezione e non semplicemente limitata a quella minoranza attiva che si è vista nelle recenti manifestazioni contro la mafia.
E se per alcuni può valere la scusante dell’ingenuità, per altri, per coloro che non possono non sapere, è palese l’assoluta e totale malafede, nel frequentare posti e uomini che sono mafiosi o contigui a questi. Bisogna essere chiari e chiedersi se sia vero o meno che a Lamezia esiste un centro di potere affaristico – imprenditoriale, che sfrutta la posizione di preminenza derivante dalla violenza che è sottesa alla metodologia mafiosa. Bisogna chiedersi se sia vero o meno che questo strumento di monopolio criminale iugula ogni iniziativa imprenditoriale che pretenda di emergere in un contesto di puro e semplice mercato. A simili domande tutti (e dico proprio tutti), se presi nei discorsi in famiglia, tra amici, nei bar (sottovoce) rispondono all’unisono, che questo potere affaristico-criminale esiste, lo si riconosce, e si muove nel senso che è stato prima detto.
Del resto, recenti indagini della DDA, come emerge dai re
soconti dei quotidiani, stanno mettendo bene a fuoco questo centro di potere illegale. Allora la domanda è perché non viene emarginato, isolato, marginalizzato, ghettizzato. Perché si continua a frequentare bar, esercizi pubblici, stabilimenti che si sa appartenere a persone che non hanno remore a relazionarsi in modo ordinario con pregiudicati vari. Si assiste in alcuni casi – così mi è stato riferito – che in certi locali trovi fior di pregiudicati e anche fior di professionisti, e cosa ancora più grave qualche rappresentante delle istituzioni. E qui mi rivolgo soprattutto ai miei colleghi, in servizio in Calabria o altrove, e dico loro attenti alle frequentazioni.
Noi abbiamo una grande responsabilità che ci deriva dalla funzione che esecitiamo. Il nostro apparire non può essere separato dal nostro essere. La gente riflette nei nostri comportamenti l’imparziale esercizio della giurisdizione. Da noi si esige una risposta che impone una svolta alla propria vita, perché solo in una dimensione da “eremita civile” (Galante Garrone) è possibile corrispondere all’ansia di giustizia accompagnata da una forte spinta al dialogo nella libertà, che sale dalla collettività. La collettività vuole e deve avere fiducia in noi e noi non possiamo deluderla con la nostra condotta, pena la negazione della funzione.
Bisogna sentirsi ricchi dentro per accettare il sacrificio che richiede l’impegno per una vita migliore, che non è rappresentata dai modelli del successo e della spasmodica ricerca del piacere, ma dalla soddisfazione di creare le condizioni per il benessere collettivo, soprattutto di quelle persone che vivono in condizione di disagio. Questo è l’impegno che assumiamo al momento del nostro giuramento di fedeltà alle istituzioni. Il nostro agire deve essere di esempio per contrastare certi paradossi della vita sociale di questa comunità
Ognuno, in sostanza, fa finta di non vedere. Si guarda esclusivamente al proprio interesse. Alla base manca una cultura dell’impegno, dell’individuo che sa di dovere impegnarsi nel nome della responsabilità di essere umano (Stèphane Hessel – Indignatevi, libro che pare molto diffuso nelle librerie lametine). L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti, dire: Io che ci posso fare, chi ‘minteressa, non sono cose che mi riguardano, tanto poi si continua come prima, è rinunciare ad una componente essenziale dell’umano. Non ci si rende conto che quell’azione perversa e criminale domani può riguardare colui che oggi trova comodo rifugiarsi nell’indifferenza. Salvo poi, quando si è toccati, affacciarsi nelle varie iniziative pubbliche e proclamare la propria esasperazione, per l’inaccettabilità della violenza che si subisce.
E’ comprensibile l’esasperazione ma non è giustificata da parte di chi ha pensato di farsi i “fatti propri”, magari accettando la pseudo pace offerta dalle varie gang mafiose, dietro lauti “pagamenti” di denaro. Si può superare l’esasperazione? Certo che si. Per riuscirci occorre basarsi sui diritti; e la violazione di questi, non importa per mano di chi, deve provocare la nostra indignazione. Sui diritti di libertà e sicurezza non si transige, pena la sudditanza al potere affaristico-criminale. I diritti devono entrare nella cultura e nella consapevolezza di chi li esige. Questa è un’arma potente contro la forza e la mentalità mafiosa. Occorre usare l’arma dei diritti contro la mafia che è la massima espressione del non diritto, l’antitesi della legalità.
