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Interrompere il connubio ‘ndrangheta-politica

Pubblico un’intervista di Oreste Tiscali al Giudice della Suprema Corte di Cassazione Romano De Grazia, magistrato oggi in pensione che ho conosciuto nel recente convegno svoltosi a Petronà .
Romano De Grazia, che mi ha lasciato una profonda impressione per la forza e la determinazione del suo intervento, è autore, in qualità di Presidente del Centro Studi Lazzati, di un disegno di legge che giace da quindici anni nei cassetti dei vari governi che si sono succeduti alla guida della nostra Repubblica e che, inibendo ai sorvegliati speciali la possibilità di fare propaganda elettorale, potrebbe risolvere nella maniera più semplice il gravissimo problema del controllo del voto esercitato dagli appartenenti alla criminalità organizzata che è una piaga del nostro sud (e non solo).
Questo disegno di legge, la cui sicura efficacia è forse proprio la causa del suo giacere nei cassetti, sarà a breve pubblicato nella sua interezza, sul nostro sito.

Interrompere il connubio ‘ndrangheta-politica
di Oreste Parise (Mezzoeuro Anno VII num. 20 del 17/5/2008)

Rende, 14 maggio 2008

Romano De Grazia è un magistrato in pensione, ex Giudice della Suprema Corte di Cassazione. Ha lasciato la Magistratura, riprendendo la sua passione primigenia per l’incontro con i giovani. Ha, infatti, cominciato la sua attività professionale come professore nelle scuole, dove oggi vi ritorna spesso per diffondere la cultura della legalità.

La sua passione democratica ed il suo impegno come rappresentante dell’Ufficio Studi Lazzati lo pongono come un testimone privilegiato dei fenomeni criminali della nostra regione. Ha accettato di buon grado, con spirito di servizio, a rispondere a qualche domanda in un incontro a Falerna Marina, dove a trasferito il suo domicilio da cui è scaturita la presente intervista.

 

Intervista a Romano De Grazia
 

Lametia è ritornata agli onori della cronoca per la recrudescenza dei fenomeni criminosi ed i numerosi omicidi avvenuti nella prima parte dell’anno. Perché tanto interesse per Lametia da parte delle organizzazioni criminali.

Perché la sua ubicazione che la rende naturale snodo della produzione, del commercio, del traffico di stupefacenti. La Piana di Sant’Eufemia è una ricchezza dove la mafia ha sempre inteso mettere le mani.

Questo lascerebbe presupporre che vi è un interesse esterno verso questo territorio, l’inquinamento non si produce solo per opera di elementi locali.

Vi è una forte componente locale, ma essendo zona centrale della Calabria diventa d’interesse da parte di tutta la criminalità organizzata delle regione.

Ma vi è una struttura centralizzata, un coordinamento dell’attività criminale su questo territorio?

Ci sono diverse cosche che operano nella zona e queste hanno una struttura: il vertice, gli affiliati, la manovalanza ognuno ha un compito ed una funzione all’interno dell’organizzazione. Nulla avviene per caso, vi è persino lo studio scientifico delle ricchezze da aggredire. È una attività necessariamente ed indispensabilmente organizzata.Vi sono collegamenti organici tra le cosche locali e quelle che opera in altre aree, dallo locride alla Piana. E la loro ramificazione si estende alla vicina Campania ed alla Sicilia.

Vi è un aspetto che non è certo solo lametino, ma sembra che qui trovi una sublimazione. Mi riferisco alla commistione tra la malavita organizzata e la politica, che in concreto a Lametia coincide con l’amministrazione comunale, tanto è vero che è stato sciolto due volte per condizionamento mafioso. Oggi vive una esperienza singolare: un imprevedibile risultato elettorale ha portato ad un sindaco eletto con largo consenso, mentre il consiglio ha espresso una maggioranza di segno opposto. Questa è una stranezza  frutto del caso o vi è qualche rapporto con il condizionamento mafioso della politica?

