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Il metodo della strage come dialettica politica

di Alessandro Calì

Un eccidio di civili che vede, tra gli organizzatori, la collaborazione tra una banda criminale, alcune famiglie di mafia e l’intervento armato di gruppi fascisti, tutti in stretti rapporti con ufficiali di Polizia e Carabinieri provenienti dai servizi segreti e impegnati in molteplici attività di insabbiamento e depistaggio delle indagini, con una regia occulta che fa capo a importanti personaggi politici e con la copertura di servizi segreti stranieri, la presenza e gli interventi di uomini del clero, mentre la stampa e le dichiarazioni politiche sono volte costantemente a dare una immagine distorta dei protagonisti “noti” ed a sminuire la portata della strage, descritta ufficialmente come fatto episodico, a carattere locale e circoscritto, lontano da questioni politiche di tipo nazionale.

Sembra di stare parlando contemporaneamente di diversi momenti tragici della nostra storia recente, di una delle vicende terribili e misteriose che hanno caratterizzato particolari momenti politici e sociali del nostro Paese dagli anni ‘70 e, invece, stiamo parlando del 1947, solo un anno dopo la proclamazione della Repubblica Italiana e dello Statuto Autonomo della Sicilia, l’anno in cui nella ricorrenza del 1 Maggio, viene commessa la strage di Portella della Ginestra.

Lo scenario è quello di un un luogo già storico e festoso, vale a dire dove si riunivano tradizionalmente i contadini che avevano dato vita al movimento dei Fasci Siciliani, fondato da Nicola Barbato (Cola Barbati) nel 1893, che era un’organizzazione di tipo socialista che si batteva per la redistribuzione delle terre a chi le lavorava e si era occupata prevalentemente di coinvolgere i contadini, portandoli a conoscenza dei loro diritti e della possibilità di lottare per avere un futuro migliore, fatto della dignità di cui invece erano stati storicamente privati. Nicola Barbato era divenuto un eroe, più volte arrestato e perseguito, di solito fino al 1922 radunava i contadini nella località di Portella della Ginestra, presso la quale per parlare soleva salire su un masso che da allora venne chiamato “il Sasso di Barbato”. Fu anche per ricordare la sua figura che il 1 maggio 1947, a Portella, attorno a questo Sasso, si erano riunite migliaia di persone, prevalentemente lavoratori dei campi e le loro famiglie, in un evento ripristinato come celebrazione dei lavoratori dopo il divieto imposto dalla dittatura fascista e per festeggiare la recente vittoria elettorale ottenuta in Sicilia dal Blocco del Popolo. Il 20 aprile 1947, infatti, la coalizione di Sinistra nella nascente Repubblica Italiana, che univa il PCI di Togliatti e il PSI di Nenni aveva battuto la Democrazia Cristiana alle elezioni per la composizione della prima Assemblea Regionale Siciliana, divenuta autonoma da un anno, il 15 maggio 1946, come ultimo atto del Regno Sabaudo prima di dover lasciare l’Italia dopo l’esito del referendum del giugno 1946.

Le forze dominanti in Sicilia, la prima regione liberata dall’alleanza anglo-americana, sono in quel momento rappresentate dalla mafia, che riemerge dopo il freno subìto dal fascismo, i grandi proprietari latifondisti, la borghesia cittadina, le forze conservatrici della vecchia aristocrazia monarchica e fascista, il sogno separatista vagheggiato dal MIS Movimento Indipendentista Siciliano (attivo dal 1943 al 1946 con un suo esercito separatista l’EVIS di Antonio Canepa) e il banditismo composto da varie bande, tra le quali si salva dalla repressione solo quella di Salvatore Giuliano. Forze che già all’indomani del referendum che vide prevalere la Repubblica, avevano predisposto un preciso piano di reazione in previsione di risultati elettorali contrari e dei potenziali effetti, sulle campagne dominate dai grandi proprietari terrieri e dalla mafia dei latifondi, di fenomeni quali il movimento di occupazione delle terre da parte dei contadini, le lotte sindacali e le rivendicazioni dei diritti da parte dei lavoratori agrari.

