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Il volto ‘buono’ della mafia? Un falso

Donna irreprensibile, madre premurosa, moglie fedele: icona della sposa ideale e della mamma felice. Di contro, un uomo, vile, arrogante, vigliacco, presuntuoso pieno di sé, convinto che il suo fascino, la sua bellezza, ammesso che lo fosse, potessero infrangere quell’armonia amorosa che regnava in uno dei focolari domestici di Palermo. L’uomo non era mafioso, ma vantava amicizie importanti in Cosa nostra e non perdeva occasione per esternarlo con orgoglio: una sorta di “appartenenza” ad una casta privilegiata. Quell’uomo, lo definisco tale per semplificare, era l’espressione dei più beceri individui convinti che la donna era l’oggetto da usare alla bisogna ed inizia a corteggiare quella mamma e moglie felice. Un vero e proprio inferno cala addosso alla donna che rintuzza, sdegnata, le avance dell’individuo travestito da uomo. Ma questi, nonostante il diniego assoluto, continuava imperterrito e con asprezza inusitata, lo stalking. Siamo nella Palermo degli anni 80, quando la mattanza voluta dai corleonesi di Riina, insanguinava Palermo: quando la violenza era l’espressione di una città morente. In questo contesto, il molestatore coglieva lo spunto per esibire il preteso diritto alla conquista della donna. Costei, oramai allo stremo delle sue forze e privata della sua libertà ad uscire di casa, compie quel doveroso passo che di certo le sarà costato caro, ovvero rivolgersi alla persona che più al mondo amava. Il marito.

Nel sacrosanto diritto di salvaguardia della sua famiglia, nonché dell’onore di sua moglie, il marito affronta l’uomo, invitandolo a desistere in quel comportamento lesivo. Invero, il molestatore diventa più aggressivo e le avances si fanno ancor più evidenti e plateali. Insomma una situazione davvero insopportabile. Un giorno, il molestatore, viene assassinato con numerosi colpi di pistola e viene rinvenuto in strada. Immediatamente nel territorio dell’omicidio, di pertinenza della famigghia mafiosa, scatta il panico, perchè era impensabile che si potesse uccidere qualcuno, peraltro vicino alla mafia, senza che si conoscesse l’autore. La caccia per individuare il killer, da parte degli uomini d’onore, inizia spasmodicamente. Passano alcune settimane e il servizio d’intelligence di Cosa nostra identifica l’autore dell’omicidio: era il marito della donna offesa. Questi, viene prelevato e condotto innanzi al tribunale mafioso e subisce un processo. Al termine del dibattimento, il marito viene assolto e rilasciato. Il dovere di salvare l’onore era stato raggiunto e ritenuto congruo e necessario dagli uomini d’onore che rappresentavano il tribunale.
L’episodio è di una gravità assoluta e lascia intravedere, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la donna, ancora oggi, viene considerata proprietaria ad uso e consumo degli ancestrali desideri di una certa specie umana: purtroppo in aumento. Se la donna e suo marito avessero avuto fiducia nelle Leggi dello Stato, se avessero avuto una società “vicina” al loro dramma, l’episodio condannabile e deprecabile, non sarebbe mai avvenuto. Ma questa è una storia accaduta un secolo fa e che mostra lo spaccato di una società dove il pseudo volto umano della mafia pretendeva di esercitare l’assoluto dominio del territorio. Ed ora?

Pippo Giordano

 

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