Falcone, il killer pentito: ”Era ‘u me travagghiu”
Il sottufficiale della Dia oggi in pensione ricorda l’incontro con un collaboratore che ebbe un ruolo nella strage e sostiene: ”Chi definisce i magistrati cancro da estirpare non abbia oggi la faccia tosta di presentarsi a Capaci”
di Pippo Giordano da i Quaderni de l’Ora
”Mi scusi, ma quando lei seguiva la macchina di Giovanni Falcone e quella dei miei colleghi di scorta, non ha pensato che tra qualche minuto sarebbero tutti morti?”.
– ”No! Era u me travagghiu!”. ”
Questa risposta, asettica, stringata e senza emozioni, mi è stata data da uno degli autori della strage di Capaci, poi divenuto collaboratore di giustizia, che aveva il compito di tallonare e segnalare a Giovanni Brusca, gli spostamenti delle auto quel 23 maggio di 19 anni fa. Ovviamente, il dialogo è stato più complesso e articolato, arricchito di dettagli che mi hanno fatto comprendere e quindi prenderne atto, che l’appartenenza a Cosa nostra fosse davvero la soppressione di quel necessario discernimento del bene dal male: la violenza quale espressione dell’esistenza dell’individuo.
Non era il primo killer mafioso che mi aveva data una risposta del genere. Successe negli anni ’80 e mi disse: ”sto seduto al bar, aspetto di ricevere l’ordine, vado uccido e ritorno al bar a leggermi il giornale sportivo. E’ u me travagghiu”. Il mio lavoro!”.
Anche Giovanni Falcone, Francesca Morvillo,Vito Schifani, Rocco di Cillo e Antonio Montinaro, quel 23 maggio del ’92 stavano lavorando. Un lavoro fatto di rinunce persino dagli affetti dei propri cari, spesso lasciati soli al primo insorgere di un problema o per prolungamento dell’orario di servizio. Ho conosciuto il dottor Falcone negli uffici della Mobile palermitana ed io brigadiere di Polizia, non mi occupavo di mafia, ma bensì di rapine. Infatti ero assegnato alla seconda Sezione e quindi non avevo rapporti con Falcone. Erano i primi anni ’80 e a Palermo, con l’omicidio di Stefano Bontade, era iniziata la mattanza voluta dai “corleonesi” di Totò Riina. Per una fortuita circostanza, sono stato catapultato nella sezione Investigativa di Ninni Cassarà e dal quel giorno ho iniziato la lotta a Cosa nostra: dal quel giorno ho iniziato a lavorare con Giovanni Falcone. Da quel giorno mi sento un uomo fortunato, perchè ho avuto modo di stare fianco a fianco ad un Uomo che ha avuto l’intelligenza e l’intuito di sovvertire le arcaiche opinioni sul mondo della mafia siciliana. Per primo, ha capito che non era una banda di “scassapagghiari” e che invero, egli aveva capito che la mafia non era altro che un’agguerrita organizzazione criminale ramificata nel territorio siciliano, italiano e oltre oceano.
Nel corso del nostro lavoro, non c’erano domeniche o feste comandate. C’era la consapevolezza di lavorare, lavorare e lavorare, in silenzio e senza commettere sbavature o “chiacchierare” del nostro lavoro: muti stavamo!
Giovanni Falcone, la domenica mattina, come faceva pure Ninni Cassarà, spesso si presentava dal collaboratore di giustizia, in quel momento sotto interrogatorio, con un cabaret di cannoli siciliani, sfoderando quel sorrisetto sornione tipico della sua persona.
Non ho mai visto Giovanni Falcone arrabbiato: la sua calma la sua serenità e il suo sorriso erano espressioni della sua anima buona e gentile. Sì, qualche volta siamo stati in pena, abbiamo sofferto tanto per la morte violenta del mio caro ragazzo in pattuglia con me Lillo Zucchetto o per la morte della mamma, della zia e della sorella di Francesco Marino Mannoia. Ma, eravamo uomini consapevoli del gioco delle parti che la vita stessa ci aveva assegnato. La preminente e necessaria attività investigativa relegava in un angolo della nostra memoria i luttuosi accadimenti: non potevano distrarci o fare pause eccessive, avevamo bisogno di sorridere nuovamente.