Tale reazione si concretizza in un evento tragico per il quale viene scelto come protagonista il bandito separatista Salvatore Giuliano, che accumulerà in pochi anni almeno 430 delitti e diverse stragi anche di carabinieri, oltre a rapine e sequestri di persona, che entra in latitanza nel settembre del 1943 e aderisce, nell’aprile del 1945, all’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS), braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS), dove si trova in contatto con la Decima Flottiglia MAS del Principe Junio Valerio Borghese ed, in particolare, con lo stesso Borghese e con Salvatore Ferreri, agente segreto della Repubblica Sociale di Salò (RSI) e componente del gruppo nuotatori-paracadustisti della X MAS. Diverse ricerche storiche hanno dimostrato come in questo periodo organismi militari, paramilitari e di intelligence provenienti dal regime nazi-fascista e dalla Repubblica di Salò, quale appunto la Decima MAS, tramite il neonato servizio segreto SIS (Servizio Informazioni Speciali) ed altri gruppi come quello del Principe Valerio Pignatelli (massimo esponente dell’eversione repubblichina al Sud Italia nonché sostenitore e reclutatore di Giuliano) o l’Ufficio Pucci-Del Massa, tentarono di pianificare reti eversive e di spionaggio ma anche di porre le basi per la sopravvivenza del fascismo all’indomani della fine della guerra.
Secondo alcune ricostruzioni anche lo stesso Giuliano e Gaspare Pisciotta avevano già operato assieme a Ferreri durante il periodo bellico, lungo la Linea Gustav, per il rifornimento di viveri alle truppe tedesche. Ferreri, condannato all’ergastolo per l’uccisione di un carabiniere, cerca di far perdere le sue tracce ma viene rintracciato a Firenze, pochi mesi prima della strage di Portella, dal capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi che, in presenza del padre di Ferreri ed assieme al democristiano Salvatore Aldisio, Ministro della Marina Mercantile (ministero da cui nel periodo fascista, come Marina Militare, dipendeva la X MAS), lo mette in contatto con l’ispettore di Pubblica Sicurezza Ettore Messana il quale, in virtù della sua conoscenza pregressa con Giuliano, lo convince a diventare suo infiltrato all’interno della Banda, in cambio dell’impunità per i reati commessi precedentemente.

L’Ispettore Ettore Messana è soprannominato lo “stragista dei due mondi” per gli eccidi di contadini, operai, manifestanti di cui è responsabile sin dal 1919 (strage dei contadini di Riesi, 20 morti). Funzionario dell’OVRA, la polizia politica segreta fascista, viene poi nominato anche commendatore e cavaliere su proposta di Benito Mussolini prima di essere promosso a questore ed inviato in Jugoslavia. A seguito del suo operato, viene inserito nelle liste dei responsabili di crimini di guerra delle Nazioni Unite in quanto artefice della creazione di decine di campi di concentramento e della morte di migliaia di partigiani e civili (tra cui donne e bambini) sia in Italia che in Slovenia e Dalmazia, commessi mediante l’organizzazione di “squadroni della morte” che praticavano torture, fucilazioni ed esecuzioni sommarie, avvenute nel periodo 1941-43 quando si trovava, appunto, come questore a Lubjana e a Trieste (praticamente nello stesso quadrante jugoslavo e momento storico in cui Licio Gelli svolgeva una importante missione speciale come membro del Servizio Informazioni Militari SIM – servizio segreto militare fascista). Nel 1945 Messana, invece di essere incarcerato come richiesto alle Nazioni Unite dal governo jugoslavo, viene nominato Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza in Sicilia, dove divenne un interlocutore privilegiato di Salvatore Giuliano, per poi essere integrato nel 1949 tra i maggiori esponenti del nuovo corpo speciali interforze il Comando Forze Repressione Banditismo (CFRB) composto da Carabinieri e Pubblica Sicurezza, che annoverava tra i propri ufficiali molti agenti provenienti dalle file del SIM, il servizio segreto militare fascista.

Junio Valerio Borghese, a sua volta, per le sue attività nel periodo fascista era stato condannato a morte dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ma viene salvato da James J. Angleton, comandante delle operazioni speciali dell’OSS (Office of Strategic Services), i servizi segreti militari americani in Italia precursori della CIA, che lo fa fuggire travestito da ufficiale americano, su richiesta di Giovanni Battista Montini, allora addetto ai servizi segreti del Vaticano sotto il pontificato di Pio XII (Pacelli). Angleton svolge un ruolo determinante per le politiche di sicurezza ed intelligence americane in Italia e ciò sia nelle sue funzioni militari come agente dell’OSS sia, successivamente all’istituzione della CIA, come capostazione a Roma, ed è noto per aver stabilito una duratura alleanza con la mafia siciliana partendo dai contatti di Cosa nostra americana, e per aver reinserito elementi ed organizzazioni provenienti dal regime fascista nel sistema di controspionaggio e lotta all’ideologia comunista, creando di fatto un ordine ed un sistema di sicurezza post-bellico occulto nel Paese.

