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| Giovedì 02 Ottobre 2008 11:27 |
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Parla con impeto, Salvatore Borsellino. Con un impeto che è, al tempo stesso, rabbia sdegno e dolore. Il ricordo del fratello Paolo permea ogni parola, ogni gesto, ogni espressione. Una passione che, tuttavia, non offusca la lucidità di quest’ uomo, che da quel 19 Luglio del ’92 non smette di invocare giustizia e verità per il fratello e per tutte le vittime della violenza mafiosa. “Una strage di Stato”, così Salvatore ha definito il massacro di Via D’ Amelio nel suo intervento al meeting Legalitàlia , suscitando il plauso del pubblico e, tra gli altri, anche dell’ ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Non smette di credere nella giustizia ma – dice con amarezza- “ so anche che lo Stato, come ammoniva Leonardo Sciascia, non potrà mai condannare se stesso.” Una commistione, quella tra politica e potere mafioso, che oggi più che mai , in Italia, si è fatta evidente e pervasiva, tanto da intaccare il cuore stesso delle Istituzioni. Lo denuncia, Salvatore, con il coraggio e la forza di chi vive un dolore troppo grande per trovare consolazione, e che si traduce in impegno civile, e quotidiano, per l’ affermazione della legalità.
Lei partecipa spesso a manifestazioni antimafia. Spesso, però, tutto si risolve solo in una passerella per qualche politico.
«Rifuggo dall’andare a manifestazioni in cui ci siano politici che presenziano solo per fare passerella. Io chiederei loro, per esempio, come mai nell’ultima tornata elettorale praticamente nessuno abbia parlato di criminalità organizzata. È stato messo davanti a tutti il problema della sicurezza come se fosse limitato al fatto di non essere borseggiati, o di non avere dei lavavetri agli angoli delle strade. Domanderei ai politici se la criminalità organizzata esiste ancora o se, invece, ritengono che sia finita, visto che nessuno ne ha parlato nei suoi programmi. Allora, il capo di uno di quei due prodotti di marketing che, secondo me, sono i due partiti che si dividono il potere in Italia, Pd e Pdl, alla fine della campagna elettorale non ha trovato di meglio che mettere un braccio sulle spalle di Marcello Dell’Utri e proclamare Vittorio Mangano come nuovo eroe. Probabilmente perché doveva pagare delle cambiali alla criminalità organizzata prima che la campagna elettorale finisse, in maniera che i voti confluissero al lato “giusto”. L’altro leader, proprio negli ultimi giorni, finalmente, dopo non averlo mai fatto per tutta la campagna elettorale, ha parlato di lotta alla criminalità organizzata, probabilmente per attirare gli ultimi indecisi. Cioè quei tanti elettori, perché ritengo che siano davvero numerosi, delusi dalle promesse disattese dal governo precedente, che ha attaccato la magistratura come neanche il precedente esecutivo di destra aveva fatto».
Caso Contrada. Si dice che Giovanni Falcone si pulisse le mani sui vestiti dopo aver stretto la mano a Bruno Contrada. Lei recentemente ha detto: “Stanno uccidendo ancora mio fratello”.
«Io aspetto impazientemente la querela che i fratelli di Contrada mi hanno promesso per quello che ho scritto nel momento in cui il loro congiunto è stato scarcerato. Bruno Contrada è stato messo agli arresti domiciliari, non a Palermo perché è stato ritenuto ancora “socialmente pericoloso”. Tra sei mesi questa decisione verrà rivista in base al suo stato di salute, e quindi se Contrada non continuerà a fare artificiosamente degli scioperi della fame per peggiorare le sue condizioni fisiche, è sperabile che ritorni in galera dove io ritengo che debba finire i suoi giorni, come si meritano tutti i traditori dello Stato. Ecco, a fronte di questa mia affermazione, a fronte soprattutto del fatto che io avevo dichiarato che mi viene voglia di farmi giustizia da solo, a fronte della mancanza di giustizia che abbiamo in Italia, i fratelli di Contrada, e Contrada stesso, mi hanno promesso una querela che io ancora sto aspettando, e che aspetto impazientemente così, almeno, certe cose potranno essere discusse all’interno di un’ aula di giustizia. Fatti dei quali ancora non si parla, perché Contrada è in galera per associazione mafiosa. Non ci scordiamo che su di lui esistono numerosi interrogativi, e sono interrogativi relativi alle telefonate che ricevette al Castello Utveggio proprio 140 secondi dopo la strage. Io ci misi cinque ore per sapere che mio fratello era morto, Contrada impiegò appena 140 secondi. Ritengo che per questi aspetti Contrada potrebbe, magari, finire in galera con accuse ben più gravi di quelle per le quali è detenuto attualmente. Penso che per un criminale condannato in via definitiva per aver favorito l’associazione mafiosa, cioè per aver tradito lo Stato, non si possa e non si debba parlare né di scarcerazione né di grazia, ed io vorrei che si valutassero veramente appieno questi motivi umanitari di cui si parla. Ripeto quello che ho detto: accetto che Contrada venga messo fuori dalla galera, se tirano mio fratello fuori dalla bara. Vivo. Solo allora potrò accettare una simile decisione”.