Era il 23 maggio quando il fragore dello scoppio dilaniò l’anima degli italiani onesti, Giovanni Falcone negli anni precedenti non era stato solo oltraggiato dal venticello calunnioso di rossiniana memoria, ma da un uragano colmo di accuse ed offese, in parte provenienti dagli stessi ambienti del suo lavoro e da taluni politici e società civile. Certo, gli italiani hanno pianto, gli italiani si sono sentiti inermi e soli di fronte alla tragedia di Capaci e mai avrebbero potuto immaginare che la stessa sorte, sarebbe toccata lì a poco a Paolo Borsellino. Ma, altri individui, Totò Riina e il gotha di Cosa nostra, hanno brindato per la strage di Capaci e nemmeno loro immaginavano che nel giro di pochi mesi li avremmo catturati tutti. A qualcuno di loro che aveva brindato ho fatto sentire il soave e dolce tintinnio delle manette ai polsi: non ero io che le facevo scattare ma erano i miei colleghi Rocco, Antonio, Vito, Vincenzo, Walter, Claudio, Agostino e Antonella, periti a Capaci e via D’Amelio.
Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e Paolo Borsellino, meritavano il massimo del nostro impegno: abbiamo lasciato le famiglie per mesi e mesi pur di scoprire e catturare i responsabili. Ed oggi, sono annichilito, per le notizie di presunte trattative tra alcuni pezzi dello Stato e mafiosi. Se ciò fosse vero, significherebbe aver tradito quel giuramento di fedeltà verso la Stato, fatto da Falcone, sua moglie. Paolo Borsellino e dai miei colleghi. Significa che non siamo stati capaci di difendere il loro onore. No! In cuor mio mi auguro che non sia vero, altrimenti sono portato a credere che sia stato compiuto uno ”sciacallaggio di Stato”: sciacallaggio che ha calpestato i nostri principi e l’attaccamento al Paese. No! Non perdonerei siffatta ipotesi che costituirebbe un alto tradimento verso tutte le vittime della violenza mafiosa e se fosse provato, gli uomini delle Istituzioni autori di questo scellerato patto, dovrebbero recarsi dalle mogli, mamme, padri e figli, dei martiri e poi voglio vedere se avranno il coraggio di accarezzarli o guardarli negli occhi.
Falcone, isolato ghettizzato è stato privato dell’unica arma per la quale aveva tenacemente combattuto: amministrare la Giustizia a Palermo. Nei salotti buoni di Palermo, giravano, persino, commenti sarcastici sull’amore nato tra Francesca e Giovanni: era l’anticipazione di quella che negli anni a venire Saviano, chiamerà “la macchina del fango”. Oggi, ben oliata e rodata da meschini individui che per danaro o compiacere il “sultano” di turno, passerebbero sopra il cadavere della propria mamma. Intelligenti pauca.
Falcone, uomo solo, divenuto ancor più silenzioso del solito è stato costretto a lasciare Palermo ma, ben presto ha dimostrato che il suo impegno contro Cosa nostra, lo poteva condurre anche stando lontano, a Roma.
Chinnici, Falcone, Borsellino sono deceduti per morte violenta ad opera di Cosa nostra. Oggi altri, trincerandosi dietro l’alibi istituzionale, compiono altrettanta violenza definendo i PM “cancro da estirpare, mentalmente disturbati, eversivi brigatisti, metastasi, associazione per delinquere.” L’elenco è lungo”.
Mi auguro soltanto che questi soggetti non abbiano la faccia tosta di presentarsi oggi a Capaci , ma che rimanessero in quegli antri bui a loro congeniali.