Dal canto suo, durante tutto il periodo bellico anche Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI) aveva svolto un’intensa attività nell’Ufficio informazioni del Vaticano, occupandosi dello scambio di informazioni sui prigionieri di guerra sia civili che militari. In questo periodo era stato l’interlocutore principale delle autonome iniziative segrete della principessa Maria José di Savoia, nuora del re Vittorio Emanuele III, per stringere contatti con gli Americani nel tentativo di stipulare una pace separata. Al termine della seconda guerra mondiale, Montini è uno dei principali attivisti del clero per salvaguardare il mondo cattolico nello scontro contro la diffusione delle idee marxiste ed è promotore del ruolo della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi nella vita politica italiana del dopoguerra.

L’Ispettore Messana fa capo al Ministro degli Interni Mario Scelba che appartiene assieme a Salvatore Aldisio, anch’egli Ministro della Repubblica, e a Bernardo Mattarella, parlamentare nazionale, ai fondatori del partito democristiano in Sicilia (dicembre 1943) e con i quali costituiscono il gruppo dei democristiani siciliani allievi di Don Luigi Sturzo che, esule in America durante il fascismo e la guerra, manteneva con loro i rapporti tramite un giovane ufficiale dei servizi segreti americano, Joe Calderon che è lo stesso ufficiale che accompagna Angleton a Milano a salvare Borghese.

Calderon, Angleton e tutti gli uomini dei servizi americani attivi in Italia in quel periodo, svolgono le proprie funzioni sotto il comando di William J. Donovan, creatore dell’OSS e ideatore della CIA, che verrà istituita nel settembre 1947 dall’amministrazione Truman. Donovan è un ufficiale di alto grado che dipende ed è incaricato per il comando delle operazioni speciali direttamente dal Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, notoriamente tra gli esponenti più alti a livello mondiale della massoneria, come il suo predecessore Franklin D. Roosvelt, della quale era entrato a far parte nel 1909 poi eletto, nel 1940, 97mo Gran Maestro dello Stato del Missouri e il 19 ottobre 1945 nominato Sovrano Grande Ispettore generale, con il 33º grado e massimo grado del Rito scozzese, oltre che membro del suo Supremo Consiglio.

La strage di Portella della Ginestra provoca 11 morti e 27 feriti e viene portata a termine con una dinamica che sino ad oggi, dall’immediato dopoguerra, risulta particolarmente controversa. L’inchiesta successiva, condotta con lentezza e superficialità tanto che il processo inizia solo nel 1950, identificò come esecutori gli uomini della banda di Salvatore Giuliano. Il Ministro dell’Interno Mario Scelba però, già il giorno seguente alla strage,  intervenendo all’Assemblea Costituente sente l’urgenza di sottolineare come dietro l’episodio non vi fossero finalità politiche, che si trattasse di un fatto banditesco e criminale locale, legato alla situazione delle campagne siciliane e che, pertanto, dovesse considerarsi un fatto circoscritto senza alcuna rilevanza politica e nazionale. Tuttavia l’esecuzione dell’eccidio, come comprovato dalla recente analisi di molti documenti desecretati, mostra uno scenario ben più complesso. Sulla scena furono rinvenuti 800 bossoli ma, di questi, quelli che colpirono per uccidere e ferire i manifestanti furono solo 81 i bossoli, esplosi da un mitra Beretta calibro 9. Giuliano era dotato di un mitra Brada calibro 6 mentre i suoi uomini avevano fucili mitragliatori calibro 7,6. Stranamente non venne avviata alcuna indagine per sapere a chi appartenesse l’arma Beretta così come per le schegge di granata che avevano colpito la folla all’inizio della manifestazione e che furono rinvenute nei corpi delle vittime. Tali indagini, infatti, avrebbero messo gli investigatori su piste che avrebbero portato oltre Giuliano, e probabilmente ai veri detentori delle armi utilizzate per l’attacco..