Il sindaco è una persona con una faccia pulita ed ha trascinato il consenso al di là delle appartenenze, oltre i confini delle liste e dei partiti. Credo che si tratti di un episodio meramente elettorale. Molti di centrodestra hanno votato per l’ipotesi Speranza. Oggi ha deluso le aspettative, ma questo è un altro discorso.

Ma qual’è la possibilità di governare un territorio così complesso non disponendo di una maggioranza in Consiglio, costretti ad un continuo accomodamento per non dire compromesso?

Le accuse che si fanno al sindaco è di aver tamponato questa difficile situazione con continui maquillage, operazioni di pura facciata. D’altro canto era una situazione critica fin dall’esordio, e per sopravvivere era necessario pagare un costo, ma non si è reso conto del costo che è costretto a far pagare all’intera cittadinanza per le inefficienze di un non-governo, che impedisce qualsiasi azione di grande respiro e la realizzazione del programma elettorale.

Ma chiediamoci cosa ha consentito di coagulare una maggioranza attorno al sindaco: la speculazione edilizia, la spartizione degli appalti …

Non seguo con grande attenzione la politica locale, proprio per non restare invischiato in questi discorsi e non voglio fare congetture.

Si può governare senza maggioranza, ma alla fine i numeri sono comunque necessari per far passare il bilancio …
 

Si sono trovate soluzioni personali, episodi occasionali, facendo leva sulla scarsa voglia di molti degli eletti ad abbandonare la poltrona faticosamente conquistata. Al momento della votazione accadono le cose più strane, chi vota a titolo personale, chi si allontana al momento della votazione, chi si dissocia dalla propria appartenenza politica. Non vi è una maggioranza strutturale che possa garantire la stabilità e l’efficienza dell’amministrazione.

Nella società lametina si sta creando una coscienza antimafia, vi è una reazione a questo strapotere che sembra poter agire indisturbata?

Vi è un avvio di rivoluzione delle coscienze, ma non siamo al punto di poter sperare che questo sia sufficiente ad estirpare il fenomeno alla radice. Vi è una sorta di rassegnazione nell’elettorato, che non va al di là del plauso per le manifestazioni che intendono contrastare il fenomeno. In concreto  però non fa nulla, specie nel momento elettorale: si limita a confermare le scelte già fatte numerose altre volte, votando candidati chiacchierati e graditi al potere malavitoso.

Questo potrebbe essere la conseguenza dello stato di bisogno in cui versa la società lametina: la mafia riesce a dare risposte che le istituzioni non sono in grado di dare.

La mafia non da mai risposte ai bisogni della cittadinanza. La mafia persegue interessi ben lontani da quelli della pubblica utilità. Questo è necessario ribadirlo con forza. La coscienza collettiva però non è cresciuta al punto tale da arrivare a liberarsi con il voto di questa cancrena presente da più decenni.  Il comune di Lametia è stato sciolto per condizionamento mafioso per la prima volta nel 1991 con una coalizione di centro-sinistra, e nel 2002 con una coalizione di centro-destra. La mafia non conosce colore politico, poiché agisce come una mera impresa economica ed approfitta del momento elettorale per entrare nella stanza dei bottoni. A questo fine cerca un accordo con la coalizione che appare vincente – e la aiuta a vincere, qualunque sia l’ideologia.

Questa stranezza amministrativa non rischia di rafforzare la mafia per una oggettiva incapacità di offrire una governance al territorio con la conseguente incapacità di gestire politicamente i processi sociali?

È ovvio che la rafforzi, poiché vi è una disponibilità da parte dei politici di offrire una chiave d’ingresso nelle istituzioni in cambio di un appoggio elettorale e di una “pax sociale” che permette alla ‘ndrangheta di agire indisturbata.