Resta ancora un mistero la scomparsa dell’agenda rossa di suo fratello. La persona che è stata accusata di averla sottratta ha chiesto di indagare sui servizi segreti, quindi permangono dei lati oscuri su questa vicenda.
“La persona che è stata fotografata con la borsa che conteneva l’agenda rossa in mano, quando dice di indagare sui servizi segreti, probabilmente chiede di investigare proprio su quei servizi segreti deviati che a mio avviso gli hanno commissionato di prelevare quella borsa. Ritengo comunque che su questa vicenda sia necessario fare chiarezza. Purtroppo, nonostante esistano precisi documenti che mostrano il capitano Arcangeli mentre si allontana dalla macchina con la borsa in mano, quando finalmente si era riusciti ad arrivare in aula di giustizia, grazie ai ripetuti rifiuti di archiviazione da parte dei giudici, un gup ha assolto Arcangeli per non avere commesso il fatto, solo perché questi ha detto che era così frastornato dal dovere calpestare i pezzi dei ragazzi che facevano la scorta a Paolo da non potere ricordare quello che faceva. Io continuo a rivedere quelle sequenze fotografiche e vedo un uomo che si allontana con aria assolutamente tranquilla e guardandosi tranquillamente intorno con una borsa in mano. Non mi sembra assolutamente che sia frastornato. Arcangeli potrà anche essere innocente e potrà non essere lui ad aver sottratto la borsa, ma deve dimostrarlo in un’aula giudiziaria, e per fortuna dopo gli anni bui di Tinebra, adesso è arrivata a Caltanissetta una persona come Sergio Lari che io ritengo essere un magistrato valido. La sua Procura ha interposto appello contro questa vergognosa sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto. Spero che la Corte di Cassazione disponga affinché questo processo possa riprendere, e si giunga finalmente alla verità, anche perché quell’ agenda rossa è, probabilmente, la stessa sulla quale si basa quella rete di ricatti incrociati che tiene in vita questa nostra disgraziata Seconda Repubblica.”
Cosa rimane dell’eredità morale di suo fratello? C’è qualcuno che possa raccoglierne il testimone? «Quello che rimane, a mio avviso, sicuramente non dobbiamo cercarlo nella politica e neanche nelle istituzioni, quelle stesse istituzioni che in buona parte sono responsabili dell’uccisione di Paolo. Io credo che quello che rimanga sono proprio questi ragazzi, quello che la figura di Paolo ha lasciato in giovani come questi. Da un anno vado in giro in tutta Italia a parlare, dopo sei anni di silenzio. Mi invitano organizzazioni non ufficiali, che di solito vengono tenute ai margini, e quello che trovo nei giovani è proprio un interesse forte verso questi problemi e una voglia di combattere che ritengo veramente possa far cambiare le cose. Io ne conosco tanti che addirittura dicono di voler studiare legge per potere fare il lavoro di magistrato. Anche dall’altro lato c’è, purtroppo, una seconda generazione di famiglie criminali che studia e che va all’università, ritengo dunque sia importante che ci siano questi giovani che credono negli stessi valori in cui credeva Paolo e che vogliono realizzare il suo sogno».
Ci sono degli aspetti ancora nell’ ombra, come l’ intervista in cui Paolo Borsellino parlava delle connivenze tra mafia e politica. Ebbene, questi documenti sono noti, ma non vengono mostrati.