Dalle analisi dei documenti recentemente desecretati, infatti, ad essere dotato del mitra Beretta calibro 9 che ha colpito i manifestanti era Salvatore Ferreri, con un gruppo di 5 uomini componenti la sua squadra che agiva da una posizione distaccata ed in basso rispetto a quella di Giuliano e dei suoi. La banda Giuliano, poi, era rifornita di armi dall’OSS di Angleton ma non era dotata degli speciali lanciagranate che erano in dotazione solo ai servizio segreto americano; si tratta di armi particolari e non convenzionali che simulano un attacco aereo con un sibilo ed un’esplosione proveniente dall’alto, di cui erano stati dotati i componenti della X MAS, addestrati dall’OSS e poi mandati in Sicilia. Ad accompagnare la squadra della X MAS era stato delegato Gaspare Pisciotta, che ufficialmente aveva detto di non essere presente alle operazioni ed invece era presente a Portella con il gruppo di 12 uomini che aveva prelevato la notte del 30 aprile all’aeroporto militare di Bocca di Falco (dal 1943 al 1947 utilizzato dagli americani per la Twelfth Air Force),  e riaccompagnato per riprendere un volo che li aspettava alle 12 del 1 maggio, dopo la strage avvenuta subito dopo le ore 10 del mattino. Il gruppo di tiratori scelti, avrebbero trovato poi sul Cozzo Dxuhait i lanciagranate per i quali erano stati addestrati all’uso. E’ probabile, vista la dinamica dei fatti ed i registi esterni delle operazioni di volo e posizionamento delle armi, che Pisciotta neanche sapesse dello scopo di quelle armi e credeva che i tiratori dovessero solo creare il panico per coprire la fuga del commando che doveva rapire Li Causi, il quale invece era stato avvertito da un uomo di Messana di non recarsi alla celebrazione in programma.

Come si sa, tutti i protagonisti di questo scenario, vale a dire coloro che presiedevano ai gruppi di fuoco, in ordine cronologico Ferreri, Giuliano e Pisciotta, vengono eliminati di lì a poco ed il primo, l’infiltrato di Messana, addirittura un mese dopo la strage, nel corso di un oscuro scontro a fuoco con un gruppo di Carabinieri ad Alcamo.

Le recenti documentazioni, in base alle quali è stata ricostruita la vicenda, sono frutto del lavoro di ricerca di diversi studiosi e storici che hanno accumulato informazioni in grado di combattere l’omissione storiografica prodotta ai danni delle nuove generazioni. Queste informazioni si basano sulle ricostruzioni fatte dal professor Giuseppe Casarrubea (ivi compresa la sentenza di assoluzione, emessa dal tribunale di Palermo, nei confronti dello stesso Casarrubea, che era stato querelato dal generale Roberto Giallombardo, per via delle sue dichiarazione sulle dinamiche dell’uccisione del bandito Salvatore Ferreri), sulle testimonianze e sul lavoro di Danilo Dolci, sui verbali desecretati del Processo di Viterbo contro la Banda Giuliano, sugli “Atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra” desecretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, sugli atti dei Processi per gli omicidi Mattarella e La Torre nonché sulla vasta documentazione desecretata proveniente dagli Archivi dell’Office of Strategic Services (OSS) di Washington, su cui peraltro è stato basato il film ed il libro del regista Paolo Benvenuti “Segreti di Stato”.

Sulla scorta di tali ricerche, si evince che erano state predisposte 4 postazioni di fuoco: Giuliano era posizionato sul Monte Pelavet, su una postazione più in basso stava Ferreri, su un altro punto di fuoco situato sul Cozzo Valanca i mafiosi di San Giuseppe Jato e dal lato opposto su Cozzo Dxuhait, era posizionato Pisciotta con i tiratori scelti della X MAS. Poco dopo le 10 tutti i gruppi cominciano a sparare sulla gente riunita attorno al Sasso Barbato ma solo le granate e gli 81 colpi sparati dal mitra Beretta calibro 9 colpiscono le vittime mentre le armi del gruppo guidato da Giuliano non sono dirette ad altezza uomo.
Questa particolare situazione viene spiegata dal fatto che con Giuliano era stato concordato un piano diverso da quello che poi è stato materialmente eseguito e lui era convinto che l’obiettivo fosse quello di dare una punizione esemplare all’On.le comunista Girolamo Li Causi, che doveva essere rapito mentre si recava sul posto e ucciso di fronte a tutti. In questo schema Giuliano e i suoi dovevano sparare dalle posizioni più alte sopra le teste dei manifestanti per creare il panico e consentire la fuga degli esecutori del delitto. Invece, mentre lui si attiene a questo piano, a sua insaputa, i tiratori scelti della X MAS aprono il fuoco sulle persone con il lancio di granate dalle postazioni remote rispetto al Pelavet mentre dalla base dello stesso Pelavet, il commando di Ferreri modifica le direttive ricevute da Giuliano e abbassa il tiro sparando ad altezza uomo sulla folla presa dal panico e colpita dalle granate. A dare a Ferreri l’ordine di contravvenire alle disposizioni di Giuliano ed a sparare sui manifestanti, era stato il capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi, che agisce in tandem con Messana, che lo aveva reclutato assieme al padre ed al ministro Aldisio, e che era interlocutore per il gruppo di famiglie di mafia che, pochi giorni prima della strage, avevano tenuto un riunione strategica in una masseria nei pressi di Portella. E sempre ad Alcamo Ferreri, suo padre ed altri due testimoni vengono uccisi la notte del 26 giugno 1947 a meno di due mesi dalla strage.