La fragilità della costruzione politica che regge il governo del territorio non offre oggi una sufficiente garanzia al potere mafioso; di conseguenza tenta di giocare una partita solitaria, lasciando dietro di sé una scia di sangue …

Io non criminalizzo la politica, ma è evidente che oggi cammina su di uno stretto crinale e rischia di precipitare. Se non c’è una coscienza democratica, se l’eletto non è rappresentante liberamente scelto, ma è frutto di un apporto del potere malavitoso, favorirà sempre l’economia criminale.

Possiamo quindi affermare che la debolezza della politica e la recrudescenza della criminalità sono tra di loro correlate.

Sono due fenomeni intimamente connessi. Alla debolezza della politica corrisponde sempre l’arroganza del potere delle cosche, poiché sa di poter contare su rappresentanti ed aumenta la pressione sull’elettorato per rendere la politica dipendente dal potere malavitoso.

Lei da tempo si occupa e si preoccupa di introdurre dei correttivi all’attuale ordinamento per interrompere questo circuito perverso. Quale potrebbe essere il metodo, il sistema per sciogliere questo nodo di Gordio?

Non saranno le analisi ed i dotti studi sul fenomeno mafioso ad interrompere questo circuito. Bisogna realisticamente prendere atto che il fenomeno esiste e cresce il numero di comuni sciolti per mafia in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. E l’onda, starei per dire l’onta, sta risalendo la penisola: per lo stesso motivo è stato sciolto il comune di Nettuno in provincia di Roma e quello di Bardonecchia in provincia di Torino. Finora lo Stato non ha reagito adeguatamente: ad una situazione d’emergenza bisogna rispondere con una terapia d’emergenza. Il centro Studi Lazzati già nel 1994 aveva predisposto un disegno di legge presentato in Parlamento da Mario Tassone, un progetto concreto per tentare di recidere la collusione tra la mafia e i politici di pochi scrupoli. Non tutti i nostri politici sono collusi, per fortuna, ma ve ne sono alcuni che non si fanno alcuno scrupolo di ricorrere all’aiuto della malavita per la propria campagna elettorale. Qunidici anni fa i giovani democristiani di San Luca ci invitarono ad illustrarlo nella sala consiliare perché dopo la stagione di “mani pulite” si voleva dare inizio a “voti puliti”. Da allora è stato un continuo peregrinare in tutta Italia da Perugia a Pavia, da Catanzaro a Roma per cercare sostegno a questa iniziativa.

Quali sono allora le misure che potrebbero risultare efficaci, che a quanto sembra di capire vengono molto temute?

In primo luogo aggiornando la normativa sulla confisca, perché la mafia si avvale di professionisti del riciclaggio, che hanno affinato di molto le loro armi da quando è stata approvata la legge. Individuare i canali di investimento, perché la ‘ndrangheta si è internazionalizzata, opera sul mercato europeo. Il il prestigioso quotidiano tedesco “Berliner Zeitung” aveva lanciato l’allarme già due anni fa, sulla potenza della ‘ndrangheta, che era entrata in prepotentemente Germania, investendo in Borsa, comprando e gestendo ristoranti, alberghi. Non era necessaria la strage di Duisburg per scoprire il nuov carattere di piovra globale, di holding finanziaria che aveva assunto.
Il suo rafforzamento è stato favorito dall’appoggio politico prima e dall’essersi infiltrata nelle istituzioni dopo. Il punto allora è di incidere sul connubio mafia-politica al momento elettorale, perché è proprio in quel momento che si stipula quel contratto che ha tanti effetti devastanti per le istituzioni elettive. La normativa attuale sospende l’elettorato attivo e passivo ai sorvegliati speciali, per chi si trova cioè in uno stato di pericolosità sociale. Ne consente però l’attività di propaganda elettorale, di poter manipolare con  la loro forza “persuasiva” la volontà degli elettori, con la sola limitazione di tenersi ad una distanza di 200 dal seggio. Possono accompagnarsi al candidato a portare la “benedizione” nelle case. La nostra proposta è di porre un divieto assoluto di propaganda elettorale ai sorvegliati  speciali.