Dottor Falcone, insieme abbiamo percorso la via dell’onestà, la via che non avremmo mai voluto vedere offuscata da nebbie, di fatto calate per impedire il nostro cammino di legalità. E, mi piace ricordare quella splendida telefonata, allegra e spensierata quando io raccontavo a Ninni Cassarà l’arresto di due mafiosi. Voi due eravate a Trieste e mentre parlavo con Ninni ho sentito in sottofondo che lei chiedeva chi avesse fatto gli arresti: Cassarà, ridendo a più non posso, rispose: “ ”Ma cosa mi chiedi, il solito, Pippo!””
Ecco, Dottor Falcone, Dottoressa Morvillo, colleghi Rocco, Vito e Antonio, siete rimasti nel mio cuore e io sono sempre il “solito” e chiederò con tutte le mie forze, fintanto starò in questa vita terrena, giustizia e verità per tutti voi, altro che non bisogna parlare di mafia come suggerisce il premier Silvio Berlusconi. Costui non ha ben compreso la determinazioni di noi siciliani onesti, rispettosi della legalità e dello Stato: onore e rispetto per i nostri caduti!
Pippo Giordano
“Si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non si può resistere
all’invasione delle idee e degli ideali. Le idee possono essere offuscate ma non sconfitte.” (Fratelli di Sangue di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso)
Il 23 maggio è sempre stato per me un giorno come un altro, solo un’altra pagina di calendario da strappare in attesa delle vacanze estive. Mi svegliavo la mattina e facevo le stesse cose di ogni santissimo giorno, con la stessa tranquillità e la stessa inconsapevolezza. Poi una bella mattina, circa cinque anni fa, tutto è cambiato. Il 23 maggio è cambiato, il modo di viverlo, le emozioni che lo accompagnano. La mia stessa vita è cambiata, così, all’improvviso, senza alcun preavviso.
Conoscevo Giovanni Falcone solo per sentito dire, non avevo neppure idea di come fosse fatto fisicamente, di quale magia fosse intrappolata nel suo sorriso, finché non decisi di capire sul serio chi fosse quest’uomo che sentivo nominare ogni tanto dai “grandi” e perché, a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa, si parlava ancora tanto di lui.
Ringrazio sempre il giorno in cui decisi di voler conoscere la storia di Giovanni Falcone, perché, anche se magari allora non me ne resi conto, quello fu il giorno più bello della mia vita. Davanti agli occhi mi si aprì un mondo che non conoscevo, si alzò il sipario su una parte sconosciuta di me. Ho conosciuto l’uomo più straordinario del pianeta e poco importa se non gli ho mai stretto la mano e non l’ho mai visto quando era vivo. È come se lo conoscessi da sempre, come se il suo sorriso alimentasse il mio cuore dal primo, lento e forte battito. Con Giovanni Falcone la mia vita ha conosciuto un’esperienza irripetibile di libertà, di coraggio, di umanità.
Mi sono chiesta tante volte chi glielo abbia fatto fare, come abbia potuto combattere insieme l’organizzazione criminale più temibile del pianeta, l’indifferenza e l’omertà di un popolo troppo fiacco per combattere, le invidie dei colleghi e i tradimenti degli amici; con quale coraggio abbia scelto la vita dei giusti nella terra dell’ingiustizia, chi gli abbia dato la forza per remare dritto in un mondo che gira storto. Giovanni Falcone non è un eroe dei fumetti, né il protagonista buono dei film di Sergio Leone, ma la sua storia vale molto di più. È un uomo che ha messo la Giustizia al di sopra della sua stessa vita e la fantasia dei migliori registi non arriverebbe a concepire un profilo eroico tanto immenso per il loro personaggi.
Gli uomini come lui hanno rinunciato alle cose più belle e genuine della vita, come andare a teatro, passeggiare nel centro della propria città, bere un semplice caffè al bar, per adempiere a quel dovere morale che si instaura nella coscienza di ciascun individuo al momento dell’incontro-scontro con il mondo.
