Le azioni che ogni uomo compie, in taluni casi, previsti e puniti dalla Legge, non possono minare la sua credibilità. In buona sostanza, un errore più o meno doloso, non deve automaticamente inficiare il trascorso o nel caso di specie, buttare nel cestino le “rivelazioni”, fatte ancor prima di essere sorpreso con le mani nella marmellata. Sto parlando di Massimo Ciancimino, che proprio ieri ha ottenuto la libertà dagli arresti domiciliari cui era costretto dal 9 luglio scorso dopo un periodo di carcerazione, con le accuse di calunnia ai danni di Gianni De Gennaro e di detenzione di esplosivi.
Ed essere autore di delitti o essere stato ospite nelle patrie galere di per se non dovrebbe essere elemento pregiudiziale al fine di stabilire l’attendibilità di un persona. Se si fosse adottato questo metro di misura la storia non ci avrebbe fatto conoscere i “pentiti” come Buscetta, Mutolo, Spatuzza o l’americano Joe Valachi.
Non ho problemi ad affermare che la figura di Massimo Ciancimino mi inquieta e, ciononostante, poiché sono avulso ad indossare quell’elegante abito made in Italy, di cui molti voltagabbana fanno uso, reitero l’invito a raccontare quel che conosce nell’ambito dei profusi rapporti che il defunto padre ebbe con personaggi delle Istituzioni o del mondo mafioso. Credo che Massimo Ciancimino, così facendo, potrebbe riscattarsi, almeno in parte, non dalle sue responsabilità penali, che tuttavia rimangano, ma dai numerosi pregiudizi nati dal modo di centellinare non solo i documenti in suo possesso, ma anche fatti appresi de visu e de relato.
Nel momento clou delle dichiarazioni che faceva ai magistrati della Procura palermitana, lo stesso Massimo Ciancimino, aveva palesato pubblicamente l’intenzione di interrompere i rapporti con gli inquirenti. Si badi, che all’epoca il Ciancimino era soltanto un testimone ed io, proprio per incoraggiarlo ad andare avanti, l’ho esortato a non mollare.
La vicenda di Massimo Ciancimino, nel suo complesso, ha dato la stura a una campagna di delegittimazione dei “pentiti”, da parte di alcuni esponenti politici. C’è stato un accanimento verso il pentitismo, pur sapendo che Ciancimino non lo era, con l’intento doppio: rintuzzare eventuali aspiranti pentiti e parimenti, infierire nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo e segnatamente verso quei magistrati preposti ad indagare sulle stragi del 92/93, ovvero Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.
Tutto questo è il passato, oggi, Massimo Ciancimino dovrebbe fare tesoro degli accadimenti da lui originati e dichiarare senza ulteriori omissioni o sotterfugi le informazioni, eventualmente, ancora in suo possesso e non rese note.
Dovrebbe farlo, anche, per evitare che la sua persona venga di volta in volta accostata in fatti di cronaca, come è successo recentemente con l’arresto del tributarista Gianni Lapis.

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