Le numerose inchieste che hanno indagato questo rapporto mettono in rilievo come più che propaganda elettorale, il connubio si realizza con il voto di scambio, vale a dire il voto in cambio di favori, come definito dagli articoli 416-bis e 416-ter del codice penale. La propaganda si esaurisce in un momento, ma il connubio continua anche oltre.

Questo è vero, ma il voto di scambio è molto più difficile da provare e da qui l’inefficacia della misura. La fattispecie di reato del voto di scambio presuppone una prova diabolica che induce il candidato a rivolgersi al pregiudicato e questi a prestare la sua opera per la raccolta del consenso elettorale in favore di quel determinato candidato. Le ragioni sottostanti sono difficili da dimostrare e la prova della controprestazione è ancora più difficile – salvo che non spunti fuori qualche collaboratore di giustizia che faccia luce su questi rapporti -  e potrà aversi non nell’immediato durante la competizione elettorale, ma a distanza di molto tempo quando il danno sociale è ormai stato fatto. A dimostrazione di ciò si deve ricordare che il 416-bis non ha dato risultati confortanti: è stato applicato poco e con scarsa efficacia. Per questo bisogna porre il divieto di propaganda elettorale per il solo fatto di essere un sorvegliato speciale, senza alcuna altra esigenza di dimostrare alcunché, prescindendo dall’acquisizione della prova.

La categoria dei sorvegliati speciali rappresentano una parte esigua – e sottoposta al controllo da parte degli organi di polizia – dell’organizzazione criminale, la cui organizzazione è ben strutturata e diffusa. Può far uso di personaggi insospettabili per il conseguire i propri fini.

I sorvegliati sono una minoranza degli affiliati, ma certamente sono i più pericolosi con una maggiore capacità di intimidazione. Per prevenire possibili critiche ed allarmismi, precisiamo che non basta certo un consiglio a configurare la fattispecie di propaganda elettorale, ma una vera e propria attività organizzata, con reiterazione di atti, predisposizione di mezzi e di persone, esistenza di una struttura che deve essere provata dall’accusa. Chi si presta deve sapere che corre un grosso rischio per il reato di “concorso esterno” alla mafia, perché nel disegno di legge viene precisato “direttamente o indirettamente”.

Ma non rischia di essere anche questa una prova diabolica?

No, proprio perché si prescinde dalla rapporto sottostante, non bisogna trovare il motivo che ha indotto il mafioso a dare il suo appoggio e qual’è stato l’impegno del politico che può non essere immediatamente evidente: basta il fatto oggettivo della propaganda. La violazione di questo precetto comporta la decadenza immediata dell’eletto.

Ma con gli attuali mezzi, essa può avvenire anche senza alcun contatto materiale, attraverso internet, con sms, con …

L’elenco dei sorvegliati speciali è a disposizione delle forze dell’ordine, e poiché si prevede una pena di sei anni, è possibile ricorrere all’intercettazione telefonica. In quel periodo il sorvegliato speciale deve essere “sorvegliato in maniera speciale” non lasciandogli alcuna possibilità di movimento e gli effetti devono essere immediati per produrre una “bonifica” del voto. Con metodi snelli si arriva ad individuare con molto più facilità il politico che riceve l’appoggio di una cosca. Da un punto di vista logico credo sia comunque nell’interesse generale di completare la normativa sull’inquinamento mafioso del voto.

Ritornando al problema dal quale eravamo partiti. Un meccanismo del genere sarebbe in grado di evitare che a Lametia vengano eletti personaggi sospetti di collusione con la mafia?

Dipende dal rigore dell’applicazione. Quello che è certo che durante le campagne elettorali girano individui poco raccomandabili con materiale di questo o quel candidato, che con la sola loro presenza sono in grado in inquinare il voto e spesso compaiono nei pressi dei seggi.

Per quale motivo allora una norma così innocua per il cittadino comune, che non viene minimamente intaccato dalla limitazione imposta ai sorvegliati speciali, incontra una così tenace resistenza, tanto che  a distanza di tre lustri non è stata neanche discussa nelle aule parlamentari?