Molto probabilmente, quindi, Giuliano, la cui motivazione principale era quella di fungere da elemento catalizzatore del separatismo siciliano in modo da catapultare l’isola nel sogno dell’appartenenza americana, era stato sottilmente manipolato e blandito con promesse provenienti da più parti (esponenti politici, agenti dei servizi di sicurezza, interlocutori americani, etc.) che alimentavano le sue convinzioni ed il suo mito con il fine principale di utilizzarne l’immagine e l’operato come paravento per una politica di repressione in chiave antidemocratica contro le rivendicazioni provenienti dalle istanze libertarie del dopoguerra. E ciò fino al punto di indurlo a credere che a Portella la sua banda avrebbe contribuito ad una importante missione per l’eliminazione del comunista Li Causi, quando invece l’operazione era compiuta nel tentativo di provocare, con l’eccidio, una forte reazione popolare che potesse consentire forme più cruente e durature di persecuzione in chiave autoritaria ed anticomunista, secondo gli schemi impartiti dai servizi segreti e dai governi alleati che avevano promesso in cambio al partito di maggioranza relativa, gli ingenti finanziamenti per la ricostruzione dell’Italia post-bellica, che naturalmente interessavano anche ai potentati locali che ne sarebbero stati tra i principali destinatari.

Secondo le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta al Processo di Viterbo, poi, Giuliano era stato convinto ad intervenire a Portella dal Ministro degli Interni, il democrristiano Mario Scelba, dal deputato democristiano Bernardo Mattarella, dal deputato monarchico Tommaso Leone Marchesano, dal deputato regionale Giacomo Cusumano Geloso e dal Principe Giovanni Francesco Alliata di Montereale, fondatore assieme a Leone Machesano del Fronte Nazionale Monarchico, alleato del Principe Borghese nonché amico di padre Felix Morlion, fondatore della Pro Deo, il servizio segreto dei cattolici europei legato all’OSS con sede a Lisbona, negli Stati Uniti e in Vaticano, a sua volta collegato con Giovanni Battista Montini e William J. Donovan dal 1942. Segretario particolare di Morlion è Giulio Andreotti il quale, un mese dopo la strage di Portella diventa sottosegretario di Alcide De Gasperi nel primo governo italiano senza i comunisti.

Il 4 gennaio 1947 De Gasperi si era, infatti, recato negli Stati Uniti per ricevere il sostegno finanziario per avviare la ricostruzione dell’Italia post-bellica, che Truman gli concede a patto che i comunisti vengano cacciati dal governo italiano. Pochi mesi dopo, nel IV governo De Gasperi varato il 1 giugno 1947, il PCI viene infatti estromesso dal “governo di unità nazionale” ma nell’aprile di quello stesso anno la vittoria del Blocco Socialista alle regionali siciliane rischiava di creare un precedente pericoloso, quello di dare una rappresentanza politica alle lotte sindacali ed al movimento contadino. Sono gli anni in cui in Sicilia si verificano episodi, precedenti e successivi al 1 Maggio, volti a bloccare la crescita dei processi di avanzata democratica da parte del movimento contadino e, in particolare la rivendicazione delle terre e il diritto a forme di lavoro finalmente libere dagli schemi feudali del latifondismo. A tutto questo erano state predisposte delle contromisure e, difatti, è il periodo in cui cominciano gli assalti alle Camere del Lavoro e ad essere uccisi uno dopo l’altro anche i sindacalisti che lottano per i fondi agricoli insieme ai contadini, 36 tra il 1944 ed il 1950 ma lo Stato non riesce a consentire che nessuno dei vari responsabili venga consegnato alla giustizia. Sono gli anni in cui opera Messana in Sicilia e lo schema si ripete anche dopo l’eccidio di Portella quando in una notte, tra il 22 e il 23 Giugno del 1947, vengono colpite dalla banda Giuliano, varie sedi del PCI, del PSI e della CGIL a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi, molte delle quali potranno riaprire solo dopo decine di anni mentre alla Regione si provvede a creare un governo di emergenza di centrodestra.

