Con Di Matteo saranno presenti:
– Letizia Battaglia, grande fotografa della mafia
– Petra Reski, giornalista e scrittrice tedesca che da anni vive a Venezia e scrive di mafia da corrispondente della stampa tedesca
– Giuseppe Lo Bianco, giornalista e scrittore dalla grande conoscenza della storia della mafia siciliana.
Ci ha assicurato un suo intervento, che speriamo dal vivo, anche Salvatore Borsellino.
Avremo la partecipazione di Giovanni Mancuso e del suo Ensemble Laboratorio Novamusica che eseguirà una composizione dedicata al tema della serata (http://www.
Per l’incontro è stato scelto il Teatro Malibran, antico e grande teatro veneziano.
http://www.teatrolafenice.it/
Tutta la cittadinanza è caldamente invitata a partecipare!
Agende Rosse Venezia
Introduzione alla serata
Finalmente, in tempi più recenti, la mafia è stata svelata nella sua dimensione, non tanto di realtà criminale dedita allo spaccio internazionale di droga e all’estorsione, quanto di “longa manus” del potere politico utile nel controllo del territorio e quindi nel drenaggio di voti da convogliare verso i garanti nelle istituzioni, sia centrali che periferiche. Questa rivelazione è stata utile per diffondere la cognizione che un tale fenomeno, sociologico prima che criminale, da tempo aveva smesso di svolgere quel ruolo minimale, quasi folkloristico e tipico di regioni di arretratezza civile (come conveniva rappresentare il mezzogiorno utilmente tenuto ostaggio di tale contro-potere). Le prime ammissioni sulla mafia intesa come una compagine organizzata, fatta di professionisti in doppio petto in stretta cooperazione con i colletti bianchi delle amministrazioni pubbliche, sono state poi confermate da intercettazioni ambientali ed indagini della magistratura che continuano ad evidenziare responsabilità congiunte delle due componenti, nella commissioni di reati ad alto impatto sociale ed economico come peculato, estorsioni, corruzione.
In questa rete di illegalità è difficile distinguere il promotore ed il correo vista l’attrattiva esercitata dagli immensi capitali della mafia che gestisce un “fatturato” calcolato fra 130 e 150 miliardi di euro all’anno. Di fronte a tale potenza economica e alle sue irresistibili suggestioni, è progressivamente apparso evidente, che nessuna regione italiana è rimasta immune da quella esperienza consortile con il capitale criminale. E ciò non tanto per una forma di diffusione di un’epidemia provocata dalle popolazioni del mezzogiorno considerate storicamente, anzi quasi per costituzione, propense all’insensibilità verso regole e leggi, quanto per l’interesse di gran parte dell’imprenditoria nazionale a servirsi di capitali a basso costo con tutte le annesse garanzie di quella che è diventata una vera e propria agenzia di servizi.
Per venire infine ai giorni nostri, le più recenti informazioni derivanti dalle indagini della procura di Palermo sui responsabili della trattativa tra stato e cupola criminale, hanno perfezionato l’analisi e la decodificazione del fenomeno mafia. E’ significativo ed interessante a questo riguardo, il fatto che altissimi esponenti dello Stato si riferiscano all’oggetto dell’indagine come a “presunta” trattativa, evidenziando la resistenza anche istituzionale verso le azioni giudiziarie di svelamento di quelle commistioni pur provate da sentenze di tribunali. Allo stato delle cose, quindi, i tempi sono maturi, per salire un gradino ulteriore della presa di coscienza: quello che porta a convincersi che la richiesta di conoscere la verità su quello che si muove dietro le quinte, è una necessità sociale. Affrontare la verità, anche la più vergognosa, sulle responsabilità della trattativa tra uomini delle istituzioni e potere della controparte, rivendicando il diritto di sapere, non va vista come la battaglia di pochi attivisti, quanto piuttosto, il presupposto necessario per l’emancipazione della nostra intera specie di “homo civicus”. Questo perché trattative segrete ed omertà sono segnali di comportamenti che si trasferiscono nella mentalità e nelle azioni dei cittadini. In presenza di istituzioni compromesse che non hanno interesse ad incoraggiare la trasparenza e la responsabilità individuale, bensì ad alimentare la percezione di normalità del compromesso, dobbiamo pretendere di portare alla luce del sole la verità sulle connivenze ad alto livello; la rivelazione ci farà cogliere il nesso di causa ed effetto tra quei comportamenti e le loro riproduzioni nel nostro quotidiano e ci avvierà ad affrancarci da quel condizionamento subdolo, e a fare la nostra parte nel percorso di recupero del valore della onestà individuale nella condivisione di diritti comuni. Allo stesso tempo il segnale che deve arrivarci dall’alto non può essere l’inevitabilità della convivenza come ha suggerito qualche ministro di passati governi, perché convivere con la mafia vuol dire accettare la contaminazione, la connivenza, la convenienza. Vuol dire mandare messaggi trasversali che un potere così stabilizzato non sarà toccato nei suoi radicamenti profondi, nei suoi intrecci inestricabili e, alla fine necessari e fertili, col potere ufficiale; vuol dire che ci saranno solo azioni di facciata, semplici sfrondature episodiche, piccola manutenzione invece che radicali ristrutturazioni del terreno di coltura.
Gianluigi Placella
Mafia e Stato: convivenza e connivenza
E’ facile allora che un potere territoriale così radicato si proponga come affidabile nella gestione del consenso e, alla fine, convincente nei progetti di spartizione di aree territoriali e burocratiche di competenza. In quel momento, si genera una convivenza fondata sul do ut des, che genera vincoli a causa dei quali, inevitabilmente, il potere ufficiale può attuare solo rituali azioni dimostrative, strategie di contenimento e mai di eliminazione, in un progetto organico di simbiosi e perciò di reciproco beneficio.
La mafia che ha sempre tratto vantaggio dal silenzio, non avrebbe avuto alcun reale interesse a mostrarsi così platealmente come in quei due anni terribili, se la posta in gioco non fosse stata altissima. E la posta in gioco era il ripristino di equilibri che le centinaia di ergastoli comminati in via definitiva nel maxi-processo del 1992, aveva sbilanciato.
Perché qualcosa possa cominciare a cambiare davvero dobbiamo perciò domandarci che cos’è la mafia o meglio che cosa è diventata.
E che cosa deve, dovrebbe essere lo Stato e che cosa è, nei fatti, se la mafia impera.
A quel punto ci renderemo conto di come l’accostamento tra mafia e Stato possa non apparire più sacrilego.
AGENDE ROSSE VENEZIA

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