Il 14 giugno, il direttore del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria del Ministero della Giustizia, Luigi Birritteri, aveva chiesto l’apertura di una pratica a tutela dei magistrati distaccati al ministero, segnalando all’ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, le dichiarazioni del pm di Palermo. La richiesta era stata archiviata e poi inoltrata alla procura generale del capoluogo siciliano.
Intanto, il guardasigilli Angelino Alfano smentisce: “Non ho avviato alcuna inchiesta nei confronti dei magistrati di Palermo, che si sono pronunciati negativamente su alcuni loro colleghi per il fatto che essi lavorano al ministero della Giustizia”, ha dichiarato, “Non ho mai avviato alcuna iniziativa quando sono stato attaccato sul piano personale e politico da vari magistrati; e non ho alcuna intenzione di farlo nei confronti dei magistrati di Palermo così intensamente impegnati nel contrasto alla mafia e che hanno solo espresso la loro opinione sulla “vexata questio” dei magistrati fuori ruolo”. Eppure al Csm e alla Procura Generale della Cassazione è arrivata la richiesta di accertamenti ai danni del pm Di Matteo, accertamenti che, nella fase preliminare, potrebbero condurre all’apertura di un procedimento disciplinare a suo carico. Alfano non si è occupato personalmente della questione, ma se la richiesta di accertamenti è partita dagli uffici del Ministero che lui stesso dirige, poco importa chi abbia preso l’iniziativa, in ogni caso è il Ministro a rispondere dell’operato dei suoi collaboratori. Se Alfano scende dalle nuvole, Nino Di Matteo rischia di pagare per aver espresso liberamente il proprio pensiero.
Figura ambigua quella di Luigi Birritteri. Ad oggi lo troviamo in veste di capo del dipartimento organizzazione giudiziaria del dicastero, dal Consiglio dei Ministri del centro destra. Qualche tempo prima, ossia nel 2003, si candidò alla presidenza della Provincia di Agrigento con l’Ulivo, rimanendo (forse in cuor suo?) uomo dei Democratici di Sinistra. Riuscì a ricoprire anche il ruolo di Presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati di Agrigento, la stessa associazione che manifestò all’epoca contro il governo che lui rappresenta. Nel 2003 raggranellò il 38% dei consensi, uscendo sconfitto dallo scontro con il candidato Vincenzo Fontana (Forza Italia). In seguito, grazie alle sue conoscenze con l’ attuale Ministro della Giustizia (o dell’ Ingiustizia, come meglio si conviene) Angelino Alfano, è riuscito anche lui a procurarsi un ruolo in quest’ultimo Ministero. In tanti lo ricordano quando, insieme ai ragazzi della Sinistra Giovanile andava attaccando i suoi manifesti per la provincia. Quei tanti che avrebbero sperato in una cacciata di un suo attuale compagno di schieramento.
Dal canto suo, il Presidente del Consiglio non perde occasione per dimostrarci il suo affetto nei confronti delle toghe, i più recenti estratti di video e comizi ne sono una cristallina dimostrazione (c’è da chiedersi se lo stesso affetto sia stato riservato al giudice Vittorio Metta). Non c’è da stupirsi neppure se i magistrati presi di mira dal Ministero di Alfano siano i migliori nel loro ambito, infatti sono giudici che, compiendo il proprio dovere fino in fondo, finiscono per non accontentarsi della manovalanza criminale e arrivano a processare il potere e i potenti. Proprio come questa volta, in cui i doberman del Ministero della Giustizia hanno attaccato Nino di Matteo, presidente dell’ANM palermitana che si è occupato di alcuni dei più delicati e importanti processi di mafia di questo paese, dalla trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa Nostra (processo Mori), al processo Cuffaro, fino alle indagini sul Presidente del Senato Renato Schifani.
L’attacco che il Ministero della giustizia ha rivolto al magistrato Antonino Di Matteo deve far riflettere anche da un altro punto di vista, quello delle motivazioni. Infatti, gli accertamenti avviati dal Ministero nei confronti del pm palermitano, riguardano alcune dichiarazioni da lui rilasciate nel ruolo di Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo dopo l’ennesimo attacco di Berlusconi ai magistrati. L’operato del Ministero va quindi ad intaccare la sfera di competenza dell’Anm e dei suoi delegati che sono tenuti, secondo lo Statuto dell’Associazione, a tutelare “il prestigio ed il rispetto della funzione giudiziaria”, in quella occasione lesi dalle seguenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio del giugno 2010: “La sovranità non è più nelle mani del popolo, ma in quelle di alcuni pm che attraverso la Corte costituzionale si fanno abrogare le leggi”. Quei pm che “respingono un cittadino innocente, dopo il primo grado, nel girone infernale dei processi perché con il loro mestiere ci guadagnano, perché vogliono dimostrare il loro teorema accusatorio, perché gli stai antipatico o solo per pregiudizio politico”. Giudici che “mi hanno spinto a chiedere alla Protezione Civile di non andare più a L’Aquila, perché dopo la denuncia di mancato allarme da parte della magistratura qualche mente fragile che ha avuto morti sotto le macerie potrebbe arrivare a sparare”. Se non ritenete offensive nei confronti della Magistratura queste affermazioni, allora Di Matteo puo’ essere sottoposto a procedimento disciplinare.
LaVoce2009 esprime la più sincera solidarietà al magistrato Antonino Di Matteo, ribadendo l’immensa statura morale e professionale che lo contraddistingue e riaffermando il rispetto dell’autonomia della Magistratura che deve rimanere libera da condizionamenti degli altri poteri dello Stato.
Serena Verrecchia
Giulia Marchina
Cecilia Sala
Martina Di Gianfelice

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