Mi sono chiesta chi glielo abbia fatto fare, poi ho capito che esiste un ingranaggio nell’anima degli esseri umani per cui è impossibile non ribellarsi alle ingiustizie, non indignarsi, non combattere e starsene con le mani in mano mentre il mondo degenera. Quell’ingranaggio Giovanni Falcone l’ha attivato anche in me.
Inutile dire che l’affetto che mi lega a quest’uomo è qualcosa di inconcepibile, di infinito, di talmente tanto grande che la testa e il cuore non riescono neppure a contenerlo.
Diciannove anni fa, allo svincolo di Capaci andò di scena l’inferno, l’asfalto si squarciò sotto un cielo azzurro che non riuscì a trattenere le lacrime. Morirono il giudice Giovanni Falcone, il magistrato Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinari, fatti saltare in aria con cinquecento chili di tritolo. Roba che non si vede nemmeno nei film di guerra. Eppure, si sa, gli eroi sono immortali, i loro nomi attraversano i secoli per poi posarsi sulle nostre labbra.
Gli uomini come Giovanni Falcone non muoiono mai. Ci lasciano in eredità un sogno da inseguire, come un raggio di sole nella notte, una cascata di stelle nel deserto.
Lui vive in ogni sfumatura della mia esistenza, in ogni battito di cuore, in ogni sospiro dell’anima. Mi sento una piccola goccia dispersa nel mare d’affetto che ogni giorno vorrei inviargli lassù. Mi piacerebbe sussurrargli all’orecchio che gli voglio un bene dell’anima, scriverglielo con le nuvole, perché possa leggerlo più da vicino. Vorrei potergli dire grazie, anzi giurargli che lo ringrazierò raccogliendo l’eredità che ci ha lasciato per costruirci qualcosa di buono, di giusto. Non un giorno, non un domani. Oggi, in ogni istante della mia vita.
“Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere.” Giovanni Falcone, quell’angelo che ci guarda da lassù.
Serena Verrecchia
Un giorno importante per la storia di questo paese trasformato in una passerella…Palermo deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio e comprendere che è arrivato il momento di cacciare via coloro che rappresentano in Italia il “puzzo del compromesso morale” che alimenta l’agire mafioso.
Falcone è morto perchè ha tentato di difendere i principi costituzionali di Uguaglianza, Democrazia e Giustizia. I burattini e i burattinai che vogliono distruggere questi valori saranno i primi a partecipare alle varie commemorazioni, incuranti del vero e profondo significato di questo sacrificio.
Il mio omaggio a Falcone, in questo giorno di grande dolore, consiste in una promessa: mi impegnerò affinchè i magistrati che oggi rischiano di essere isolati perchè conducono indagini importantissime sui “poteri forti”, alcuni dei quali probabilmente coinvolti in una scellerata trattativa fra Stato e mafia, non subiscano il tuo stesso destino.
Lidia Undiemi
Caro Giovanni…..
che stupida ti scrivo coome ad un amico,….
ridicolo vero?
ma non riesco a pensarti diversamente, sono trascorsi 19 anni da quel 23 Maggio,
quei Maledetti ti hanno portato via, insieme a chi era con te,
a loro è bastato un attimo per eliminarti, o così credevano,
ma non ti hanno cancellato, il tuo esempio, il tuo insegnamento,
si è radicato ancora di più in tanti di noi;
chi come me ha figli, ha raccontato loro di te, di ciò che hai fatto,
del tuo lavoro, delle tue vittorie e anche delle sconfitte….
Ti conoscono, anche se quel giorno loro neppure esistevano!
Giovanni, domani saranno in tanti a parlare di te, ci saranno
le Solite commemorazioni…….
tra loro ci sarà anche chi la tua fine l’ha voluta …….
Io non voglio COMMEMORARE io voglio RICORDARE…
Vorrei che tu potessi ancora aprire quella finestra,
come nella foto e SORRIDERE…..
Ciao Giovanni nei pensieri sempre, non solo il 23 Maggio
Lucia Lioi

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