Per la sua incisività ed immediatezza di applicazione. Diversamente dalla normativa del voto di scambio, questo è uno strumento dirompente perché pone le forze dell’ordine nelle condizioni di poter intervenire direttamente durante lo svolgimento della campagna elettorale impedendone l’inquinamento. Diversi politici hanno scheletri negli armadi …

Diciamo che la politica non intende affrontare questo nodo …

…perché semina il panico. Prendiamo il caso La Rupa. È evidente che è stato appoggiato dai Forastefano, in favore del quale hanno svolto attività di propaganda elettorale. Il GIP all’epoca non ha emesso ordinanza di custodia cautelare perché non era stata acquisita la prova sulla controprestazione. È stato fatto successivamente per i fatti di Amantea, ma questo è un altra questione, e dimostra in maniera evidente i limiti della normativa sul voto di scambio e l’urgente necessità di una normativa più snella ed incisiva.

Una cosca potrebbe avere interesse a distruggere un uomo politico ed organizzare artatamente un’operazione di propaganda elettorale, magari poi i voti non glieli danno neanche …

Il candidato pretestuosamente favorito a fine di danno può denunciare il fatto. Ed è la pubblica accusa che deve valutare l’elemento psicologico e discernere attraverso le indagini e le prove di cui dispone se il politico è vittima inconsapevole o colpevole per aver sollecitato l’appoggio.

Secondo la sua esperienza da lametino DOC, Lametia è in grado di riprendere il cammino verso una democrazia compiuta, o potrebbe subire per la terza volta l’onta di uno scioglimento per inquinamento mafioso?

Questo dipende dalla coscienza dei cittadini. Se non si recide il nodo perverso della commistione tra politica e malaffare il pericolo incombe. Bisogna togliere la delinquenza ai politici e la politica ai delinquenti. La malavita è presente dovunque vi è formazione di ricchezza, nelle attività illegali come lo spaccio di stupefacenti e la prostituzione e nei settori economici più redditizi che in Calabria coincidono con l’economia pubblica: gli appalti, le pubbliche forniture, strumenti urbanistici.
Sarebbe necessario un percorso di educazione alla legalità, a cominciare dalle scuole per creare quello spirito civico che è necessario per combattere adeguatamente la criminalità organizzata, convincere i giovani che la mafia è miseria morale e materiale, deprivazione dei diritti e depravazione dei costumi.

Considerato lo stato di emergenza criminale, secondo lei è necessaria una legislazione di emergenza nel Sud, o quanto meno nelle quattro regione a maggiore inquinamento mafioso?

Credo proprio di si. Io comincerei con l’istituzione alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università Magna Graecia di Catanzaro di una cattedra di legislazione antimafia, come momento di riflessione e di apprendimento, che potrebbe essere d’aiuto nell’approntamento di provvedimenti idonei a combatterla. L’unica oggi esistente è all’Università di Perugia, e suono quanto meno strano. Inoltre bisognerebbe dotare la magistratura calabrese di professionisti che conoscano la tecnica bancaria, che siano esperti in finanza per indagare nelle operazioni sofisticate di riciclaggio del denaro, c’è bisogno di operatori specializzati, perché la mafia si combatte togliendoli il portafoglio gonfio di profitti illeciti.

Ci sarebbe la necessità della sospensione di qualche guarentigia costituzionale, come dare maggiori poteri alla polizia, abolire il patteggiamento, allargare l’ambito di applicazione del 416-bis, abolire la scarcerazione per decorrenza di termini o altro ancora?

È un percorso difficile e si rischia ad ogni passo di incorrere nell’incostituzionalità delle norme. Per esempio, allungare i termini della carcerazione preventiva per un cittadino accusato di appartenere ad una associazione mafiosa prospetterebbe profili di incostituzionalità. Ma un insieme di misure efficaci sarebbero certamente necessarie: à la guerre comme à la guerre. L’emergenza si combatte con l’emergenza.

 

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