di Enzo Guidotto – 13 agosto 2014
Il Maresciallo in pensione della ”Guardia di Finanza” BRUNO CELOTTO, mio grande amico di tante civiche battaglie, non è più tra noi. Non mi trovo nello stato d’animo di poter illustrare il ruolo che svolse in tante operazioni, soprattutto come organo di Polizia Giudiziaria in occasione dello SCANDALO PETROLI che ebbe come massimo responsabile politico GIULIO ANDREOTTI e massimo responsabile militare RAFFAELE GIUDICE, comandante generale della Guardia di Finanza, arrestato e condannato. Celotto fu incaricato dal Giudice Istruttore di Torino Mario Vaudano di arrestare il capo di Stato Maggiore del Corpo, DONATO LO PRETE, il quale però si era dileguato poco tempo prima. In quell’occasione ebbe uno scontro con il suo legale, avvocato VILFREDO VITALONE, fratello del più noto CLAUDIO, magistrato a Roma, ”porto delle nebbie”, e braccio destro di ANDREOTTI in certe manovre giudiziarie compreso il GOLPE BORGHESE. Fu premiato dal ”Gobbo” con la carica di senatore e poi di ministro. Altri ”attori” dello scandalo dei petroli furono parlamentari, sottosegretari e ministri, capi e funzionari dei servizi segreti quasi tutti iscritti alla P2. Il Maresciallo Celotto operò con dignità ed orgoglio, altissimo senso dello Stato e del dovere fino all’ultimo giorno.
Enzo Guidotto
Al centro il Maresciallo Bruno Celotto, alla sua destra il prof. Enzo Guidotto

Bruno Celotto

Nella foto Enzo Guidotto, Gioacchino Genchi e Bruno Celotto

Il giudice Mario Vaudano e Bruno Celotto
In particolare raccoglievo informazioni e mi occupavo di intercettazioni telefoniche, operando alle dirette dipendenze di varie autorita’ giudiziarie: prima a Treviso e Venezia poi a Torino.
Nel febbraio dell’82, dal giudice istruttore di Torino Mario Vaudano ricevo l’incarico di svolgere indagini riservate sul conto del generale Donato Loprete, capo di stato maggiore del corpo.
Questo generale era latitante da quasi 2 anni, e dalle intercettazioni in corso e da “voci” si presumeva che si trovasse in territorio italiano : in particolare giungevano delle segnalazioni di avvistamento su Roma , Bologna, Como e Lugano, in Svizzera. Nei primi giorni del marzo dello stesso anno viene emesso mandato di perquisizione dell’abitazione romana del generale , sita in un condominio signorile. L’esito conferma i sospetti: al momento dell’intervento, alle ore 07,30 trovo tre letti sfatti. In casa, pero’, si trovano solo due persone: Nicola, figlio del generale Loprete e la domestica, che evidenzia uno stato di particolare agitazione e preoccupazione.
Prima dell’arrivo dell’avvocato, chiamato per assistere alla perquisizione, riesco a carpire qualcosa alla domestica: mi dice tra l’altro che “il generale va e viene in casa”. In pratica e’ latitante a casa sua. A perquisizione iniziata, interviene l’avv. Wilfredo Vitalone, legale di fiducia del generale, fratello del piu’ noto Claudio, da sempre legato a Giulio Andreotti, gia’ magistrato e parlamentare della democrazia cristiana e poi ministro. Entrambi erano amici dei potenti del tempo, tutti iscritti alla massoneria e in particolare alla famigerata “loggia p2” di Licio Gelli. Quanto basta per rendere l’idea del clima nel quale mi trovai ad operare.
La perquisizione si protrae a lungo a causa dei numerosi cavilli procedurali che il potente avvocato frappone continuamente: elencazioni documenti
– per argomenti – no, uno ad uno;
– per gruppi omogenei – no, uno ad uno.
Di particolare importanza una lettera, scritta di pugno dal generale Loprete, datata il giorno precedente la perquisizione, ed intestata “caro Nicola”.
In pratica si trattava di una “missiva” dai toni autoritari e dai contenuti quasi ricattatori, che, probabilmente, il figlio di Loprete avrebbe dovuto recapitare al gen. Nicola Passamonti. Viene inoltre rinvenuta la pistola personale del Loprete : arma della quale nessun ente seppe dichiararne la provenienza.
Terminata la perquisizione comunico all’avvocato che e’ stato disposto l’accompagnamento coatto, a Torino, della domestica per le gravi affermazioni confidatemi: “il generale va e viene in casa”. L’avv. con tono intimidatorio pronuncia la frase: “Non assistero’ passivamente ad un sequestro di persona”.
Telefono al giudice istruttore di Torino, il quale mi fa solo presente: «Lei sa bene cosa fare!».
Invito pertanto l’ avvocato a rimanere entro i limiti del suo mandato, altrimenti sarei stato costretto ad adottare, nei suoi confronti, un grave provvedimento. A questo punto con tono alterato l’avv. grida al figlio del generale: “Portami un codice, portami un codice!”
Udendo tale richiesta faccio un ragionamento tra me e me: ma come? Un avvocato considerato “un mostro” in materia, un “principe” del foro di Roma si trova in difficolta’ difronte ad modesto sottufficiale della guardia di finanza ?
Da quel momento in poi mi sono reso conto che anche i cosiddetti “principi del foro” i nomi di grido, che si autoincensano e “campano di luce riflessa” facendo leva sui legami che nel tempo hanno intessuto con i potenti di turno, facendo intendere di possedere un bagaglio professionale al disopra dei “comuni mortali” in realta’ non conoscono neanche i piu’ elementari principi di legge.
Questi sono dati di fatto che ho potuto accertare personalmente e non solo in quell’ occasione. In base agli esiti della perquisizione vennero emessi altri 2 ordini di cattura nei confronti del Loprete che, a quel punto, si rese veramente latitante riparando a Castel Defels, localita’ turistica spagnola, ove verra’ arrestato nel marzo dell’83 ed estradato in italia ma non subito : due anni dopo. Terminava cosi’ la vicenda di un “personaggio” che si riteneva intoccabile e che usava l’uniforme ed i gradi per calpestare la legge , accumulare enormi ricchezze, proteggendo un pericoloso gruppo contrabbandiero che controllava il 20% dell’intero consumo nazionale dei prodotti petroliferi”.
Bruno Celotto (intervento al convegno “VENETI E MAFIA”, Resana, 31 maggio 2013)

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