di Angelo Cannatà – 22 gennaio 2014
Domenica 12 gennaio c’è stato un convegno a Palermo – “A che punto sono la mafia e l’antimafia” –, la società civile ha partecipato in massa, il teatro era strapieno. La gente ha ascoltato attenta le analisi di Roberto Scarpinato, Barbara Spinelli, Antonio Padellaro; ha riso alle ironie acute, lucide, amare di Marco Travaglio. I giornali? Silenzio.
Un silenzio che colpisce soprattutto alla luce delle intercettazioni complete, pubblicate lunedì, di Totò Riina su Di Matteo: “Di Matteo deve fare la fine del tonno”. Ecco il punto. Per Repubblica , La Stampa… non c’è stato un incontro a Palermo.
Non ha parlato Nino Di Matteo – “so di rischiare la vita, ma vado avanti” – non ha chiesto sostegno alla società civile, aiuto ai giornali. Quando è partito l’applauso e ci siamo alzati in piedi per Di Matteo, l’emozione era forte. È stata una serata “particolare”, carica di tensione e sentimenti.
Ma Repubblica non aveva spazio lunedì 13 gennaio per tutto questo. Doveva urgentemente dirci delle scappatelle di Vittorio Emanuele III (“Il segreto alpino dei figli illegittimi del Re d’Italia”, pag. 38); e delle storie di letto di Hollande (pagg. 12-13). Il sesso anzitutto.
Che vuole il Fatto! Ancora la Trattativa! Su scelte, censure, impaginazione, evidenza di certi temi e silenzio su altri, si misura la storia, l’evoluzione e la decadenza di un giornale. E dell’intellighenzia italiana. Formidabile Sartre. Oggi direbbe: “Io ritengo Eco, Magris, Arbasino… responsabili dell’isolamento dei magistrati di Palermo perché non hanno scritto una riga per impedirlo. Non è affar loro, si dirà. Ma il processo di Calas era affare di Voltaire? La condanna di Dreyfus era affare di Zola? Eccetera”. Barbara Spinelli è una rara eccezione – con Dario Fo, Aldo Busi… – nel panorama della cultura italiana. Non tace. Prende posizione, scrive, racconta.
A Palermo pronuncia parole forti: “Siamo qui per dire che questo vogliamo, difendendo i magistrati: un clima ‘costituente’. Il che vuol dire: la verità sui patti stretti tra mafia, P2, servizi deviati, anti-Stato”. La conclusione di quelle che fotografano l’abisso in cui viviamo: “Se esiste un anti-Stato, e se i poteri politici non lo ammettono e denunciano lo strapotere delle procure, come risvegliare nel cittadino uno spirito pubblico? Vogliamo essere – osserva – le sentinelle dei magistrati”, perché cercano di svelare gli “indicibili accordi” di cui scrive D’Ambrosio a Napolitano. “Chi vuole che le cose restino indicibili per forza è attratto dal silenzio (…) sceglie il mutismo, che non è segreto di Stato, ma mutismo omertoso”. Questa donna piccola e riservata, timida, con un corpo esile e gracile, dimostra un coraggio che incute rispetto. Analizza. Attacca. Svela. È un Io che accusa, contro l’ipocrisia dominante. Ha dentro il demone di Zola: “Io accuso il generale Mercier di essersi reso complice, non fosse che per debolezza di spirito…”. Quanti, ancora oggi, tacciono per debolezza di spirito? Grazie Barbara.
Post scriptum. Se c’è una cosa certa è il senso delle parole conclusive. Significano: la lettera di D’Ambrosio è una denuncia, contro gli “indicibili accordi” (illeciti accordi) che “si sanno”, ma il segreto di Stato – mutismo omertoso – non permette di dire. Interpretare ciò – cfr. Ernesto Lupo, il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2014 – come un attacco a D’Ambrosio (“non merita di essere trascinato nel disonore”), è quanto di più assurdo abbia letto negli ultimi anni. Ernesto Lupo, consigliere presso la Presidenza della Repubblica, dovrebbe leggere qualche pagina su “i limiti dell’interpretazione”: l’ermeneutica “infinita” trova in realtà il limite in una qualche aderenza dell’interpretazione al testo. In questo caso l’aderenza non c’è, e l’interpretazione non ha fondamento.
Genera solo confusione.E deturpa –senza volerlo, certo – l’immagine di una giornalista che cerca “soltanto” la verità.
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Be First to Comment