Assolutamente pertinente a rendere una immagine istantanea di questa situazione è la descrizione fatta da Giuseppe Casarubbea a proposito dei fatti criminosi impuniti che in quel periodo arrestarono nel sangue e nella violenza l’attecchimento delle istanze di rinnovamento agrario nascenti in Sicilia nell’immediato dopoguerra: “la mafia aveva consentito tutte queste operazioni … in realtà si trattava di poveri lavoratori che cercavano di vivere una vita più dignitosa, non volevano altro … dietro l’anticomunismo si è sempre nascosta l’antidemocrazia, la verità dei fatti è questa: che non si voleva lottare tanto contro il comunismo quanto, in realtà, impedire al processo democratico dello Stato di potersi realizzare secondo i dettami della Costituzione Italiana … Sapere quello che accadeva sotto il profilo dei fatti criminali era di competenza del Ministero dell’Interno e … il Ministero dell’Interno sapeva esattamente cosa stesse accadendo … i servizi segreti italiani erano informati ed informavano l’organo superiore di quello che si stava maturando. Noi abbiamo recuperato dei documenti in cui agenti segreti riferiscono al Ministro dell’Interno che erano in corso di preparazione determinate stragi e l’agente scrive: <<ma noi vi avevamo avvisati che stavano preparando delle stragi>> quindi i servizi segreti facevano il loro mestiere … era il potere politico che decideva in un senso e non poteva farlo se non avesse avuto coperture ben precise da oltre oceano, oltre che da certi paesi europei”.

Naturalmente per lo svolgimento del lavoro sul campo, come da copione, emergono i ruoli di particolari comprimari nello svolgimento dei fatti connessi alla strage: due mesi dopo la strage di Portella, il 27 giugno 1947, l’infiltrato di Messana, Salvatore Ferreri viene ucciso assieme a suo padre, suo zio ed a due compari, in una sparatoria misteriosa nella caserma dei Carabinieri di Alcamo in un dubbio conflitto a fuoco con l’allora capitano Roberto Giallombardo, proveniente dal SIM (Servizio Informazione Militare nel periodo fascista), in Sicilia agli ordini del colonnello Giacinto Paolantonio, braccio destro di Messana che, a sua volta, esegue gli ordini del Ministro degli Interni Mario Scelba.

Una vicenda parallela, più nota, è quella che riguarda la morte di Salvatore Giuliano, ucciso in circostanze molto poco chiare dal capitano dei Carabinieri e agente dei servizi segreti Antonio Perenze, amico ed interlocutore diretto di Gaspare Pisciotta, su ordine del colonnello Ugo Luca (che durante il regime era già stato molto vicino a Mussolini) inviato in Sicilia per eliminare Giuliano sempre dal Ministro degli Interni Scelba. Anche Luca e Perenze provengono dal SIM, il servizio segreto militare fascista, che si trova adesso sotto il coordinamento dell’OSS-CIA, istituita ufficialmente dall’amministrazione Truman nel settembre 1947, su ispirazione dello stesso Donovan, capo e creatore dell’OSS. Singolarmente, poi, viene anche reperita negli archivi desecretati una fotografia di Perenze che lo ritrae negli immediati soccorsi al leader comunista Palmiro Togliatti dopo il fallito attentato, avvenuto a Roma nel 1948 per mano di Antonio Pallante, studente di fede fascista, residente in Sicilia e, forse, simpatizzante dell’indipendentismo siciliano promosso da Antonio Canepa.

Come noto, anche Gaspare Pisciotta, personaggio chiave non solo dei segreti della strage di Portella della Ginestra ma anche di quelli della Banda Giuliano nonchè della morte e “consegna” dello stesso Giuliano allo Stato, viene eliminato quando era in procinto di fare importanti rivelazioni sui mandanti della strage, secondo un altro copione che per certi versi ricorda altri episodi noti della storia italiana più recente.