Combattere la mafia criminale (ma anche la cultura mafiosa) nel proprio territorio. Combatterla non solo come forza militare ma anche come componente organica del sistema di potere. Questo è l’impegno che ciascuno di noi deve concretamente assumere. Si denuncia: in Calabria i diritti sociali sono deboli ed anche quelli civili e politici, perché debole è il sistema di garanzie, inadeguato e corrotto. La macchina istituzionale sembra fatta apposta per ostacolare. Non offre diritti ma favoritismi. La politica, o meglio alcuni signori della politica, ha una forte responsabilità per questa situazione perché sovente è clientela, senza etica e senza futuro.
L’aspetto più appariscente della mafia è quello delle uccisioni e delle stragi, ma il nucleo centrale, il cuore e la mente sono rappresentati dall’essere titolari di interessi di carattere economico e politico. Un sistema questo, capace di attivare un circuito perverso che mette in gioco la dignità delle persone: si sfruttano i bisogni. Contro la sub-cultura del bisogno e del suo sfruttamento, le parole non servono, occorre una testimonianza di vita coraggiosa e vera, ma anche umile e sincera, che ponga con le cose concrete (e non con i proclami) la cultura dei diritti ed insieme la forza del diritto, il valore della legalità.
Vi è la consapevolezza che se più si ampia la cultura della legalità, che si esprime principalmente nei valori di solidarietà e tutela della dignità di ciascuno, minore è lo spazio per l’agire mafioso. I comportamenti clientelari che ora consideriamo normali devono tornare ad essere considerati scandalosi e devono indurre all’indignazione. Alla mafia, nella sua più ampia accezione, che comprende il militante mafioso, ma anche il professionista, il burocrate, l’imprenditore ed il politico mafioso, ma anche il prete mafioso, fanno paura le immagini che ricordano di chi si oppose al suo disegno di sopraffazione e perciò pagò con la vita.
Quei simboli incutono timore perché, alimentando la memoria, attestano la volontà della parte seria della società di non piegarsi alla violenza. Per questo i mafiosi, ma anche coloro che ruotano attorno ad essi, non accettano, ostacolano o snobbano la presenza della comunità Progetto Sud nelle loro case confiscate e le iniziative che essa genera, per questo buttano a terra statue e sfregiano targhe, o sabotano le autovetture o danneggiano i raccolti. La mafia teme però non solo i simboli che alimentano il ricordo di una società che vuole contrastarla, ma ancor più teme una coscienza civile vigile, consapevole dei pericoli che la minacciano. E’ una falsa democrazia quella che fonda la scelta elettorale sull’amico o sull’amico degli amici, perché al momento opportuno possa venirgli incontro sulle proprie richieste personali.
Ciascuno di noi deve esigere che il titolare di responsabilità abbia ben chiaro l’interesse pubblico, che vuole come prima cosa che a tutti i cittadini, indistintamente, vengono garantiti pari diritti ed a tutti sia chiesto di osservare pari doveri. Occorre acquisire la consapevolezza che insieme, istituzioni, gruppi di volontariato, onesti cittadini, sana imprenditoria, professionisti per bene, politici illuminati, siamo tutti dalla stessa parte, una consapevolezza che si avvertirà se sapremo superare la solitudine e ritrovarci nel progetto di cambiamento che ciascuno di noi ardentemente desidera.
Il concetto di società che dobbiamo coltivare è totalmente diverso da quello di chi vive nell’indifferenza e nella egoistica rassegnazione. Questo è il vero valore cui dobbiamo tendere, scoprire l’originalità e la grandezza di ciascuno, che solo in una rete di rapporti leali e sinceri, si riesce a far emergere e ad apprezzare. Insieme si deve lottare, non solo per testimoniare, ma per vincere. E’ bene ricordarci un dato di fatto importante ma chissà perché nella maggior parte dei casi tendiamo a dimenticarcene: la vita, la nostra vita è ora. E, certamente sul piano terreno, ne abbiamo una sola. Non sprechiamola. Diamo sempre un senso etico a quanto facciamo.
Occorre che ciascuno di noi “accenda” la “propria luce”. A tal proposito mi piace chiudere con una citazione di Hannah Arendt, la filosofa e storica tedesca del 900, naturalizzata statunitense, la quale così si esprimeva: “Anche nei tempi oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che esse ci giungerà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante e spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola nell’arco di tempo che fu loro concesso di trascorrere nella terra”.
Io ho davvero bisogno di quella luce, della luce che proviene dal viso sereno e dallo sguardo sicuro, dei tanti altri, che lottano per loro, per noi e per voi, ogni giorno, per recuperare la fiducia in noi stessi e respingere, le demagogie, i veleni, e le bieche tentazioni di potere. Io voglio essere contagiato da loro e con loro voglio contagiare questa citta, di luce vera. Quando ogni lametino, ogni calabrese avrà consapevolezza di ciò e farà conseguentemente la sua parte, Lamezia, la Calabria avrà la possibilità non solo di apparire migliore, ma di esserlo realmente.
Salvatore Vitello
Procuratore della Repubblica
presso Tribunale di Lamezia Terme
da: Lametino.it

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