Oggi, sento la necessità di scrivere non di un amico, ma di un “fratello”, poliziotto come me, perito in un incidente stradale mentre era in servizio. Non era mia intenzione raccontare di un rapporto affettuoso, che tenevo gelosamente nel mio cuore. Ma la decisione di rompere il silenzio, l’ho presa dopo aver letto la postfazione di un libro, curata da Gianfranco Crescenti, giornalista dell’Ansa. Quindi, ho chiesto ed ottenuto dai familiari del collega di poter intervenire per meglio onorare la sua memoria, visto che egli viene, seppure senza riferimento al proprio nome, ma con fatti e circostanze facilmente identificabili, associato ad altri componenti di polizia, carabinieri e finanza, collusi con la mafia e per tali motivi arrestati e condannati.
Il mio collega si chiamava Giuseppe Lercara, (nella foto con la mamma di Roberto Antiochia) già in servizio alla Squadra Mobile e alla DIA di Palermo. Ho conosciuto “Peppe” all’inizio degli anni 80, quando in servizio alla Mobile palermitana, ero il responsabile del “Falchi”, mentre lui faceva parte della “Turistica”, ovvero in divisa e con moto della polizia, prestava assistenza ai turisti. In sostanza il servizio era identico ai “Falchi”, solo che quest’ultimi operavano in abiti civili. Peppe, in quel periodo si era distinto per eccellenti risultati, arrestando numerosi scippatori. E’ successo un particolare episodio che mi ha convinto di chiederne il trasferimento nel mio ufficio: cosa che poi è avvenuta. Egli, mentre era di servizio riconobbe un pericoloso latitante e dopo un lungo inseguimento per le vie di Palermo, riuscì ad arrestarlo dentro un negozio di mobili dove il delinquente aveva trovato riparo. Peppe era solo e quando era uscito dal negozio con l’arrestato, una folla minacciosa ne chiedeva la liberazione. Non si perse d’animo, prese la sua pistola d’ordinanza e urlò: “ ..in questa pistola ci sono 16 colpi, 14 per voi uno per l’arrestato (che era ammanettato al suo polso) e l’ultima per me. Avanti chi è il primo!”. La folla, che non s’aspettava tale reazione, si scansava consentendo a Peppe di chiamare i rinforzi: il latitante fu trasferito all’Ucciardone.
Da quel giorno, tra me e Peppe era nata un’amicizia che andava oltre il lavoro. Entrambi, nel corso degli anni a venire, siamo stati i fautori di arresti di capi e gregari mafiosi e di particolari indagini su Cosa nostra. Ad, esempio, Peppe ha partecipato all’arresto di Giovanni Brusca, di Giuseppe Lucchese e di tanti altri. Negli anni novanta, sia io che Peppe ci siamo ritrovati alla DIA, continuando l’attività insieme che io avevo interrotto a causa del mio forzato allontanamento da Palermo, per motivi di sicurezza. E proprio alla DIA, che abbiamo arrestato alcuni autori della strage di Capaci.
Ora, vorrei far comprendere che le riflessioni di Gianfranco Criscenti, sono ahimè un po’ azzardate e fantasiose e che comunque riporto fedelmente “E’ a Gallitello, negli anni Novanta, lungo l’autostrada Palermo – Trapani – Mazara, che muore in un incidente stradale un agente di polizia, autista del questore Antonio Manganelli. Il mistero non è l’incidente, ma il fatto che il poliziotto (in contatto con i Servizi) si trovasse, con l’auto blindata della questura di Palermo, da solo, fuori territorio. Un contesto ancora tutto da “leggere”,
Allora, cosa si vuol far intendere “in contatto coi Servizi?” che Peppe era legato a personaggi oscuri emersi nelle inchieste, peraltro da noi ben conosciuti e debitamente tenuti alla larga? Anch’io, avevo ed ancora oggi ho degli amici nei Servizi, ma ciò non vuol dire che qualcuno debba associare la mia amicizia con chissà quali trame oscure.
Intanto, Peppe era stato autista di Manganelli, ma quando si è verificato l’incidente il Questore era Pappalardo e proprio questi gli aveva affidato l’incarico di andare alla Questura di Trapani per prelevare un funzionario di Polizia, che doveva, per motivi di servizio, recarsi a Palermo. Ed, aggiungo, che Pappalardo si è rivolto a Peppe, che peraltro non era di turno: credo fosse una domenica, ma non ne sono certo. Quindi non c’è proprio nessun “contesto da leggere”, si è trattato di un banale viaggio, simile ad altri centinaia senza nessun mistero.
In ultimo, esprimo tutta la mia condanna sugli investigatori arrestati ed indicati nella postfazione, per essersi venduti a Cosa nostra: vigliacchi e miserabili individui.
Ciao Peppe.

Be First to Comment