La storia del bandito Giuliano e della sua banda, ormai indissolubilmente legate a quella della strage di Portella, è poi, soprattutto in seguito a quel 1 Maggio, costellata di particolari ed equivoci personaggi ciascuno con un ruolo diverso da quello che appare. Il più noto di questi è il giornalista Mike Stern, un giornalista singolare, autore di diversi scoop con le interviste a Giuliano, che una settimana dopo la strage, mentre Giuliano ufficialmente era ricercato da tutte le forze di polizia, riesce addirittura a raggiungere da solo e facilmente Montelepre, conquistare la fiducia dei suoi familiari e farsi accompagnare da lui per un’intervista, nella quale tuttavia omette di chiedere informazioni sulla strage avvenuta solo una settimana prima, di cui stavano parlando tutti i giornali e che, in una intervista recente al programma RAI “La Storia siamo noi” di Gianni Minoli, nega persino di conoscere. Tuttavia le vicende che riguardano questo personaggio si spiegano meglio secondo quanto poi riscontrato nei vari documenti ritrovati negli archivi desecretati della CIA dai quali Mike Stern, risulta essere in realtà un capitano dell’OSS, che negli atti ufficiali aveva dichiarato come l’obiettivo vero di tutte le stragi e le uccisioni era quello di creare una rivolta da parte del popolo, che sarebbe poi stata repressa nel sangue così da poter finalmente dichiarare il PCI fuorilegge. Obiettivo che afferma essere perseguito da James Angleton il quale «non vuole disperdere il potenziale anticomunista dei sabotatori della RSI».
Attraverso Stern, come documentato da diverse missive ritrovate, Giuliano comunica direttamente con il Comando americano in Italia per richiedere armi e chiede ai giornalisti che vogliano intervistarlo di presentarsi accompagnati da lui per facilitare le operazioni di riconoscimento. Degno di menzione è poi il fatto che Stern, grande sostenitore del ruolo di Silvio Berlusconi nella politica italiana, nel 2006 venga insignito della medaglia d’oro come “combattente della libertà” dallo stesso Berlusconi, allora presidente del consiglio in visita ufficiale negli USA.

Altro personaggio significativo è Maria Lamby Karintelka, agente CIA che comunica ordini e scambia informazioni con Giuliano, usando anche lei la copertura di giornalista mentre la stampa scandalistica descrive la sua presenza come dovuta ad una infatuazione della donna verso il bandito. Al Processo di Viterbo viene definita come l’unica donna “di cui Giuliano avesse veramente paura” da Frank Mannino, detto Ciccio Lampo, uno dei luogotenenti del bandito.

Per quanto concerne i retroscena della strage e delle contiguità della Banda Giuliano in quegli anni, si tratta dunque di uno scenario molto diverso da quello che appare a prima vista, grazie anche alla mitologia prodotta dalla stampa. Una visione diversa della realtà che trova una incredibile conferma nella memorie di William Colby, ex capo della Cia che nel 1981, dichiara candidamente che: «l’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione clandestina. Molte operazioni organizzate dalla CIA si sono ispirate all’esperienza accumulata in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile».

In via generale, dunque, attorno alla strage di Portella ed ai suoi organizzatori ruota un articolato e complesso sistema di potere in cui l’uso delle stragi come metodo di dialogo, l’omissione di interventi per evitare attentati previsti o prevedibili, l’induzione di azioni delittuose da parte di gruppi e formazioni terroristiche, la manipolazione dei gruppi criminali in funzione politica, diventano, in un contesto europeo ed alleato come quello rappresentato dall’Italia, uno strumento sostitutivo di azioni più totalizzanti come i golpe o gli interventi militari diretti. Si tratta di strumenti tattici utilizzati da un blocco di molteplici attori portatori di una rete di interessi di tipo geopolitico, economico ed istituzionale. Tali interessi comprendono anche la necessità di frenare sviluppi non controllabili del processo democratico e, in particolare, quelli di porre sotto controllo le politiche della sicurezza interna (servizi segreti ed organi di polizia) e, per altri versi, le politiche internazionali su energia e rapporti nel Mediterraneo (petrolio ed influenza in Nord Africa e Medio Oriente).