«Questa intervista è reperibile su internet, ad esempio nel sito che ho aperto proprio per la mia battaglia e che si chiama www.19luglio1992.com. Purtroppo sulle reti unificate, come io le definisco visto che ormai non c’è differenza tra le reti Mediaset e le altre, l’intervista è andata in onda solo una volta alle due di notte e quindi la gente non ha potuto vederla. Questa è una precisa strategia con cui si cerca di nascondere quello che Paolo ha detto e, al contrario, si dà voce a tanta gente che riporta delle falsità attribuendole a lui. Lo stesso Contrada, per difendersi, sostiene che Paolo lo stimasse e che fosse suo amico. Quando gli chiedevano di Contrada, invece, Paolo, per quanto mi è stato riferito da sua moglie e da sua figlia, si inquietava: “Ma chi ti ha fatto quel nome? – diceva- Stai attento che quello è un nome che solo a farlo a sproposito si può morire”. Questo testimonia che Paolo lo considerava se non un assassino almeno complice di assassini. Adesso Contrada dice che aveva ottimi rapporti e che Paolo lo stimava, e lo stesso dice di Falcone, mentre fino all’altro giorno Ayala mi riferiva appunto che Falcone, dopo aver stretto la mano a Contrada, usava pulirsela sui vestiti. Per questo non si mandano in onda queste interviste in cui Paolo parlava di Berlusconi o di Dell’Utri, mentre si preferisce rappresentarlo in delle fiction nelle quali spesso la sua figura è assolutamente forzata. Si fanno apparire Paolo e Falcone come delle icone e nient’altro. Io credo che questa sia una fase intermedia, che addirittura tra qualche tempo partirà una opera di delegittimazione sia di Paolo che di Giovanni, mi aspetto anche questo e già lo vedo in alcune avvisaglie. Di recente, ad esempio, io ho querelato Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano che mio fratello Paolo aveva inquisito e che poi era riuscito ad essere assolto. E’ stato condannato solo a nove anni per traffico di droga e lui sostiene di non essere un mafioso. Peccato che io non capisco come si possa in Sicilia fare del traffico di droga senza in qualche maniera essere appoggiato dalle famiglie mafiose. Ecco, in una sua intervista al Giornale di Sicilia, Vaccarino ha detto che Vincenzo Calcara, che era uno dei pentiti che parlava con Paolo Borsellino negli ultimi due mesi della sua vita, era un pentito manovrato a cui i giudici facevano dire quello che volevano. Questa non può essere altro che un’accusa a Paolo, per far intendere cioé che fosse Paolo a manovrare quel pentito. In più ha detto delle assurdità, affermando che il 15 di luglio del ’92, cioè quattro giorni prima di essere ucciso, Paolo era andato in carcere a trovarlo, perché -dice lui- si era convinto della sua innocenza e gli aveva fatto sapere tre giorni dopo tramite il suo avvocato che l’ avrebbe scarcerato. Questa è una gravissima offesa a un giudice. Si insinua che Paolo non abbia seguito le procedure, che abbia fatto gli interrogatori senza la presenza dei suoi sostituti e tutto il resto e in questa maniera si cerca di delegittimare la sua figura. Io per questo ho sporto querela, dimostrando anche tramite l’ agenda di Paolo che non è stata sottratta, quella grigia in cui annotava gli orari di tutto quello che faceva, che quel giorno mio fratello aveva scritto di essere stato solo in Procura e a casa e così nei giorni successivi. Attendo di potere andare davanti a dei giudici per vedere se avrà il coraggio, Vaccarino, di sostenere davanti a me questa cosa».
Falcone diceva che come tutte le cose umane anche la mafia è destinata a morire. Nutre anche lei questa speranza? «Sì, ma purtroppo bisogna vedere dopo quanto tempo è destinata a morire. Oggi non se ne vedono avvisaglie, anzi quello che si registra è esattamente il contrario, come mai era successo prima, in Italia la mafia si è annidata all’interno stesso delle istituzioni. Sarà pure destinata a morire, ma credo che ci vorrà molto tempo e molte energie da parte nostra e da parte di questi ragazzi, da parte di tutti perché questo possa veramente succedere. Credo che quello che c’è in atto è, semmai, una trasformazione della mafia. La mafia ha sempre avuto bisogno della politica, perché hanno sempre fatto affari assieme. Quello che sta avvenendo oggi, e lo dimostrano i fatti che stanno accadendo in Calabria o gli esiti dell’inchiesta “Toghe lucane”, l’ultima che per fortuna De Magistris ha potuto concludere, è che forse tra poco la politica non avrà più neanche bisogno della mafia, ma gestirà direttamente gli affari in prima persona».
Esempi come quello di Cuffaro sono difficili da digerire: costretto a dimettersi dalla Regione Sicilia ce lo ritroviamo in Parlamento…
«Sì, ce lo ritroviamo in buona compagnia perché con lui c’è Dell’ Utri che sicuramente avrebbe tante cose da dire e, a mio parere, dovrebbe farlo. Comunque, su Dell’Utri c’è un procedimento in corso che io spero possa concludersi nella maniera “giusta”, poi vedremo se anche lui verrà proclamato eroe come Vittorio Mangano e dunque potrà sottrarsi alla giustizia, oppure se ci sarà un ulteriore lodo per cui verrà garantita l’impunità alle quattro più alte cariche dello Stato più Dell’ Utri. Ci possiamo aspettare anche questo, in un’ Italia in cui vengono vilipese sia le leggi sia la Costituzione».
Come si viveva in quei giorni? Ha un ricordo dei momenti di tensione in cui lavorava suo fratello?
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