Questo sistema di potere ha agito da quel momento in poi nel nostro Paese per il mantenimento di precisi assetti corrispondenti alla logica degli schieramenti atlantici, vale a dire alla divisione del mondo in due blocchi derivanti dagli accordi di Yalta. Questi blocchi si sono fatti una guerra fredda senza quartiere e hanno impedito con ogni mezzo che le idee dell’altra parte attecchissero nei propri territori. E se, da un lato, a livello internazionale le grandi potenze del Patto Atlantico facevano pressione sui paesi alleati attraverso un lavoro sinergico di politiche governative, servizi di intelligence, gruppi finanziari, organismi militari e paramilitari di matrice nazi-fascista, organizzazioni criminali internazionali, etc. dall’altro, a livello nazionale e locale, in modo particolare in Italia, trovavano i loro corrispondenti in analoghe realtà ufficiali ed occulte. I referenti italiani di questo sistema sono stati uomini appartenenti a istituzioni democratiche, servizi segreti, movimenti politici, organismi militari, interessi proprietari e imprenditoriali e, ovviamente, la massoneria e la criminalità organizzata storica. Un sistema che ha sempre funzionato come un meccanismo complesso ma preciso che si è avvalso sempre, come dimostrato anche dalla recente sentenza sulla trattativa Stato-mafia, dei ruoli chiave ricoperti da “faccendieri” o da specifici “uomini di intersezione”, indispensabili per le necessarie funzioni di collegamento e comunicazione tra queste diverse tipologie di attori occulti simultaneamente attive.

Dall’altro lato di questo schieramento occulto troviamo il popolo italiano e coloro che hanno agito secondo le regole stabilite dalla Costituzione e dal sistema normativo repubblicano, molti dei quali caduti per il solo fatto di aver compiuto il loro dovere, assieme alla società civile che ha dovuto contare, bambini compresi, le numerosissime vittime inconsapevoli di questo sistema e di cui oggi, 1 Maggio, ricordiamo i nomi, ormai forse dimenticati, di quelle della strage di Portella , in attesa di onorare il ricordo delle prossime il 23 Maggio:

1. Margherita Clesceri (minoranza albanese, 37 anni)
2. Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni)
3. Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
4. Francesco Vicari (min. albanese, 22 anni)
5. Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
6. Serafino Lascari (min. albanese, 15 anni)
7. Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
8. Giuseppe Di Maggio (13 anni)
9. Castrense Intravaia (18 anni)
10. Giovanni Grifò (12 anni)
11. Vincenza La Fata (8 anni)
12. 27 altre persone gravemente ferite

In conclusione, sembra estremamente emblematica per la definizione attuale del significato dell’eccidio di Portella, un’affermazione di Danilo Dolci, secondo il quale:

Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage”.

Sappiamo infatti che, in virtù di analoghi meccanismi ebbero luogo progetti di intervento autoritario come quello del cd. Piano Solo del Generale dei carabinieri De Lorenzo nel 1964; che lo stesso Principe Junio Valerio Borghese fu responsabile del tentativo di Golpe Borghese nel 1970, che l’anno precedente nel 1969 era avvenuta la strage di Piazza Fontana; nel 1974 la strage di Piazza della Loggia e la strage del treno Italicus cui doveva seguire un ulteriore tentativo autoritario noto come Golpe Bianco o della Rosa dei Venti; simili attori e retroscena erano poi dietro la strage della Stazione di Bologna nel 1980 e nel 1984, con un ruolo più centrale di Cosa nostra, era stata messa in atto la strage del Rapido 904, tutti episodi legati da un metodo comune e che meritano una trattazione separata per la comprensione di quanto era stato, nei fatti, già annunciato il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.

 

Alessandro Calì

 

N.B. Per coloro che volessero approfondire dando uno sguardo scenografico agli ambienti ed alle ricostruzioni fatte sulla strage, sugli uomini, sui servizi segreti, gli ambienti della massoneria internazionale e, in definitiva, sul periodo storico in cui si inserisce la strage di Portella della Ginestra e molti di coloro che la pianificarono e portarono a termine, si suggerisce la visione di due film basati su fatti e documenti storici:

Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, basato sulle testimonianze di Danilo Dolci, verbali del Processo di Viterbo contro la Banda Giuliano, “Atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra” desegretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, documentazione desegretata proveniente dagli Archivi dell’Office of Strategic Services (OSS) di Washington.

The Good Shepherd di Robert De Niro, ispirato alla vita di di James J. Angleton (interpetato da Matt Damon), capitano dell’OSS in Italia al tempo dei fatti in questione e poi alto dirigente della CIA alla sua costituzione nel 1947, con un significativo riferimento alla persona di William J. Donovan (interpretato da Robert De Niro) capo dell’OSS e fondatore della CIA.

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